Bartolomeo di Giovanni Corradini, alias ‘Frà Carnevale’, pittore e religioso italiano ad Urbino e le sue due opere esposte

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3 maggio 2017

Giuliano Nardelli

URBINO  – Recandosi per una visita ad Urbino, è d’obbligo una tappa al Palazzo Ducale, sbalorditiva dimora principesca, voluta dal duca Federico da Montefeltro (1422-1482) signore della città dal 1444 al 1482. Qui ha sede la “Galleria Nazionale delle Marche”, in quel che fu considerato la fucìna di ingegni e di opere d’arte del Quattrocento e non solo, con inestimabili lavori eseguiti da autori eccellenti quali Piero della Francesca, Raffaello Sanzio, Giovanni Santi, Federico Barocci, Paolo Uccello, Giusto di Gand, Tiziano Vecellio, Guido Reni, Orazio Gentileschi, Pedro Berruguete, Giovanni Bellini, Luca Signorelli, Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Luca della Robbia e tanti altri ancora.

Fra Carnevale

Fra Carnevale

Ma tra questi affiora un nome di cui pochi, a tutt’oggi, ne considerano il valore artistico: è quello di Frà Carnevale, nato a Cavallino di Urbino nel 1416 circa e morto presumibilmente nel 1484 dove, entrato nell’ordine dei domenicani nel 1449, assunse il soprannome di Frà Carnevale, vuoi per deferenza al periodo quaresimale, che per la sue pinguedine ed “indole amena e festevole”. Nel novero dei dipinti si è più volte fatto anche il nome della celebre Città Ideale, (un dipinto a tempera su tavola da 70 cm. di altezza per 2,40 mt. di lunghezza) in omaggio all’architettura e all’arte della prospettiva, assurto a manifesto dei valori dell’armonia e della bellezza propri della città ideale dell’Umanesimo, ma attribuito ad altri esecutori. Il Vasari, comunque, lo definisce “eccellente nelle prospettive”, e in una segnalazione dell’inventario del 1599 del Palazzo Ducale di Urbino viene ricordato anche quale autore di “un quadro longo d’una prospettiva antica ma bella di mano di fra Carnevale” (con molte probabilità la Città ideale di Urbino).

Per evitare esitanti teorie è preferibile considerare perciò le sue opere certe principiando dal nome di August Schmarsow che nel 1886 fu tra i primi critici che valutarono i capolavori del pittore, oggi presenti a New York, al Metropolitan Museum of Art, e a Boston, al Museum of Fine Arts, delle due Tavole Barberini, la “Natività della Vergine” e la “Presentazione della Vergine al Tempio”, ritenendo nell’artefice Frà Carnevale. A suffragio di questa tesi interverrà anche Richard Offner nel 1939 e molto più tardi Federico Zeri nel 1961, che conclamerà definitivamente Frà Carnevale Maestro delle Tavole Barberini e unico artista ad aver eseguito le due Tavole.

Le poche e rare notizie su questo interprete di talento, ermetico pittore ed architetto marchigiano risalgono al 1451 per una compravendita di un quadro a Urbino, al 1456 per comporre una pittura su tavola e al 1461 quando si viene a conoscenza che predica a Pieve di San Cassiano di Cavallino dove, impegnato religiosamente, resse la parrocchia dagli ultimi anni cinquanta del Quattrocento fino alla morte. Figura di notevole rilievo nello sviluppo dell’arte rinascimentale fu uno dei protagonisti presso la corte urbinate di Federico II da Montefeltro. Il Vasari, pittore e architetto aretino nonché appassionato e meticoloso storico dell’arte italiana, nel 1550 narra di Fra’ Carnevale, definendolo “fra’ Bartolomeo altrimenti fra’ Carnovale da Urbino”. Viene da pensare però che la vita di questo domenicano si celi tutta nei golfi di silenzio e di penombre del monastero e con essi si confonda, senza che di lui nulla emerga con la certezza del visibile ad eccezione di una cosa: la forza naturale della sua pittura prospettica e la certezza che solo un uomo di Chiesa può esprimere nell’arte della semplicità estrema, con così tanti percorsi pittorici e religiosi di alta spiritualità. Sono due le magnifiche ed incantevoli opere da contemplare nel Palazzo Ducale, che si trovano ubicate nell’Appartamento della Jole, nella sala III del percorso consigliato, così chiamato perché il camino della prima stanza del piano nobile è ornato con due sculture che raffigurano la mitica Jole, figlia del re di Tessaglia, e il suo amante Ercole entrambi adibiti a cariatidi.

