Il focus di Pu24: da Multicultura a Intercultura

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10 maggio 2017

Giuliano Nardelli

Ci mostriamo perplessi ma anche confusi di fronte agli innumerevoli articoli che leggiamo o sentiamo alla televisione o alla radio quotidianamente, e che ribadiscono sempre le stesse identiche parole: numerosi sbarchi di migranti in Sicilia o stragi senza fine nel mare, con diverse migliaia di morti nel Mediterraneo. L’intensa migrazione di coloro che tentano di attraversare il mare, sono persone provenienti da vari paesi in subbuglio e in fuga dai tanti conflitti, guerre, dittature e violazioni dei diritti umani perpetratesi nel tempo, in speciale modo da Siria, Afghanistan, Iraq, Etiopia e altri Paesi dell’Africa Subsahariana. Molti di essi non sono indigenti e per circa l’80% sono giovani uomini che non superano i 35 anni di età, e che provano tramite le vie d’accesso del Mediterraneo e dei Balcani ad entrare nel Vecchio Continente, speranzosi in un mondo e una vita migliore. Devono altresì pagare dai 4mila ai 10mila dollari per poter espatriare tramite organizzazioni di trafficanti, con denari prestati da parenti o con pagamenti a rate o con vendite di mandrie. Con più di un milione e mezzo di immigrati di varia provenienza, anche il nostro Paese si sta “avviando a diventare una società multietnica e multiculturale, con tutte le problematiche politiche e sociali che ne conseguono”.

Ma siamo poi veramente disposti ad accoglierli seguendo un codice e un verbo puramente etico e non invece meramente discriminatorio? Il desiderio di acquisire maggiore consapevolezza di fronte al ruolo educativo che l’attuale società, sempre più multiculturale e multietnica dovrà svolgere, è quella di approfondire i concetti di Multicultura (convivenza di più culture sullo stesso territorio) e Intercultura (rapporto relazionale di tipo qualitativo tra persone afferenti a culture differenti) che fanno ormai parte del nostro linguaggio quotidiano, ma che sono spesso usati in maniera impropria. Su tutti prevale però ancora il pregiudizio, l’etnocentrismo e l’atteggiamento di chiusura che gli stessi immigrati possono avere nei confronti della cultura del paese ospitante e viceversa. Queste, infatti, sono le principali difficoltà che si incontrano quando persone provenienti da diversi paesi con religione, lingua e cultura diverse convivono in uno stesso territorio. In Italia, ma anche in altri paesi d’Europa, il termine cultura ha avuto un concetto ridotto, in riferimento al patrimonio conoscitivo posseduto da persone fornite di istruzione superiore. Prendendo ad esempio le idee del filosofo e letterato tedesco Johann Gottfried Herder, la kultur più che come ideale da raggiungere, è ideata come una ricchezza comune da essere condivisa e trasmessa da una generazione all’altra e che si identifica in ciascun popolo, rendendolo diverso dagli altri; ma anche il britannico Edward Burnett Tylor, considerato uno dei fondatori della moderna antropologia scientifica asserisce che la cultura è il prodotto di una società e della sua storia evolutiva che non si trasmette geneticamente, ma acquisita attraverso il processo di inculturazione. In questo imprescindibile contesto di avvio formativo, anche la visione di Martin Luther King di un futuro senza discriminazioni culturali o etniche è lecitamente pensata come un manifesto programmatico per gli ultimi trent’anni e i prossimi cinquanta. I suoi concetti ed i suoi pensieri sono state ripresi in tutto il mondo nelle tante lotte volte ad acquisire eguaglianza per tutti, indipendentemente dalle differenze culturali, etniche, o religiose. Il leader del Movimento per i diritti civili auspicava esattamente a questo e cioè eguali diritti basati su diritti civili, nella premessa di una cittadinanza eguale e individuale. Vi sono decine di milioni di immigrati illegali negli stati occidentali, e decine di milioni di immigrati legali che, nondimeno, non sono cittadini e ai quali sono quindi negati i pieni diritti civili. Nessuno di questi due gruppi ritornerà semplicemente nei luoghi da cui è partito, o perché essi hanno ancor meno diritti civili nei loro paesi d’origine o perché le economie occidentali “fanno di essi un ottimo uso”. Ormai numerose esperienze ci dicono che la coesistenza di più etnie e lingue diverse in una medesima area, pone problemi educativi, scolastici e che, se i paesi si attrezzano per affrontarli, risolvendoli in positivo, si attenuano e svaniscono persino i problemi di natura sociale, produttiva, giuridica e politica. In caso contrario prima o poi i problemi che ne conseguono, anche extrascolastici esplodono con violenza.

