Volley A2: caso Tifanny, la rabbia dello sponsor di Palmi, mentre la Fipav impone il rispetto delle norme Cio per tesserare i transgender. Vale per il futuro, ma oggi?

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16 marzo 2017

L'esordio vincente di Tifanny contro la Delta Informatica Trentino (dalla pagina Facebook della Golem Software Palmi)

L’esordio vincente di Tifanny contro la Delta Informatica Trentino (dalla pagina Facebook della Golem Software Palmi)

La sera del 5 febbraio, raccontando la vittoria della myCicero sulla VolAlto Caserta, pu24.it anticipava in esclusiva nazionale il possibile ingaggio di Tifanny Pereira de Abreu, raccontando che fino a poco prima si chiamava Rodrigo e giocava in Belgio, nel campionato maschile di serie B1 (rileggi qua).

“Ambiente in subbuglio per l’ingaggio di un transgender brasiliano” era il titolo dato al paragrafo dedicato alla notizia, con un commento che si sta dimostrando puntuale:

Sembrano addensarsi nubi molto scure, ma il precedente della scorsa stagione – se i documenti di Tifanny saranno in regola – darebbe ragione a chi la vuole tesserare“.

L’ha tesserata Palmi, che oggi difende la scelta. Lo ha fatto con un post nella pagina Facebook della società calabrese firmato dallo sponsor, Roberto Recordare.

Lo pubblichiamo integralmente.

Leggo gli articoli pubblicati sul Giornale di Brescia e mi viene l’impulso immediato di scrivere. Per un attimo penso che sia meglio non farlo, meglio ragionare e ripensarci dopo un’ora a mente fredda. Passa l’ora e la mente più fredda mi dice: che aspetti a scrivere?. Forse perché nel frattempo arriva anche la telefonata del dottor Rebaudengo della Lega Pallavolo di Serie A Femminile, che mi chiede se è possibile avere le analisi di Tifanny.

Ma non avete scritto alla Federazione?… Quindi? Cosa c’entra la Lega? Chiusa la telefonata.

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio diceva Albert Einstein.

Purtroppo è vero. Basta che Tifanny Pereira de Abreu faccia 28 punti contro il Brescia e si scatena il finimondo. Premesso che la GOLEM VOLLEY ha vinto con il Millenium 3 – 1 proprio in casa del Brescia nel girone di andata senza Tifanny, premesso che la nostra Elisa Zanette ha fatto anche lei 28 punti in altra partita contro Chieri e anche di più, 31, contro Legnano e premesso infine che lo scorso anno giocava nella stessa serie un’altra ragazza che aveva effettuato cambio di genere.

Ciò premesso, vincere 3 – 1 in casa con la stessa squadra, fare gli stessi punti che anche una sua compagna ha fatto prima di lei e giocare come la sua collega ha fatto lo scorso anno, per Tifanny e per la Golem Volley diventa un’apocalisse, da far scatenare tre quarti dell’Italia pallavolistica.

La storia ci insegna che le opinioni fondate sul pregiudizio (e per quanto detto sopra è evidente che lo sono), sono sempre sostenute con una grande violenza quando, proprio come in questo caso, è un pregiudizio culturale. Le cose che prima accadevano normalmente, diventano scandalose per la stragrande maggioranza delle squadre appartenenti alla Lega Volley di serie A Femminile, se c’è di mezzo Tifanny. Non perché la Golem ha vinto 3 – 1 (è normale), non perché un opposto ha fatto 28 punti (è normale) non perché si tratta di una Transgender (anche questo era stato considerato normale lo scorso anno) ma perché ha spostato gli equilibri. Tifanny è una pietra caduta nell’acqua stagnante.

Non è bene cercare di alzare i toni quando c’è di mezzo lo sport e quando c’è anche di mezzo un aspetto culturale di cui bisognerebbe discutere diversamente, pacatamente e con intelligenza. Ma è vero che non si può sempre sperare di essere accomodanti e spingere le persone ad un confronto, quando mi sento dire da chi dovrebbe rappresentare il campionato di serie A Volley Femminile «Lei è una, dall’altra parte ce ne sono 250 di atlete». Questa affermazione mi spinge a pensare, ovviamente, che è un gioco di forza. E come spesso accade in tutto quello che si basa sulla forza, di solito vince chi ha più numeri. Specialmente in una situazione dove la stragrande maggioranza delle persone coinvolte ha da perdere nel far cadere questo pregiudizio.

