LA RECENSIONE: “Tradimenti” del trio Angiolini, Scianna, Biscione non coinvolge il pubblico del Rossini

Dario Delle Noci

PESARO – Chissà se a un regista solitamente intuitivo e sagace, Michele Placido, sia venuto in mente di utilizzare come colonna sonora del suo lavoro un brano di Riccardo Fogli del 1982: Storie di tutti i giorni. Qualora l’avesse fatto non sarebbe stato fuori luogo. Perché quella andata in scena ieri sera al Rossini di Pesaro è, a tutti gli effetti, una storia di ieri ma anche di oggi e, con ragionevole certezza, pure di domani come vuole il capolavoro cinematografico di De Sica. Ma non divaghiamo. Tradimenti (traduzione di Alessandra Serra), di Harold Pinter, nobel per la letterature nel 2005 e premio Europa per il teatro nel 2006 rappresenta, a una lettura semplicistica, il vissuto di ciascuno di noi (autore compreso ispirato da un’esperienza autobiografica con la presentatrice televisiva Joan Bakewel), di un nostro conoscente, di un amico. Il tipico ménage a trois insomma. Smentiteci se stiamo scrivendo una banalità.

LA SINOSSI: due amanti Emma (Ambra Angiolini) e Jerry (Francesco Scianna) si incontrano due anni dopo la fine della loro relazione. L’autore percorre a ritroso la storia del loro tradimento iniziato anni prima, nel ’68, con l’acquiescenza di Robert (Francesco Biscione), marito di lei e amico di Jerry. Eppure, vista da fuori, sembrava una coppia se non felice quantomeno serena. Invece come di rito… lui, lei e l’altro, il miglior amico, costituiscono l’ossatura della vicenda che si snoda attraverso una società in rapida evoluzione, quella che ha trasformato più di una generazione soprattutto nei costumi. Nessun colpo di scena, se si esclude che Emma non è poi uno stinco di santo, Jerry coltiva altre relazioni extraconiugali e la presunta vittima, Robert. non è neppure lui esente da colpe. Anzi ha sempre saputo tutto covando la vendetta di umiliare la moglie.

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Che dire di questa pièce? Che in un atto unico forse il pubblico non ha avuto neppure il tempo, tra quelli che sarebbero i piani sequenza e la cadenza incalzante delle situazioni temporali, per apprezzare le performances degli attori. Che forse il tradimento vero, nella girandola di corna, è stato quello di un’aspettativa andata delusa. Che forse dai nomi in cartellone e da una regia sapiente si sarebbe atteso di più e di meglio. Ma tant’è. Non ha convinto più di tanto la prova dell’Angiolini cui si è abituati sul grande schermo dove i primi piani spesso la fanno da padroni. Discreta, a nostro avviso, quella di Scianna. Buona, anche se non esaltante, l’interpretazione istrionica di Biscione al quale va riconosciuta una naturalezza che si avvicina allo stile britannico. Applausi tiepidi del pubblico ad ogni dissolvenza di luci e agli attori in ribalta, ma nulla di più.

Del resto – va detto – il testo non è di per sé avvincente. Qualcuno ha scritto che Pinter, nelle sue commedie, scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione. Forse, anzi certamente, sarà così ma da Tradimenti a fatica si trae una morale, ossia che tutti, in fondo, tradiscono tutti e che, grigia che possa essere, è una storia che attraversa il tempo da sempre. Come dicevamo all’inizio, una storia di tutti i giorni.

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