Grazie Alphonso: il ricordo dell’uomo che ha segnato il basket pesarese

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24 settembre 2016

alphonso-fordPESARO – Ci sono date che ti rimangono impresse nella memoria. Sia per le cose liete, che per eventi funesti. Tutti ci ricordiamo – o almeno dovremmo – quando abbiamo dato il primo bacio alla nostra metà, il momento esatto in cui abbiamo saputo che saremmo diventati genitori o dove e con chi eravamo, il 9 luglio 2006, quando capitan Cannavaro alzò la Coppa del Mondo sotto il cielo di Berlino. Ma purtroppo ci ricordiamo tutti anche dove eravamo l’11 settembre 2001 o dove eravamo un mese esatto fa, quando la terra ha tremato in tutto il centro Italia.

Parlando di eventi drammatici, c’è una data che è impressa nella mia memoria: domenica 5 settembre 2004. Il mio negozio era chiuso per turno e, non amando troppo il mare, ero andato fino a San Marino, in un grande centro d’elettronica, che ormai non c’è nemmeno più. Non mi ricordo cosa dovevo comprare, forse una tv o un videoregistratore, ma ricordo l’arrivo di un sms – Facebook e Twitter ancora non c’erano – con questo breve, ma inequivocabile messaggio: “Alphonso non c’è più”.

Me l’aveva mandato un mio caro amico e per un minuto sono rimasto immobile, immerso nei miei pensieri e nella rabbia. Lo chiamo per chiedere conferma e lui mi dice che la radio aveva appena comunicato la notizia. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di sms e telefonate. Dalle 9 del mattino sono arrivate presto le 11 ed io ero ancora lì, da solo, dentro il centro commerciale, a girare, magari con fare sospetto per gli occhi di chi doveva controllare il negozio.

Ad un certo punto sono uscito dal megastore, senza comprare niente, sono salito in macchina per tornare verso Pesaro. Nell’oretta scarsa del viaggio sono stato assalito da tutta una serie di ricordi, non solamente legati al basket giocato. Pensavo a quella volta che era venuto nella mia edicola a comprare Superbasket, il numero con la sua foto in copertina. Io, purtroppo, con il mio inglese scolastico, ero riuscito solamente a scambiarci due parole, ma ricordo nitidamente la sua figura, con la tuta societaria, il cappuccio della felpa sopra la testa e le immancabili sneakers da passeggio… il classico look da giocatore di basket.

In quella estate 2004 era già arrivata la sua lettera d’addio a Pesaro, quella che si concludeva con “siate forti e combattete duro” che è diventato purtroppo anche il suo testamento. Ma la speranza che fosse solo un addio al basket giocato, e non alla vita, albergava ancora nel cuore dei suoi tifosi, anche se nell’ambiente si sapeva che le sue condizioni erano improvvisamente peggiorate. Dopo averlo visto appena tre mesi prima distruggere praticamente da solo la difesa di Napoli nei playoff facevi fatica a pensarlo debole in un letto d’ospedale.

Ma la vita è così, semplice e crudele nello stesso tempo: semplice come il modo di Alphonso di giocare a basket, perché fare canestro, per lui, era la cosa più naturale al mondo. Lo ritengo ancora il più forte attaccante che abbia mai visto dal vivo, non il miglior realizzatore, né il miglior tiratore, ma il miglior attaccante. Quello con quella dote innata che ti consente di prenderti un tiro in ogni occasione e contro ogni difesa.

Ma la vita è anche crudele, come la malattia che, prima lo ha debilitato, anche se dovevi esserne a conoscenza per accorgertene, e poi lo ha portato via al suo amato basket e a tutti coloro che gli hanno voluto bene.

I più giovani forse faranno fatica a capire come una persona che è restata a Pesaro solo per una stagione sia rimasta così impressa nel cuore dei tifosi. In fin dei conti, di campioni, da queste parti, ne sono passati tanti. Ma proprio per la consapevolezza della sua malattia e per il 110% che è riuscito a mettere sul parquet ad ogni partita, Alphonso Ford rimarrà uno degli uomini simbolo della Victoria Libertas. Un uomo che ci è stato portato via in una domenica di fine estate, dopo che avevo passato gli ultimi giorni ad avercela anche un po’ con lui, perché aveva lasciato la mia amata Scavolini senza la sua guardia titolare. Da tifoso avevo pensato più alla squadra che all’individuo, a come avremmo potuto rimediare alla sua assenza, con campionato ed Eurolega da affrontare.

Piccoli egoismi che ormai non contano più. Quello che conta è che anche stasera, quando all’Adriatic Arena trasmetteranno le più belle azioni di Alphonso Ford, farò fatica a trattenere le lacrime. Anche se sono passati già 12 anni dalla sua scomparsa. Anche se nel frattempo mi sono successe cose più brutte. Ma rivederlo segnare canestri magnifici, indossando la sua maglia numero 10 biancorossa, mi suscita ancora emozioni.

Grazie di tutto Alphonso.

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