È risaputo che le persone giudicano generalmente gli altri avendo come modello i propri limiti e a volte l’opinione della comunità è piena di preconcetti e timori, come un virus latente che sotto l’impulso di rabbia, paura e invidia ritrova la sua piena forza. Questo mi porterebbe a pensare che una battaglia contro i pregiudizi universalmente condivisi sia una battaglia persa. Ma non amando “l’essere portato” , mi pongo delle domande. La cosa che fa più effetto è la frase: «Ma noi non ce l’abbiamo con lei». Certo, è una frase che bisogna dire, ma allora con chi ce l’avete? Con la Golem Volley perché vi ha messo nella condizione di doverci pensare? O con nessuno, basta che Tifanny sparisca dalla circolazione?

Non può giocare con le donne, non può giocare con gli uomini, ma chi se ne frega. È l’interesse di una contro l’interesse di altre 250. Ma forse qualcuno non ha calcolato due variabili, ossia la Golem Volley e Palmi. E anche qui ci sarebbe da dire e far sapere come vengono poste le questioni. Ossia, sempre dal suo trono di paglia qualcuno ebbe a dire: «Ma volete venire voi da Palmi a dirci come si devono fare le cose?». Io direi di sì, confermo quanto già detto nell’occasione. Forse è il momento che lo spieghiamo noi da Palmi come bisogna fare le cose. È difficile combattere un pregiudizio con il ragionamento, non essendo esso frutto della ragione, quindi difficilmente estirpabile ragionando, se qualcuno non costringe a doverlo fare chi non ha orecchi per sentire e altri interessi per la mente, che sono dati dal numero di squadre a favore e non dalla giustizia. Lo sforzo profuso ha l’obiettivo esclusivo del mantenimento degli equilibri. Prima forse bisogna convincere qualcuno che del rapporto 1:250 non ce ne facciamo un bel niente e che il gioco di forza non è una base di ragionamento. Per questo sgombro intanto la mente da qualsiasi equivoco, da chi crede che questa sia una cosa accettabile e possa essere un argomento da poter mettere sul piatto. E sgombro anche la mente da chi crede che la Golem Volley debba mantenere un equilibrio a tutti i costi. È più facile non affrontare il problema, è più comodo e non espone, quindi si tende a volersene sbarazzare. Ma non è possibile sbarazzarsene. Non fin quando ci saremo anche noi a condividere questa battaglia culturale. Di fatto ci vuole più coraggio, materia di difficile reperimento, non facile alla contraffazione. Nella sua incoscienza e ignoranza forse l’ha detto giusta il giornalista del Giornale di Brescia quando ha detto che il Millenium Brescia ha perso «Nella casa di Tifanny». Sì, in questo momento Palmi è la casa di Tifanny, può darsi anche per pochi mesi perché nessuno può conoscere il futuro. Ma fin quando è a Palmi, è la casa di Tifanny.

Quindi, per chi non l’avesse capito, non c’è modo di sbarazzarsi del problema se non con lo sbarazzarsi anche di noi o, in alternativa, bisognerà arrivare a riconoscere quello che è evidente e che la rappresentanza dei 250 non vuole riconoscere. E chiarisco meglio. La rappresentanza non vuole riconoscere che non significa rappresentare tutti comunque nella stessa misura. Ognuno ha approcciato in modo diverso la vicenda, anche se interessato. Tifanny è una donna. Lo è per una conquista culturale avvenuta con tanti anni di ragionamenti e lotte. Mentre scrivo mi arriva un messaggio, mi girano un post di Facebook. Una certa Liana Mazzanti scrive: «Perché non fanno un torneo di uomo diventato donna solo per loro… senza rovinare un bel gioco..». Come si può discutere di questo argomento relegandolo solo allo sport, quando esistono persone che riescono a scrivere anche questo? Mi arriva un altro messaggio, chi ha scritto è la madre di una giocatrice del Pesaro. È evidente che non aveva nessun interesse naturalmente… sicuramente nessun interesse a spiegare a sua figlia cos’è la discriminazione. È più importante salire in A1. Ma come farebbe a spiegarglielo?