Crocifisso

Crocifisso

Analizzando quindi, in primis, il quadro del Crocifisso si sottolinea che alcune delle sue peculiarità illustrative (assenza della corona di spine, perizoma trasparente) si trovano in opere del territorio urbinate tale da far pensare ad una specifica tradizione iconografica e che inizialmente fosse stato assegnato dal Longhi ad un altro marchigiano, un certo Ludovico Urbani da San Severino, e che oggi si può ipotizzare fosse inizialmente destinato al posto di cimasa di un polittico di elevate misure. L’intensità del dipinto, dove il dolore e la pace della morte sono segnati nel volto di Cristo, il cielo di cirri filiformi, caratteristica questa dell’autore, il boschetto degli alberi a destra del dipinto, le rocce spezzate sul proscenio e la pianura sul fondo con la visione di un pezzo di mare e tre velieri pronti a salpare, sono tutti elementi distintivi dai caratteri tipici marchigiani che fanno capo al nome identificativo del Maestro delle Tavole Barberini e ravvisabile ormai in Fra’ Carnevale.

Mentre invece l’Alcova di Federico da Montefeltro, stupenda e meravigliosa opera interamente eseguita in legno, fu scoperta nei magazzini del Palazzo Ducale incompleta e smembrata nel 1912, e ricostruita posizionandola nella terza sala dell’appartamento della Jole, dove tuttora si trova. Nel  1961 Zeri ha rivendicato la paternità dell’Alcova al Maestro delle Tavole Barberini, inizialmente indicato dal critico romano a Giovanni Angelo di Antonio e successivamente a Bartolomeo Corradini, in arte Fra’ Carnevale. Essa fu realizzata per essere posta in un angolo e doveva contenere al suo interno un letto, che veniva collocato sopra un’alta pedana e le sue dimensioni adattate all’ambiente circostante. Integralmente in legno, di cui in tiglio per le modanature e le parti intagliate, e in abete rosso per i pannelli, contiene dieci dipinti di alcune piante con foglie, fiori e frutti e in sei pannelli, che ornano l’Alcova, sono rappresentate   alcune figure di animali, riferibili alla classe degli uccelli. Come piante, le raffigurazioni fitomorfiche (relative alla botanica), tra le altre ancora incerte si riconoscono il melograno, simbolo di matrimonio e fertilità, l’edera, simbolo di fedeltà e di amore eterno, il cotogno, simbolo della famiglia Sforza a cui apparteneva la sposa di Federico e legato all’amore e alla felicità. Mentre per le raffigurazioni zoomorfiche (relative alla fauna), gli unici uccelli che si individuano sono i merli ma anche forse una cicogna e un barbagianni.

Alcova di Federico da Montefeltro

Alcova di Federico da Montefeltro

Scrive Zeri che: “[…] Si tratta dell’alcova di Federico da Montefeltro, le cui iniziali appaiono ai due lati dell’apertura d’ingresso, nei capitelli delle lesene, che altrove recano le divise e gli emblemi del Duca e Gonfaloniere: l’ermellino, la spazzola, l’aquila, le fiamme, la granata che scoppia e gli stemmi feltreschi. Stupendamente architettata a mò di sacello, e spartita ritmicamente dalle lesene che si innalzano dai plinti dello zoccolo, l’alcova reca una decorazione a finti marmi, su cui, ai fianchi dell’apertura centrale, spiccano gli stemmi dei Montefeltro […]”. Le teste dei cherubini alati, sono legati l’uno all’altro da festoni intrecciati a nastri svolazzanti ed è riconducibile al fregio della “Presentazione della Vergine al Tempio” del Maestro delle Tavole Barberini, che orna la sommità della iconostàsi (tramezzo di divisione fra celebranti e fedeli) da cui è divisa in due la basilica.

A conclusione di questo breve excursus storico la figura di Frà Carnevale, personalità eclettica divisa fra attività di pittore e uomo di fiducia di Federico da Montefeltro, può essere considerata quella di un’artista legato alla sua terra d’origine, che ha contribuito alla genesi del Ducato di Urbino e ad accrescere la fama del duca Federico.

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