L’approfondimento di Pu24: Divorzio senza più Vitalizio

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23 maggio 2017

Giuliano Nardelli

divorzioQualche settimana fa abbiamo strabuzzato gli occhi di fronte alla notizia che la Cassazione Italiana ha rivoluzionato l’assegno divorzile (somma che uno dei due coniugi è tenuto a versare all’altro in caso di divorzio) con la sentenza 11504, come succede nel resto d’Europa, il cui verdetto recita: ”La Prima sezione civile ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell’assegno al parametro del tenore di vita matrimoniale, indicando come giudizio di spettanza dell’assegno, avente natura assistenziale, l’indipendenza o l’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede”. Cosa sta a significare? Niente più soldi a chi si mantiene da solo. In poche parole quello di sposarsi, secondo la Cassazione, è un atto di libertà e autoresponsabilità e, nel caso le cose dovessero metttersi male, si tornerà ad essere singles, senza reclamare rendita alcuna all’altro coniuge più abbiente. Nella giurisprudenza che attiene appunto il divorzio in Italia, si legge che la Suprema Corte dichiara che versare un assegno alto può essere d’intralcio alla formazione di una nuova famiglia, e questo viene riconosciuto come un “diritto a rifarsi una vita” e quindi una violazione alla Corte di Strasburgo e della Carta dell’Unione Europea. D’altronde siamo stati testimoni di alcune odissee che taluni personaggi più in vista quali politici, attori, presentatori famosi hanno dovuto passare, versando mensilmente svariati milioni a vantaggio di ex mogli o ex mariti più bisognosi, ma non solo per queste categorie. Quindi in questo caso la sentenza numero 11504 della Cassazione sull’assegno di divorzio, indica alcun valori atti ad accertare la sussistenza dell’indipendenza economica dell’ex coniuge appellante, tra cui viene messo in risalto la dimostrazione di non essere in grado di autosostenersi, di non avere un lavoro permanente o di essere precari con la propria salute; chiaramente per quanto corcerne il mantenimento dei propri figli, l’assegno dovuto si rivelerà un istituto dissimile da quello presunto per l’ex coniuge. Il divorzio, infatti, oltre a essere ancora un fenomeno socialmente difficile da accettare, comporta conseguenze materiali e finanziarie, nonché ricadute sul legame con i figli.

Ma vi ricordate curiosamente quando venne istituito il divorzio? Il primo progetto di legge per il divorzio, dai tempi dell’unità d’Italia, era stato presentato dal deputato liberale pugliese Salvatore Morelli con il titolo Disposizioni concernenti il divorzio, e risaliva al 1878. Ne erano seguiti altri (1880-1883, 1892, 1901), fino alla tentata riforma, nel 1902, posta in atto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che aveva provocato le dimissioni del Ministro dei Lavori pubblici Gerolamo Giusso, dichiaratosi “offeso nei suoi sentimenti di cattolico”, e perfino l’intervento del re Vittorio Emanuele III° in persona a confermare l’indissolubilità del matrimonio. Ma fu solo con la sinistra socialista radicale e repubblicana che fu presentato, nel 1920, un nuovo progetto di legge sul divorzio che però rimase senza conseguenze, anche a causa della chiusura anticipata della sessione parlamentare nel 1922. Il problema del divorzio veniva nuovamente affrontato, dopo la Liberazione, dall’Assemblea Costituente, e nel gennaio 1970 il divorzio faceva il primo passo anche al Senato, dove, a maggioranza, la relativa Commissione esprimeva il parere di costituzionalità del disegno di legge Fortuna-Baslini, già approvato alla Camera. “La democrazia si rafforza” era il titolo con cui, il 14 maggio 1974, apriva la prima pagina il Corriere della Sera; commentando i risultati del referendum il Daily Mail aveva scritto che la vittoria più grande l’aveva avuta il cattolico italiano che aveva osato sfidare la Chiesa; e Le Monde scriveva che ormai il credente in Italia non era più costretto a votare per la Dc invitando lo straniero a modificare l’immagine che si dava abitualmente della penisola italiana.

E’ singolare, invece, andare a spulciare le motivazioni che già in quegli anni si annotava:

L’art.1 (legge 898/1970) affermava che «il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio quando accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita», e il Tribunale dovrà accertare l’esistenza di due condizioni: la prima, costituita da una stabile convivenza, organizzazione domestica comune, reciproco aiuto personale e presenza di rapporti sessuali; la seconda che uno dei coniugi sia stato condannato all’ergastolo o a qualsiasi pena detentiva di particolare gravità, che il matrimonio non sia stato consumato e che sia stato dichiarato giudizialmente il mutamento di sesso di uno dei coniugi. La dichiarazione di nullità del matrimonio religioso comportava anche la cessazione degli effetti civili, tra cui l’obbligo al pagamento degli alimenti. E dopo quasi 50 anni ci ritroviamo testimoni dello stessa norma, che per ben dieci lustri ci ha scortato o difeso, ma che dà modo al coniuge benestante del diritto di rivalsa per la “reconquista tempore”, e che non mancherà di produrre proseliti dei pro e dei contro nei mesi a venire, venendo così a depennarsi un’altra pietra miliare del tenore di vita assunto in costanza di matrimonio.

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