Noi non possiamo parlare perché «la stiamo usando a scopo pubblicitario» e lei neanche perché «si è fatta operare solo per guadagnare più soldi». Rifletto sulla distanza dei due approcci e mi accorgo che comincia ad essere di anni luce. Tanto da non poter trovare un punto di contatto se non curvando lo spazio.

Rileggo gli articolo del Giornale di Brescia e di Brescia Oggi, i quali riportano che la colpa è praticamente delle battute sbagliate, dell’attacco scadente della squadra bresciana, tanto da pormi, per l’ennesima volta, la domanda: «E cosa c’entra Tifanny se sbagliano le battute e non hanno saputo attaccare?», ma il capro espiatorio è ugualmente lei; infatti è evidente dai titoli che fanno riferimento alla “Transessuale Brasiliana” o “della giocatrice transessuale” o “ventotto punti realizzati dalla giocatrice Trans”, che sottende un disprezzo per la diversità tale da ricordare certi momenti bui della storia, mentre il pensiero va ai tanti miei compaesani, molti sicuramente non più tanto giovani, intervistati nella Villa Comunale di Palmi, che hanno strabiliato i giornalisti di La7 con la loro apertura mentale rispetto a questi scribacchini da quattro soldi (noi per fortuna ne abbiamo solo uno…); sembravano più giovani di 100 anni. Questo mi ha spinto a dire: «Sì, veniamo noi a dirvi come si fa, voi fate la vostra strada che noi vi veniamo dietro», e in quel momento mi sentivo di poter parlare non solo in rappresentanza della Golem Volley ma come persona che in quel momento rappresentava anche Tifanny e la comunità di Palmi, che l’ha accolta con curiosità ma senza nessun retro pensiero. E dico questo con cognizione e convinzione, visto che mi hanno posto un problema “etico” per non farla giocare. Un problema etico? L’etica vorrebbe che lei non giocasse? Ma siamo alla follia? Sì, forse sì. Di fatto, diceva qualcuno, che la pazzia si basa sul pregiudizio. Ma quella è un’altra storia…. Forse.

Voglio avvertire, e sia chiaro, che non credo alle parole se non seguite dai fatti. Che nessuno venga a dire che “rispetta la mia scelta…”. Non c’è nessun ma.

Intanto imparate a chiamarla per nome. Lei non si chiama “La giocatrice Trans”, lei si chiama Tifanny Pereira de Abreu ed è una donna.

Lo confesso: condivido moltissimo di quanto scrive lo sponsor della squadra calabrese. E non riesco a vedere una via d’uscita vista l’ignavia con cui hanno agito molti dirigenti (ir)responsabili, a incominciare da quelli dell’Ioc (International Olympic Committee), che noi chiamiamo Cio, e della Fivb (federazione internazionale di volleyball) ai quali mi sono rivolto per avere informazioni sul percorso di Tifanny e, quindi, sulla regolarità del suo tesseramento.

Come i nostri lettori ben sanno, l’Ioc mi ha invitato a rivolgermi alla Fivb e la federazione internazionale ha risposto che Tifanny era autorizzata a giocare in base al passaporto brasiliano. Che vale come documento civile, ma non per praticare sport “professionistico” o comunque nell’ambito delle federazioni che fanno riferimento all’Ioc. Il quale Ioc – nel novembre 2015 – ha stabilito alcune regole per la riassegnazione di genere.

Ora, anticipando possibili guerre di religione, verità che non sono verità e comunque risulta difficile accertare, sarebbe bastato – in base alle regole vigenti – che la Fivb avesse semplicemente chiesto a Tifanny, o a chi per lei ha presentato richiesta di tesseramento da donna, di esibire la documentazione che rispetta i parametri previsti dall’Ioc. Peraltro molto favorevoli – come ha spiegato con rara scienza e sapienza il professor Gian Paolo Chittolini, oggi preparatore atletico della Liu Jo, una vita nello sport – a chi cambia sesso, diventando donna.

