Il malato è “immaginario”, invece Gioele Dix è indubbiamente bravo. La RECENSIONE

PESARO – Rappresentata la prima volta nel febbraio del 1673 – retorico dirlo ma lo diciamo perché di retorica non ci si ammala – è una pièce senza tempo di un grande della comédie, un drammaturgo unico come Molière. E’ stato ed è tuttora il cavallo di battaglia del palcoscenico che ammalia tutte le compagnie dalla filodrammatica di Vattelappesca al teatro stabile di Dobbiaco di Sotto. E a cimentarsi su questo testo che vanta quattro secoli di storia un fiume di professionisti del grande schermo tra cui primeggia l’interpretazione datata 1979 di Alberto Sordi in accoppiata con Laura Antonelli.

Dunque è ambizioso riproporre Le Malade imaginaire ancora una volta mettendosi a raffronto con teatranti e attori che hanno lasciato un segno indelebile nelle platee. Salvo che non lo si faccia con intelligenza, ironia, professionalità e altro ancora. Acume pensate? Vada per acume. Eccoci allora al “Malato immaginario” in scena da ieri al Rossini di Pesaro fino a domenica 18 per la regia del pluriosannato Andrée Ruth Shammah che sceglie Gioele Dix omaggiando un interprete indimenticabile come Franco Parenti scomparso oltre un quarto di secolo fa ma ricordato anche dal teatro milanese che porta il suo nome.

LA SINOSSI Sostanzialmente è già nel titolo ma, per i puntigliosi o gli smemorati…

Il ricco Argan (Gioele Dix) ha due figlie, la più grande delle quali, Angelica(Valentina Bartolo) è innamorata di Cleante(Francesco Terrazza Papa). All’annuncio  di Argan che darà in moglie la primogenita Angelica al figlio del dottor “Purgone”(Francesco Brandi)  i due piccioncini cadono nella disperazione. Argan è un ipocondriaco che non sembra cercare la salute; piuttosto è schiavo della malattia e più ancora delle cure ai malanni frutto della sua immaginazione. E il suo comodino tracima di pozioni e alambicchi. La serva di Argan, Atonia(Anna Della Rosa),  sdrammatizza le fobie del padrone con insulti e scherzi, mentre il fratello Beraldo(Pietro Micci) palesa il suo scetticismo sulla medicina moderna e, aiutato della fedele serva, lo convince a fingersi morto per  verificare chi gli voglia realmente bene (la figlia) e chi finge di farlo ossia la moglie (Linda Gennari) Alla fine l’amore prevarrà ma Argan non rinuncerà alle sue paranoie. Conditio sine qua non per le nozze sarà l’impegno di Cleante a intraprendere gli studi medici.

E ora occupiamoci di lui, del mattatore, di quel Gioele Dix, animatore quarant’anni fa del Teatro degli Eguali, nato artisticamente al Derby di Milano e storico cabarettista di Zelig. Chi non ricorda “l’automobilista perennemente incazzato” che ha attraversato indenne i decenni  con la sua esasperata insofferenza al traffico? Attore e autore di talento è stato protagonista del piccolo schermo e del fratello…maggiore. Approda anche alla carta stampata con una rubrica su Repubblica “Ma io mi domando e dico”. Interista sfegatato a chi gli domandava, alla fine degli anni Ottanta, l’origine del suo nome d’arte rispondeva che fin da piccolo aveva sempre desiderato un cognome con la x che non fosse Tom Mix o Craxi. Ma abbiamo divagato. Volutamente perché il personaggio lo merita. E lo merita tanto di più in questo lavoro dove la sua ironia e la sua modulazione di voce la dicono lunga. Qualcuno ha scritto che è poco credibile come “malato” perché troppo vispo. Non siamo d’accordo. E’ invece lo specchio affatto sbiadito dell’insicurezza che pervadeva Molière nel XVII secolo e che accompagna noi nel XXI ogni giorno al lavoro, in strada, in amore al punto tale da dare la fortuna di analisti e psicoterapeuti. Sono le nostre paure, quella di morire ma forse, ancora prima, quella di vivere (interfacciandoci con realtà e società) a farla da padrone.

Ed è proprio su queste paure che specula una “certa medicina”, distante mille miglia del giuramento di Ippocrate, pronta a sfruttare le nostre debolezze e addirittura a creare le nostre stesse insicurezze. Bravissima Anna Della Rosa (affettuosamente “Tonina”), una performance tutta naturalezza che meriterebbe qualche primo piano per straordinaria la mimica facciale. Ma il teatro è teatro e bisogna aguzzare la vista per apprezzare queste sottigliezze. Degna di nota la prova del giovane Purgon aspirante marito (Francesco Brandi) che ha scaldato la platea con la sua singolare gentilezza sgangherata. I tre originali atti sono stati portati a due e, se proprio vogliamo essere critici fino in fondo diremo che, a tratti, alla pièce è mancato un po’ più di ritmo. Ma è anche vero che Molière è spesso ricercato nelle suo opere. A volte troppo nell’autocelebrarsi. Il pubblico ha sottolineato le battute con scrosci di applausi ma nessuno si è spellato le mani. Succede sempre così quando le aspettative sono elevate. Ciò non toglie che Gioele Dix sia un grande che, da solo, riempie la scena. E lo ha fatto. Eccome se l’ha fatto.

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