Francesco Soli, 4 volte a Santiago: “Il Cammino è una scuola di vita”

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22 giugno 2017

Francesco Soli Cammino di Santiago

Francesco Soli Cammino di Santiago

PESARO – Umbro di nascita ma pesarese d’adozione. Francesco Soli, 67 anni, sposato con Anna e padre di Emanuele, grande sportivo, è un tecnico dell’Enel in pensione che vive nella nostra città dal lontano 1972.

Sportivo praticante, nel senso che è presidente dell’Asd Pesaro Sci che altro non è che lo sci club di Pesaro, Francesco ha fatto per ben 4 volte il Cammino di Santiago di Compostela, il percorso attraverso Francia e Spagna battuto fin dal Medio Evo per raggiungere il santuario presso cui ci sarebbe la tomba dell’apostolo Giacomo Il Maggiore.

“Due a piedi e due in bicicletta – racconta – con tutte le differenze del caso che esistono fra le due modalità di spostamento”.

La prima esperienza nel 2008: 800 chilometri circa per compiere il cammino francese, quello che parte da Saint-Jean-Pied-de-Port per arrivare a Santiago e un altro centinaio per raggiungere Finisterre, dove per gli antichi romani finiva il Mondo. Poi, nel 2010, il Nord, da Irun a Santiago, 850 chilometri circa.

“Avendo un ginocchio da sciatore – rivela Francesco Soli – quest’anno ho dovuto optare per la bicicletta. Ho fatto il Camino de Plata – da Siviglia a Santiago, oltre 1.000 chilometri – e l’Inglese, da Ferrol a Santiago, che sarebbero 120 chilometri, ma io ne ho fatti 150 perché sono passato sulla costa”.

Perché uno fa il Cammino di Santiago?
“Una domanda che molti si pongono e mi pongono. A mia volta, prima di darmi una risposta esaustiva, l’ho fatta ad altri. Direi che le motivazioni sono tante. C’è l’aspetto religioso, certo, ma a mio avviso non è il principale. Tutto nasce da un insieme di esigenze, che vanno dalla volontà di mettere alla prova se stessi alla voglia di conoscere, di conoscersi e di andare, per cercare conoscenze e fare amicizie nuove. La quota di spiritualità è comunque importante, perché quando sei lì e cammini hai tanto tempo per pensare, però, ripeto, a mio avviso la spinta religiosa non è ai primi posti fra i pellegrini”.

Perché si sceglie di stare un mese lontano da casa, affrontando difficoltà, facendo sacrifici, vivendo anche in maniera spartana rispetto alle comodità della vita quotidiana?
“E’ un misto di cose. In primis perché si vuole provare a se stessi di poter fare qualcosa di diverso dalla routine quotidiana. Il vivere di tutti i giorni è scandito da impegni ed orari, ma durante il Cammino l’unico impegno che hai è quello di arrivare alla meta. Se ci metti 10, 20 o 50 giorni non cambia nulla. Ognuno procede coi suoi tempi, ascoltando se stesso e il proprio fisico. Il fatto che si sono persone che lo fanno tutti gli anni dimostra come il Cammino sia per molti una filosofia del vivere”.

A lei come è venuta l’idea?
“Sono sempre stato un gran camminatore, innamorato della montagna in tutti i suoi aspetti, sia estivi che invernali. E’ ovvio che finché lavoravo c’erano limiti di tempo che non mi permettevano di espletare appieno questa mia passione. Poi, una volta in pensione, ho dato sfogo a questa mia voglia, facendo pure il Gran tour dei Sibillini e parte del Cammino di Francesco in Umbria”.

Lo ha fatto da credente?
“Se credo? Difficile rispondere su due piedi. Non mi considero credente, ma nemmeno ateo. Alla mia età sono ancora alla ricerca di una risposta definitiva”.

Perché uno ritorna a fare il Cammino?
“Bella domanda. Penso che il motivo principale sia la voglia di riprovare quelle sensazioni uniche che si vivono lungo il percorso. Ho voluto riprovare quell’esperienza anche in bicicletta, e devo dire che è stato meglio camminare a piedi… c’è molta più soddisfazione”.

Cammino di Satiago

Cammino di Satiago

Le differenze sono notevoli, vero?
“Enormi. Non essendo un biker né un ciclista, personalmente ero molto concentrato sul mezzo meccanico, forse perché non lo conoscevo pienamente. Un mezzo che si può rompere e da cui puoi anche cadere, e che quindi ti distrae rispetto al Cammino. La velocità di procedere a volte non ti permette di apprezzare gli aspetti del paesaggio, tant’è che mi sono imposto di fermarmi per assaporare gli scorci unici che si parano dinnanzi (le strade francesi e spagnole che compongono l’itinerario sono state dichiarate Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, ndr). Se non avessi fatto così, mi sarei accorto di diverse cose solo guardando la mappa una volta arrivato a destinazione. Ma c’è un’altra questione importante che mi fa dire che camminare è molto meglio che pedalare”.

Quale?
“Nei Cammini precedenti, che come questo ho affrontato da solo, avevo fatto molte più conoscenze. Amicizie di persone di tutti i generi, nazioni, costumi ed età che ancora coltivo. Una cose che con la bicicletta non puoi fare. Vuoi perché è difficile incontrare altri ciclisti lungo la via, vuoi perché il Cammino della Plata è il meno frequentato, il più lungo, duro e il meno attrezzato. Non ho incontrato nessun pellegrino che faceva quel percorso essendo al primo Cammino della sua vita”.

Cosa le ha lasciato il Cammino di Santiago?
“Un senso di appagamento delle mie esigenze. Una cosa che al momento mi fa dire di non avere voglia di ripartire. Ma anche le altre volte era successa la stessa cosa, poi però col passare del tempo, 7 anni in cui si sono susseguite una serie di coincidenze, le cose sono cambiate e sono ripartito. Non escludo, dunque, che tra un anno o due anni mi riprenda la voglia”.

C’è un’atmosfera particolare lungo la via, vero?
“Innegabile. Un’atmosfera che vivi e apprezzi appieno solo camminando. In alcuni ostelli si cena insieme, stai in comunità, magari fai una spaghettata comune, spinto dal senso di appartenenza che unisce nel camminare. C’è molta solidarietà fra pellegrini. C’è chi aiuta chi non ce la fa, colui che cura i piedi malati del compagno di viaggio appena conosciuto, colui che torna indietro che prendere una cosa che l’altro ha dimenticato nella tappa precedente (e mi è successo recentemente con un marsupio). Tutte cose che nella vita quotidiana non accadono. Si solidarizza anche con persone di lingua diversa”.

Perché consiglierebbe – se lo consiglierebbe – ad altri di fare il Cammino?
“Lo consiglio prima di tutto ai giovani perché potrebbe essere una scuola di vita, un’esperienza altamente educativa che rimane dentro per sempre. Nei 4 Cammini da me compiuti ho visto pochissimi ragazzi italiani, anche perché forse ho scelto il periodo primaverile in cui i ragazzi italiani sono normalmente impegnati con la scuola. La maggior parte dei pellegrini sono pensionati come me”.

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