Lo scudetto di Venezia “visto” da Pu24. La situazione in casa Vuelle

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21 giugno 2017

La vittoria dello scudetto di Venezia (Foto tratta dalla pagina Facebook Reyer Venezia)

La vittoria dello scudetto di Venezia (Foto tratta dalla pagina Facebook Reyer Venezia)

PESARO – Alla fine è stata Venezia a salire sul trono del basket italiano, 74 anni dopo l’ultimo successo, conquistando il suo terzo scudetto e lo ha fatto con merito, al termine di una stagione che ha visto la Reyer sempre nei quartieri alti della classifica, pur con qualche alto e basso di troppo, ma nei playoff è venuta fuori la maggiore esperienza rispetto agli avversari, agevolata dall’uscita di scena di Milano, perché è chiaro che è l’Armani ad aver perso l’ennesima occasione di far valere la sua netta superiorità, ma a Venezia poco importa e da ieri sera in laguna possono festeggiare le gesta sportive dei ragazzi di coach de Raffaele, bravo ad instillare nei suoi giocatori la mentalità vincente, quella che ci voleva per superare le avversità durante questi playoff, in cui l’Umana si è spesso distratta, perdendo qualche partita casalinga di troppo e alzando bandiera bianca troppo presto in alcune trasferte, perse con scarti vicini ai venti punti. Nei quarti ha avuto ragione di una combattiva Pistoia, espugnando il parquet toscano in gara quattro, in una serie vinta agevolmente per tre ad uno, ma in semifinale le cose si sono complicate, perché quella tra Avellino e Venezia era una sorta di finale anticipata, nella quale l’Umana è stata brava a far suoi i finali in volata, qualità indispensabile per andare avanti e che si è dimostrata molto utile anche in finale, nelle sfide numero cinque e sei contro la Dolomiti, quelle decise da episodi anche fortunati, ma in cui ha portato a casa il risultato chi ha sbagliato meno.

Sì perché di pallacanestro spettacolare non s’è ne vista molta, con tanti errori e un abuso del tiro da tre che ormai è diventata una costante, ma d’altro canto è almeno cinque anni che il nostro basket vive una parabola discendente, con pochissimi giocatori di talento che calpestano i nostri parquet e nessuna novità dal punto di vista tecnico, con gli allenatori nostrani che continuano a vivere di pick and roll e tiro da fuori, senza nessuna intenzione di sperimentare qualche novità tattica.

Qualcosa di nuovo ha provato a farla Trento, dove coach Buscaglia ha cercato di far correre e difendere i suoi giocatori al meglio delle loro possibilità, con un quintetto spesso carente di centimetri rispetto a quello veneziano, ma alla fine la rotazione ridotta a soli otto uomini è stata determinante, con Venezia che ha potuto arrivare più fresca nei minuti finali, quando ogni pallone scotta tra le mani ed ogni piccolo errore è decisivo, come quei quattro tiri liberi falliti da Hogue in gara cinque, il vero peccato capitale commesso dalla Dolomiti in questa serie, in un match che l’aveva vista sempre condurre e che Venezia è stata brava a portare a casa con la tripla di Bramos, azione simbolo di questa finale scudetto.

E’ stato lo scudetto di Filloy e Marques Haynes, del sempreverde Tomas Ress e di Esteban Batista, magari non fondamentale, ma che in ogni caso è arrivato al suo secondo scudetto consecutivo in Italia, dopo quello vinto nel 2016 con Milano e non può essere una coincidenza, di Stefano Tount e Hrovje Peric, di Aaron McGee e Melvin Ejim, eletto Mvp di queste Finals, anche se secondo noi, l’uomo della svolta in casa veneziana è stato Julyan Stone, playmaker magari non spettacolare e con pochi punti nelle mani, ma in grado di guidare i compagni con autorità e di dare una grossa mano in tutte le fasi del gioco, dalla difesa ai rimbalzi, servendo assist al bacio, senza dimenticarsi di segnare una tripla al momento giusto.

