Incredibile al San Salvatore: 13 mesi d’attesa per un esame diagnostico

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10 novembre 2016

L'ospedale San Salvatore di Pesaro

L’ospedale San Salvatore di Pesaro

PESARO – Una premessa: ogni qual volta ho avuto a che fare con la sanità pubblica, sono rimasto più che soddisfatto, si trattasse del personale dell’ambulanza che mi ha soccorso dopo un grave incidente in bicicletta, del portantino che trasportava la lettiga su cui ero stato adagiato, del medico che mi ha visitato o curato, dell’infermiere che mi ha assistito, ma anche degli addetti alla pulizia o alla distribuzione del vitto. Altrettanto seguendo diversi ricoveri di mia madre.

Tutto questo senza mostrare un’assicurazione personale, come purtroppo accade in altri paesi, a incominciare dagli Stati Uniti. Prima di andare oltre Atlantico, ho dovuto farne una, spendendo fior di quattrini anche per pochi giorni, augurandomi di non averne bisogno.

Tra maggio e giugno, durante il Camino de Santiago, punto da un insetto, mi sono rivolto al servizio sanitario pubblico, l’ambulatorio di Castrojeriz, un piccolo centro nella regione di Castiglia e Leon. Vengo visitato dalla dottoressa Begoña Val Gutierrez. Le mostro le macchie sul dorso della mano e sulle braccia, ma anche in faccia. Mi tranquillizza – “forse colpa di una cimice” – e, dopo avere prescritto una pomata e un antistaminico, mi congeda augurandomi “Buen camino”. “Quanto devo pagare?”. “Niente, ovviamente, ci basta la sua tessera di assistenza sanitaria pubblica europea”. Che funziona, nei suoi limiti, con le sue difficoltà, ma funziona.

Stamattina, però, mi sono trovato in difficoltà, in grande disagio, ascoltando la risposta – a voce alta, visto che il richiedente aveva problemi di udito – fornita a un signore, più sugli 80 che sui 70.

Davanti alla segreteria di Diagnostica per immagini/Radiologia, al piano terra dell’ospedale San Salvatore, facevo la fila per chiedere informazioni su un’ecografia che m’attendeva, quando al signore che mi precedeva è stato detto: “…si può fare il 1° dicembre 2017”. Lì per lì, l’utente ha chiesto perché ci fosse tanto tempo d’attesa. La segretaria, molto gentile, ha risposto: “Per anticipare i tempi dovrà andare all’ospedale Carlo Urbani, che è a Jesi…”. “Qui non si può?”.”I tempi sarebbe più lunghi”. “Va bene – ha preso atto lui – andrò il 1° dicembre…”. “No, guardi – ha replicato pazientemente lei – il 1° dicembre del 2017”.

A quel punto, il signore ha avuto un momento di sconforto. E noi con lui… Per un esame, non ho capito quale, comunque di diagnostica, i tempi sono di poco meno di 13 – ripeto – tredici mesi.

C’è il rischio di andarci dentro una bara!” ha mormorato un altro in fila. Auguro di tutto cuore allo sconosciuto di potere fare l’esame, ma ho provato sconforto prima e rabbia poi. Può dirsi civile un paese che fa attendere 13 mesi per un esame diagnostico? Certo che no! Si parla di ospedale unico, di Muraglia o Fosse Sejore o Chiaruccia, e si fa decidere un algoritmo. Domanda: ma i politici, a partire da quelli al governo, che poi sarebbero i rappresentanti di noi cittadini, in che mondo vivono? Ci regalano mille promesse inattese, ma anche le candele in spiaggia, i fuochi artificiali, i festival musicali, i concerti straordinari, iniziative certamente belle e anche utili alla città, per carità, ma non riescono a risolvere un’esigenza primaria: il diritto alla salute.

Secondo voi, anzi secondo lor signori, è garantire un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione imporre 13 – ribadisco, tredici – mesi d’attesa per un esame diagnostico?

La cosa incredibile è che questi ritardi vengono scaricati sugli operatori sanitari, sui medici prima di tutti, ma anche sugli infermieri. Che invece, lo scrivo con cognizione di causa, per le mie esperienze personali, non meritano questi rimproveri, meno che meno gli insulti che ho ascoltato anche stamattina.

La colpa non è degli operatori sanitari, che lavorano spesso in condizioni precarie, in strutture inadeguate.

La colpa è di chi li mette nell’obbligo di rispondere “per questo esame ci sono 13 mesi d’attesa”.

Tanto a loro – intendo gli amministratori, i politici, che si considerano i proprietari della Sanità Pubblica – troveranno sempre una scorciatoia per superare un muro, per accorciare un’attesa, per scavalcare una lista d’attesa.

Perché, direbbe il Marchese del Grillo – parlando al plurale, a nome dei nostri amministratori e politici – “Noi siamo noi e voi non siete un cazzo!”.

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