#BastaTacere! La ‘violenza ostetrica sommersa’ nella rubrica di de.Sidera

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31 maggio 2017

Dott.ssa Arianna Finocchi*

basta_tacereSulla scia dell’hashtag #breakthesilence lanciato dal network internazionale Human rights in childbirth, possiamo renderci conto che migliaia di donne in tutto il mondo hanno provato l’umiliazione, la frustrazione, il dolore fisico e psicologico di dare alla luce il proprio figlio in un contesto offensivo, sfacciato e irrispettoso delle proprie esigenze.
Il disegno di legge presentato l’11 marzo 2016 denominato «Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico», prevede, tra l’altro, l’introduzione di un reato di violenza ostetrica punibile con la reclusione da due a quattro anni, salvo che il fatto costituisca più grave reato.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento relativo alla prevenzione e all’eliminazione degli abusi prima e durante il parto. Tra le altre misure viene richiesto ai governi un maggiore supporto in merito alle ricerche e alle azioni da intraprendere per evitare gli abusi alle donne in attesa. L’Argentina, il Messico, il Venezuela, hanno già provveduto a codificare le ipotesi di violazione dei diritti delle donne, che peraltro, secondo noi violano, in linea generale, i diritti umani in genere.
Dalle donne che hanno subito violenze in sala parto o in attesa di quest’ultimo, vengono denunciati gli ingiustificati e dolorosi tempi di attesa durante il travaglio per partorire, l’obbligo a dover scegliere la posizione supina durante il parto senza poter richiedere posizioni più comode o naturali, la mancanza di un consenso informato nelle fasi precedenti e contemporanee al parto che illustri adeguatamente alla paziente i rischi connessi alle scelte effettuate. Molte donne hanno denunciano abusi e pratiche scorrette o non necessarie in sala parto o pre parto, per non parlare di dialoghi o appellativi poco edificanti se non estremamente offensivi rivolti alle donne, che oltre ad essere emotivamente fragili e spaventate, sono sottoposte a dolori inimmaginabili.
«Il bambino si presentava podalico. Nessuno mi ha informato che potevo aspettare il travaglio e partorire naturalmente come avviene negli altri Paesi europei. “Meglio il cesareo!“ continuavano a dirmi. Ho sofferto tantissimo per settimane, il mio allattamento è fallito dopo giorni di lacrime»; «Quando chiesi di darmelo in braccio immediatamente scoppiarono a ridere: “Dove l’ha letto? Su Bimbi Sani e Belli?”»; Non mi è capitato in un piccolo presidio improvvisato: ma in un grande ospedale della capitale d’Italia, dove un’ostetrica troppo giovane e una dottoressa distratta- entrambe donne, un paradosso- hanno trasformato la nascita del mio primo figlio in una tortura legalizzata, che ancora adesso ricordo con i brividi di terrore. Queste alcune delle testimonianze di donne che hanno subito violenze psicologiche e/o fisiche in uno dei momenti più delicati della loro vita. “Alla fine l’ho accettato, come una sanzione dovuta alla nascita, un pegno da pagare per quel bimbo bello che avevo tra le braccia, un sacrificio giusto per avere in cambio il premio di un figlio. Leggendo e rileggendo le storie di donne di tutto il mondo, capisco che non è così”, racconta l’ennesima donna ferita.
Ma le testimonianze non sono solamente quelle delle partorienti, sono anche quelle di alcune ostetriche costrette a subire, a loro volta scelte imposte, percorsi professionali non del tutto condivisi. «Una paziente che non dava problemi è stata costretta a rimanere immobile sul lettino nonostante chiedesse di cambiare posizione perché così le riusciva difficile spingere. Ma le dissero che non poteva: “Con questo medico di guardia si fa così”»; «Quando ero allieva ostetrica mi hanno obbligata a fare una episiotomia su una donna inerme dicendomi: Se non la fai non ti faccio laureare!» e ancora, bambini separati senza motivo dalle madri, tagli cesarei effettuati senza che l’anestesia avesse fatto effetto, costole rotte, allusioni a dolori quali conseguenze di pratiche sessuali piacevoli, per cui, senza diritto alcuno di lamentarsi: violenze gratuite, perfino troppo anche per chi si trova dalla parte del personale sanitario. Procedure mediche dolorose, a volte considerate ingiustificate, a volte eseguite
senza la reale approvazione della partoriente; l’insofferenza di un personale sanitario stanco e forse a corto di risorse; umiliazioni, abusi e violenza verbale. La realtà la raccontano anche le stesse ostetriche, che da anni combattono contro la trasformazione del loro stesso lavoro. «Da quando manca un rapporto privilegiato con ogni donna in travaglio, molti ospedali sono diventati bambinifici»; «Senza il tempo giusto da offrire, tutto diventa un meccanismo finalizzato alla produzione dell’atto del partorire. Arriva una donna in travaglio, le dicono “mettiti qui”, la visitano. Nessuno chiede con interesse personale “Come stai?”, “Come ti senti?”, se ha mangiato o se sta bene nel posto in cui è stata lasciata».

violenzaostetricaTra tutto questo, già nel 2014 l’OMS evidenziava non solo l’abuso fisico diretto o la trascuratezza nell’assistenza medica, ma anche la profonda umiliazione, il rifiuto a offrire un’adeguata terapia per il dolore, e la mancanza di riservatezza o di un consenso realmente informato. Quando l’OMS si pronuncia, intende rivolgersi a tutta la comunità mondiale e non solo ai paesi che noi, primo mondo, consideriamo arretrati e lontani da noi, a ragione, visto che anche in Italia, l’esperienza del parto continua in molti casi ad essere vissuta come un trauma.
Le pazienti devono essere tutelate non solo dal punto di vista strettamente sanitario, ma anche dal punto di vista morale e della dignità umana, tenendo in considerazione che il momento del parto è quello in cui la donna è più vulnerabile, non solo per quanto riguarda la salute ma anche sotto l’aspetto psicologico. A tal proposito è interessante leggere l’inciso della dichiarazione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità su questo argomento: «Ogni donna ha il diritto ad ottenere i più alti standard di salute, che includono il diritto ad avere un’assistenza sanitaria dignitosa e rispettosa». In Italia, per la verità, esistono già delle iniziative regionali che si occupano di tutelare le donne – va ricordata la legge regionale del Lazio del 3 giugno 1985 numero 84, che si occupa di promuovere le condizioni per assicurare la dimensione umana del parto – ma purtroppo queste leggi regionali spesso non vengono applicate.
La ‘violenza ostetrica’ in sala parto è uno dei problemi sommersi della sanità italiana, E allora: #BastaTacere!

*Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa

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