Ha vinto la squadra più continua e dal roster più profondo, perché è giusto ricordare che in questa finale un pivot di talento come Jamelle Hgins non è andato mai a referto e l’austriaco Ortner ci è andato solo per l’infortunio occorso a Batista, ha vinto la squadra guidata da un presidente che è anche sindaco della città, sempre in prima fila a sostenere la pallacanestro, in una Venezia che tra dodici mesi rischia di giocare i playoff fuori dalle mura amiche, se non arriveranno deroghe alla nuova regola della capienza minima da 5000 posti, anomalie e stranezze di un basket italiano che è tornato finalmente ad essere trasmesso anche dalle reti nazionali, con le ultime tre sfide tra Venezia e Trento mandate in onda anche su Rai2, pur con ascolti non proprio lusinghieri, con uno share del 3%, che purtroppo testimonia lo scarso appeal della nostra pallacanestro, penalizzata certamente da una sfida tra due città sicuramente importanti, ma che non sono delle metropoli, aspettando magari finali scudetto tra Milano e Torino, che avrebbero maggior risonanza in campo nazionale.

Ma il bello di questo sport è che anche realtà “minori” possono salire sul trono più alto, vedi il triplete di Sassari del 2015 e questo scudetto vinto da Venezia, a dimostrazione che non sempre aver più soldi degli avversari è fondamentale, ma che conta anche la programmazione, la capacità di far gruppo e la bravura nello scegliere giocatori dotati, oltre che del talento, di quella carica agonistica che fa spesso la differenza.

SITUAZIONE IN CASA VUELLE

Continua la ricerca del main sponsor, dopo l’uscita di scena della Consultinvest, che comunque rimarrà sulla canotta biancorossa come secondo sponsor, versando un contributo di duecentomila euro circa e sul tavolo di Ario Costa e Luciano Amadori ci dovrebbero essere due soluzioni: la prima è quella nostrana, con un uno degli sponsor già presenti all’interno del Consorzio, che potrebbe versare gli stessi 500.000 euro che avrebbe dovuto garantire la Consultinvest, con la piccola differenza che questi sarebbero “reali” e non i 380.000 che sarebbero entrati effettivamente nelle casse biancorosse dalla società del sig. Vitolo, che essendo una finanziaria, è soggetta ad una tassazione Iva diversa rispetto ad una normale azienda.

Tifo VuelleLa seconda soluzione, prevede l’arrivo di uno sponsor nuovo di zecca, che farebbe il suo ingresso in Italia attraverso il basket, per sondare il terreno e farsi conoscere sul mercato, con un impegno iniziale che sarebbe leggermente superiore al mezzo milione, ma che crescerebbe negli anni successivi, a seconda del successo dell’operazione, insomma il classico: non entriamo nel basket italiano perché era il nostro sogno da bambini, ma ci entriamo per guadagnarci e farci conoscere e se il gioco valesse la candela, saremmo disposti ad aumentare in modo esponenziale il nostro contributo, d’altra parte il tempo dei mecenati è finito e, come dicevano gli antichi romani “pecunia non olet” e se gli euro dovessero arrivare dal profondo nord del vecchio continente, andrebbero bene ugualmente.

Ci potrebbero essere anche altre soluzioni, legate all’ingresso di alcune multinazionali, ma qui entriamo nel campo delle ipotesi, mentre le prime due sono reali e una scelta verrà fatta in tempi relativamente brevi, ovvero prima dell’inizio del campionato previsto per il primo ottobre, anche se un’eventuale slittamento non inciderebbe nella costruzione della squadra, perché, anche se dovesse realizzarsi la soluzione economica più vantaggiosa, difficilmente si supererebbero i tre milioni di budget e i nuovi italiani arriveranno probabilmente tutti dalla serie A2, con la firma di Diego Monaldi che potrebbe essere finalizzata nelle prossime ore, per il ruolo di cambio del playmaker, con la speranza che Clarke rimanga il titolare e che accetti l’offerta messa sul piatto dal presidente Costa, quella in cui guadagnerebbe tremila euro in meno al mese rispetto all’Australia.

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