Da Pesaro un sorriso per Arquata: il racconto di un pesarese nelle zone del sisma

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11 ottobre 2016

Ciò che rimane di Arquata del Tronto

Ciò che rimane di Arquata del Tronto

PESARO – Prima del maledetto 24 agosto 2016, il ridente paesino di Arquata del Tronto, insieme a Pretare e Piedilama, era luogo di partenza dei veri punti base per stupende escursioni verso la cima del Vettore. Una vera montagna che abbracciava, come un affettuoso padre, i suoi stupendi figli abbarbicati nella verde collina.

Quante volte, con il Club Alpino, eravamo partiti da questi meravigliosi posti per godersi una salutare, anche se faticosa, camminata verso la cima. Ora, dopo il tremare della terra, ci sono apparsi altri luoghi, ci sono sembrate zone sconosciute. Dopo questo cataclisma naturale la montagna è silenziosa e triste, ha visto cadere a terra i propri figli.

Delle case vecchie, di quelle seminuove, quelle ristrutturate, di muretti ai bordi delle strade, tutto è crollato, solo mucchi di macerie. Quasi una guerra, un bombardamento subito da un nemico subdolo, il terremoto. Un avversario sleale che non avverte e colpisce alle spalle.

Sono arrivati i soccorsi per i figli del Vettore…gli angeli del fuoco, noi della protezione civile e i militari, numerosi della nostra regione e molti di Pesaro, per aiutare la popolazione inerme e spaventata standole accanto.

Ora questi angeli mangiano, dormono, si lavano, piangono e qualche volta sorridono. Sì, perché la vita continua, insieme agli abitanti di Arquata. Come se fossero un’unica grande famiglia. Una solidarietà, mai vista, un altruismo fuori dal comune, come solo gli italiani, nel momento del bisogno, sanno compiere. Sono venuti persino alcuni comici da molte parti d’Italia famosi e non a cercare di portare un piccolo sorriso, un raggio di sole nel cielo nuvoloso di Arquata.

Abbiamo visto case con mille crepe, edifici barcollanti e feriti, muri che non esistono più, scuole  vuote senza più le grida felici dei bambini, abitazioni apparentemente incolumi esternamente, ma distrutte all’interno. Abbiamo osservato anziani e non che avevano intenzione di abbandonare neppure un attimo la propria dimora, standosene davanti a mirarla, con occhi melanconici e forse speranzosi. Camminavano su e giù come se facessero la guardia. Se ne stavano come foglie mai lontane dal proprio albero.

Vi era una signora anziana che non  ha resistito. Ogni tanto, evitando quel dannato nastro biancorosso, entrava, passando in un accesso nascosto. Se ne sta dentro le sue quattro mura, un po’ come se avesse bisogno di compagnia di amore.

C’era pure l’arzillo Luigi, il vecchio custode del campo sportivo dove era piantata la tendopoli a chiedere a tutti quando sarebbe stato smantellato il campo. Gli rispondono presto, ma purtroppo anche lui se ne dovrà andare a malincuore nella vicina Acquasanta Terme.

Gli altri avrebbero voluto piangere, ma il dolore è ancora più forte delle lacrime, vorrebbero gridare aiuto, ma la voce era soffocata dalla sofferenza. Sono consapevoli che la ricostruzione sarà lenta con una incessante burocrazia.

Il paese di Arquata, come quelli limitrofi, non deve essere cancellato da nessuna mappa, tutti devono essere riedificati sullo stesso territorio. Anche il bambino, a cui crolla il castello di carte, non cambia tavolo, lo ricostruisce sempre sullo stesso posto. Uno di loro, con le lacrime agli occhi, prima di vederci ripartire, ci ha detto: “Non lasciateci soli”.

Non vogliamo e non dobbiamo farlo. Non dimentichiamoli, parliamone sempre, non releghiamo le notizie del terremoto piano piano nelle ultime pagine del quotidiano o alla fine del telegiornale. L’importante e fondamentale sarà non abbandonarli al loro destino, non lasciargli soli. Più devastante del dolore vi è solo la solitudine.

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