Tifanny Abreu

Tifanny Abreu

Tifanny ha rispettato il percorso che prevede controlli che durano un anno e la quantità di testosterone è entro i limiti previsti? Può giocare.

Ciò a prescindere da altre situazioni, che pure meriterebbero attenzione, ma che l’IOC Consensus Meeting on Sex Reassignment and Hyperandrogenism November 2015 non ha previsto, con incredibile disattenzione.

Dunque, sarebbe bastato chiedere la documentazione, ma, vista la risposta a noi inviata e il comportamento seguito, ciò non sarebbe avvenuto. Insomma, alla Fipav, la federazione italiana pallavolo, la Fivb avrebbe trasmesso l’autorizzazione solo sulla base del passaporto brasiliano.

Salvo poi, viste le conseguenze, a incominciare dalle proteste delle altre società che hanno imposto alla Lega di muoversi, fare una sorta di marcia indietro e demandare a Coni e Fipav l’invito, che sembra più un obbligo, a promulgare le norme valide a livello nazionale.

Si è mossa la Fipav, che oggi ha scritto alla Lega Pallavolo Serie A Femminile una lettera avente per oggetto la regolamentazione federale in materia di Transgender.

La lettera è firmata da Alberto Rabiti, segretario generale della Fipav:

“Come da impegno preso dalla scrivente Federazione in occasione della riunione del Consiglio Federale del 10 marzo, effettuato un consulto medico-scientifico con l’Istituto di Scienza dello Sport del Coni relativamente alla possibilità di normare per la parte prettamente sportiva la materia dei Transgender, si conferma che la normativa di riferimento rimane in senso assoluto quella emanata dal Cio con il documento di consenso su Sex Reassignment and Hyperandrogenism datato novembre 2015 e contenente raccomandazioni in materia di Transgender, raccomandazioni che hanno riempito un vuoto normativo ed hanno allineato il sistema normativo sportivo alle più moderne normative giuridiche che definiscono l’identità di genere.

“Più specificatamente si sottolinea che oggi l’unico indicatore medico-scientifico che può dire che un atleta può giocare in una categoria maschile o in quella femminile è il livello di testosterone; tale livello, per potere essere considerati donna, non dovrà eccedere per un anno intero i dieci nanogrammi per litro, dovrà essere raggiunto un anno prima dell’evento sportivo al quale si intende partecipare.

“Il rispetto di tale condizione può essere monitorata da appositi test ed in caso di non conformità l’atleta dovrà essere sospesa dalle competizioni per una durata di dodici mesi.

“Gli atleti transgender che intenderanno partecipare a competizioni pallavolistiche su tutto il territorio italiano dovranno pertanto presentare, oltre alle documentazioni già previste dalla legge, i risultati dei monitoraggi sopra descritti, inviandoli al Medico Federale…”.

La lettera è datata 16 marzo. Quindi intenderanno è inteso al futuro, ma Tifanny che gioca già, è in regola con la norma?

Alla luce della risposta fornitami da Richard Baker responsabile della comunicazione della Fivb, mi sia consentito di dubitare.

La conferma di quanto scritto ieri: si chiudono le stalle quando i buoi sono scappati. E la colpa non è di Tifanny e neppure della Golem Software Palmi se alcun dirigente si è sentito in dovere di fare applicare norme già in vigore. E’ evidente che le colpe stanno altrove. Dove? Prima di tutto a Losanna, ma anche a Roma, dove forse si pensava più alle elezioni per il rinnovo delle cariche federali che a mettere mano a una questione che avrebbe, e può, oggi ancor di più, mettere a sconquasso la pallavolo femminile italiana.

Meno che meno è colpevole chi, legittimamente, pretende che la giocatrice brasiliana sia in regola con le norme del Comitato Olimpico Internazionale, che – lo ribadisco – sono favorevoli alla transgender donna.

Ora, se Roberto Recordare ha mille ragioni per fare valere la sua scelta, le altre società pure. Il rischio, fondato, è che qualunque decisione sarà presa porterà a una guerra che probabilmente finirà in tribunale.

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