multiculturaPoi vi sono altri ostacoli quali i fraintendimenti non verbali, dovuti all’errata interpretazione di aspetti non parlati della comunicazione, quali le posture, le espressioni del volto ecc; i preconcetti e gli stereotipi; la tendenza a giudicare invece di cercare di cogliere la visione del mondo dell’altro; l’ansia che innesca meccanismi di difesa e produce distorsioni delle percezioni. Questi appena elencati sono gli ostacoli che determinano la cosiddetta impasse della comunicazione interculturale, che richiede invece un atteggiamento investigativo e una elevata tolleranza per l’incertezza che caratterizza questo genere di contatti. Un motivo per un inserimento sociale di natura prioritaria è quindi, senza meno collegata, all’acquisizione della consapevolezza che una istruzione didattica protesa alla conoscenza della lingua possa dare un valore aggiunto per un inserimento sociale e più esattamente come strumento per arricchire la qualità dei rapporti ed è inoltre è prerogativa essenziale per una opportunità di crescita nell’ambiente del lavoro.

Ma dove si insediano e lavorano gli immigrati? Le grandi città mantengono ancora la capacità di attrazione del passato, anche se si è prodotto un cambiamento nella geografia dei luoghi di provenienza degli immigrati. Attualmente gli insediamenti delle comunità estere costituiscono sicuramente una realtà non trascurabile; tuttavia, nella maggior parte dei casi, questi appaiono discreti ma diffusi sul territorio quasi a mimetizzarsi tra i piccoli paesi e cittadine medie. I settori che si prestano al lavoro dei numerosi migranti restano invece l’edilizia e la manovalanza nel settore della piccola industria, lavori stagionali negli alberghi, spiagge e turismo in particolare, costruzioni, pesca, servizi e terziario. Verso il Sud d’Italia, in particolare nelle zone della Sicilia e di tutto il meridione, è nell’ambito della pesca e dell’agricoltura che vengono maggiormente impiegati, così come nei lavori di raccolta dove i mercati del lavoro continuano ad essere gestiti secondo le regole del caporalato. Qui si accettano salari inferiori a quelli della manodopera locale, e ci si adegua a tempi di lavoro che certamente esulano dagli accordi sindacali, senza pretendere tutele per la sicurezza e la salute. Non dimentichiamoci, inoltre, che la maggior parte degli immigrati viene da paesi autoritari e che, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha alcuna dimestichezza con la democrazia e le sue regole. Piuttosto sono i rischi che corre il migrante dal punto di vista sociologico e della sua salute psichica, dal momento in cui avviene la separazione, la partenza, il viaggio, l’arrivo a destinazione e che sono tutte situazioni di incognita, di ansia e disagio, che producono rotture di equilibri soggettivi, momenti di contraddizione di sofferenze e di vane aspettative, dove in effetti la storia di immigrazione ha comunque a che fare con una scelta di separazione dal contesto famigliare, affettivo, sociale e culturale linguistico originario. Se l’Italia è quindi ancora meta ambita, questo significa che, alla luce del sole o nel sottobosco del lavoro illegale, molti spazi sono ancora disponibili, ma non per questo dobbiamo cercare di avere dei comportamenti avversi nei loro confronti, discriminandoli ogni qualvolta si presenta l’occasione, ma compiere insieme un cammino che porti alla consapevolezza e alla condivisione reciproca, agevolandoli nella loro collocazione e nelle regioni a più ampio spettro economico, adatto a raccogliere tali individui.

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