Un pesarese a tu per tu col Maestro Dario Fo: “Mi fece sedere nei posti di scena”

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14 ottobre 2016

Dario Fo

Dario Fo

PESARO – Correva l’autunno del 1992, il grande maestro Dario Fo era a Pesaro per la presentazione al Teatro Rossini di uno dei suoi brillanti spettacoli, “Johan Padan a la descoverta de le Americhe”, in occasione dei 450 anni dalla scoperta dell’America.

L’entusiasmo era alle stelle, avevo già visto tutti le sue opere teatrali in televisione, ero un suo appassionato ammiratore.

Dopo aver acquistato il biglietto, gonfio di felicità, portai mia figlia, allora si soli tre anni, a prendere un gelato al bar del Teatro.

Da lontano vidi un signore che stava leggendo un libro davanti a un tavolino del bar. Un grande cappello bianco a tese, un vestito chiaro e una elegante sciarpa. Lo riconobbi subito: era il mitico Dario Fo. Ero titubante ed incerto se andare a disturbarlo e distorglielo dalla sua lettura o salutarlo semplicemente. Dopo solo pochi secondi optai per la seconda soluzione. Non potevo esimermi di approfittare della ghiotta occasione che mi si stava proponendo. D’altronde era solo e in giro non vi era molta gente. Mi avvicinai silenziosamente chiedendo scusa del disturbo e balbettai leggermente dall’emozione pronunciando vergognosamente “La posso salutare maestro, sono un suo grandissimo ammiratore”. La risposta  fu pronta e immediata: “Certamente, anzi si sieda con me che mi fa compagnia”. E mentre diceva queste sante parole, per me incredibili, dava un buffetto alla mia piccola figliola dicendole carinerie e chiedendole il nome.

Conversammo piacevolmente per dieci minuti, non di più, mi pareva fosse passata un’eternità. Avrei posto centinaia di domande ma non volevo apparire il giornalista  invadente. Sarei stato in sua compagnia tutta la giornata, ma non volevo disturbarlo troppo. Sono quei personaggi che è un piacere, una gioia ascoltarli. Si accomiatò dandomi appuntamento alla sera seguente per la sua esibizione.

L’indomani avevo l’adrenalina a mille ed ero elettrizzato come un bambino. Non vedevo l’ora di assistere alla sua performance teatrale. Prima di entrare comprai, ovviamente, un suo libro, con l’idea di  farlo autografare a fine spettacolo. Feci vedere, fiero, il mio biglietto all’entrata e corsi subito a prendere il posto a metà platea. Trascorsero pochi minuti quando il Maestro Fo entrò da dietro la tenda, per gli ultimi dettagli, prima di andare in scena. Mi vide, mi riconobbe, mi salutò, e inoltre mi invitò stranamente a salire sul palcoscenico. Non stetti più nella pelle. Corsi subito, quasi inciampando nei gradini. Mi disse con quel suo solito sorriso: “La posso fare sedere accanto a me sui posti di scena”.

Sapevo che il mio – permettetemi questo termine – amico Fo aveva la consuetudine di avere una trentina di persone seduti attorno a lui sul palco a pochi metri dalla scena. Ne fui grado, lo ringraziai all’infinito e presi posto compostamente.

Fu uno spettacolo eccezionale, poi goduto da quell’ottica fu di cento volte meglio. Gli applausi furono scroscianti, una vera ovazione. Al termine, con la mia consueta faccia tosta e con l’aiuto del mio tesserino da pubblicista, entrai nei camerini. Non potevo esimermi di salutarlo, fargli i complimenti e chiedergli minimo un autografo. E’ così accadde. Aspettai che gli amici e alcuni fans gli rendessero omaggio. Poi fu il mio turno. Al nome Roberto, da scrivere sulla copertina del libro, esclamò con voce ferma e gaudente: ”Un nome altisonante che deriva dal germanico e significa splendente di gloria”. Ne fui lusingato….

Mi riconsegnò la penna e mi salutò quasi come se fossimo dei veri amici. Non mi scorderò mai quella meravigliosa giornata. Ben cinque anni più tardi, quando fu insignito nel 1997 del premio Nobel per la letteratura, lui una vita per il teatro, ne fui commosso. Anche mia figlia, seppure piccola e ignara quel giorno, sta capendo adesso che è grande, di essere fortunata ad avere avuto l’occasione di conoscere un grande personaggio. Un uomo che iniziò la sua carriera superando numerosi ostacoli facendo il guitto e arrivando a conquistare un premio Nobel. Non è da tutti, senza essere troppo altezzosi, conoscere da vicino un uomo di questa levatura. Ora che piangiamo la sua scomparsa, questo ricordo riaffiora perché resterà indelebile nel mio cuore e nella mia anima.

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