“Il presente non basta”: il saggio del pesarese Ivano Dionigi

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30 settembre 2016

Luciano Bertuccioli

PESARO – Ivano Dionigi,  pesarese, per i suoi natali, per formazione giovanile, legato alle sue radici, insignito della cittadinanza onoraria dalla sua stessa Pesaro, è allo stesso tempo bolognese con i suoi studi, il suo impegno politico per la città felsinea,  accademico, la sua vita al servizio dell’Alma Mater Studiorum, l’Università di Bologna della quale è stato Rettore dal 2009 al 2015.

Presidente della Pontificia Accademia di Latinità, è fondatore e direttore del centro studi “La permanenza del classico”. Studioso di Lucrezio (commento a “La Natura delle cose”, 2000; Lucrezio. Le parole e le cose, 2005) e di Seneca (De Otio, 1983; Problematica e fortuna del “de Providentia”, In Seneca, La Provvidenza 2004; I diversi volti di Seneca e Seneca linguista, in Seneca nella coscienza dell’Europa, 1999), ha curato per Rizzoli diversi volumi sul rapporto antico-presente. Numerose le sue pubblicazioni e i suoi titoli.

Esce ora un suo saggio, già di successo, “IL PRESENTE NON BASTA”, edito da Mondadori. Nella seconda di copertina leggiamo:

“Come mai in un’epoca caratterizzata dalla proliferazione dei mezzi di comunicazione, la reciproca comprensione è più difficile? Come mai ci ostiniamo a credere che il presente si riduca alla novità e che la novità si identifichi con la verità? Come mai le parole di Lucrezio sull’universo, di Cicerone sulla politica, di Seneca sull’uomo colpiscono la mente e curano l’anima più dei trattati specialistici? Ivano Dionigi, già Rettore dell’Università di Bologna, con “Il presente non basta” affronta tali domande volgendo lo sguardo alla lingua che l’Europa ha parlato ininterrottamente per secoli, attraverso la politica, la religione, la scienza. Il latino evoca un lascito non solo storico, culturale e linguistico ma anche simbolico: si scrive “latino” ma si legge “italiano, storia, filosofia, sapere scientifico e umanistico, tradizione e ricchezza culturale”. Non è un reperto archeologico, uno status symbol o un mestiere per sopravvissuti; è il tramite che – oltre Roma – ci collega a Gerusalemme e ad Atene, l’eredità che ci possiamo spartire, la memoria che ci allunga la vita. E’ un antenna che ci aiuta a captare tre dimensioni ed esperienze fondamentali: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica. Come “mater certa”, anzi certissima dell’italiano, il latino – lingua morta eppure resistente nell’uso comune, dal lessico economico a quello politico, medico e mediatico – ci restituisce il volto autentico delle parole, responsabilizza il nostro parlare, consente quell'”ecologia linguistica” che fa bene anche all’anima; come lingua della temporalità, ci costringe a confrontare tradizione e innovazione, ci libera dall’assedio del presente e rende immuni dal “provincialismo di tempo”; come lingua della res publica, della politica quale “cosa di tutti” ci ricorda che l’uso più alto della virtus risiede nel “governo della città” e che il pronome più naturale e più bello è “noi” e non “io”. Questa riflessione é tanto attuale quanto urgente di fronte alle nuove sfide delle scienze e alla pervasività delle tecnologie digitali, che possono e debbono trovare negli “studia humanitatis” un’alleanza naturale e necessaria. Un compito da consegnare in primo luogo alla scuola: palestra dei fondamentali del sapere e crocevia del futuro.

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