Accademia Rossiniana, nuove voci per il belcanto e Rossini. Grandi protagonisti Noluvuyiso Mpofu, Alasdair Kent e Gurgen Baveyan

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18 luglio 2017

Accademia Rossiniana

Accademia Rossiniana

PESARO – Il Rossini Opera Festival che inizierà il prossimo 10 agosto ha vissuto, ieri, l’ennesima serata speciale: il concerto finale dell’Accademia Rossiniana.

E’ uno degli appuntamenti più interessanti, ma la “città della musica”, che continua a riempire la bocca di parole stonate di chi conosce solo la sinfonia dell’inganno, che magari sarà anche una bugia raccontata a fin di bene, ma resta tale – una bugia, appunto – l’ha ignorato per l’ennesima volta.

Non è una novità. Una sera, Alberto Zedda, che dell’Accademia Rossiniana è stato l’artefice, il deus ex machina, ci confessò che aveva voglia di portarla altrove, troppo deluso da una città, che allora non si proclamava “della musica”, che snobbava l’appuntamento.

Mi è sembrato di rivederlo, il maestro Alberto Zedda, seduto – quasi timidamente – in prima fila, a dirigere “Ah! A tal colpo inaspettato”, il Gran pezzo concertato a 14 voci che conclude Il viaggio a Reims. Una sorta di tesi finale degli allievi prediletti della “sua” Accademia Rossiniana.

Per tutti la notizia tristissima del suo addio, il 6 marzo 2017, fu davvero un “colpo inaspettato” che nessuno avrebbe voluto cantare.

Epperò i grandi non muoiono mai se resta vivo il loro ricordo nella mente e nel cuore di chi li ha conosciuti e stimati. Alberto Zedda resterà sempre nel cuore di chi l’ha conosciuto, a Pesaro come A Coruña, a Milano come a Madrid, ovunque. Anche il Maestro perché ha lasciato in retaggio un’opera immensa (il recupero in edizione critica delle opere di Gioachino Rossini) e una straordinaria creatura (l’Accademia, fucina incredibile di voci regalate al belcanto).

Prendendo posto nell’abituale Teatro Sperimentale per assistere al concerto finale, la sua assenza si è avvertita più che “un colpo di cannone”. E lo sguardo è corso subito alla prima fila dove a “dirigere” gli allievi era Ernesto Palacio, direttore artistico del Rof e direttore dell’Accademia intitolata ad Alberto Zedda. E’ stata l’unica sobria concessione al passato. E forse è giusto così, anche se quando è incominciato il concerto mi sono chiesto perché nessuna parola in ricordo di Alberto Zedda. Basta il titolo, basta la memoria, mi sono risposto, convinto che il Maestro avrebbe apprezzato.

In verità, ricordando la precedente edizione, l’auto presentazione degli allievi, il concerto in forma scenica, e osservando lo scorrere dei brani, la musica del pianoforte e il canto, mi sono chiesto perché.

Giacomo Mariotti, responsabile della Comunicazione dell’Ufficio Stampa del Rof, mi ha spiegato che è stata una scelta di Ernesto Palacio per rendere più scorrevole lo svolgimento della serata. Lasciando lo Sperimentale ho pensato che Palacio avesse ragione. Contava il concerto, l’ascolto di nuove voci.

Neppure il tempo di registrare l’arrivo della “voce”, di Juan Diego Florez, ma anche di notare dietro la mia fila, seduta in silenzio molto attento, la presenza di Elisabetta Courir, che con gli allievi dell’Accademia ha costituito un sodalizio unico, riprendendo la regia di Emilio Sagi per Il viaggio a Reims che è uno degli appuntamenti più seguiti nella storia del Rof, che le nuove voci degli allievi dell’edizione 2017, la 29esima, hanno regalato le prime emozioni, quasi a ricordare che lo spettacolo va avanti, ed è in buone mani.

Allievi arrivati, ancora una volta, da ogni angolo del mondo. Li abbiamo scritto già, li riproponiamo:

i soprani Noluvuyiso Mpofu (Sud Africa), Marigona Qerkezi (Kossovo), Beatriz De Sousa (Portogallo), Sofia Mchedlishvili (Georgia), Francesca Tassinari (Italia), Giorgia Paci (Italia); i mezzosoprani Martiniana Antonie (Romania) e Valeria Girardello (Italia); i tenori Ruzil Gatin (Russia), Emmanuel Faraldo (Argentina), Yury Rostotsky (Russia), Oscar Oré (Perù) e Alasdair Kent (Australia); i bassi-baritoni Michael Borth (Germania), Gurgen Baveyan (Armenia), Daniele Antonangeli (Italia), Elcin Huseynov (Azerbaigian), Francesco Auriemma (Italia) e Roberto Lorenzi (Italia). Ad essi si aggiunge il basso-baritono russo Aleksandr Utkin, che ha frequentato le lezioni dell’Accademia nell’ambito del programma di Borse di studio organizzato dall’Ambasciata italiana a Mosca.

Ah, mi sia consentito un altro ricordo. Per motivi personali non è presente la pianista Anna Bigliardi, storica accompagnatrice del concerto finale; l’ha sostituita il maestro Rubén Sanchez-Vieco.

Non voglio fare torto ad alcuno, consapevole che le due rappresentazioni de Il viaggio a Reims, in programma il 14 e il 16 agosto, alle ore 11 nel Teatro Rossini, potrebbero ribaltare le opinioni, ma spero di non offendere alcuno se scrivo che sono rimasto particolarmente colpito da alcune voci, femminili e maschili.

La prima è quella di Noluvuyiso Mpofu che ha interpretato magistralmente la Romance de Mathilde “Sombre foret” dal Guillaume Tell. Una voce intensa, oscura e allo stesso tempo luminosa, controllata eppure ricca di slanci. Il pubblico – di cui scriverò alla fine – l’ha accolta con simpatia e affetto, dedicandole il primo grande applauso della serata.

Dall’Africa del Sud agli antipodi: subito dopo Alasdair Kent, australiano, che interpreterà il ruolo del cavalier Belfiore ne Il viaggio a Reims, ha conquistato le mie simpatie con un approccio intelligente e un’interpretazione coinvolgente del Recitativo e Aria di Giocondo “Oh come il fosco impetuoso nembo… Quell’alme pupille”. Una voce dolcissima, potente e sicura che non ha avuto difficoltà neppure quando dalla sala è partito il solito trillo del telefono rimasto acceso. Pazienza per il cervello, ma almeno un dito a pigiare il tasto spegnimento, no? E se non s’offende chi è chiamato in causa e non faccio danni a chi magari vorrebbe tenere un basso profilo, Kent mi ha ricordato il Juan Diego Florez delle prime apparizioni a Pesaro, al Rof. Anche in questo caso, ed era solo il terzo brano della serata, applausi convinti.

Applausi a Daniele Antonangeli che ha eseguito l’Aria di Mustafà “Già d’insolito ardore” da L’italiana in Algeri.

Notevole la prestazione, in coppia con Yury Rostotsky, di Gurgen Baveyan, che ha interpretato com passione “All’idea di quel metallo”, nel duetto Conte-Figaro da Il barbiere di Siviglia. Baveyan ha bissato nella seconda parte strappando applausi calorosi con la Cavatina di Figaro “Largo al factotum” ancora dal Barbiere.

Ancora nella prima parte non è dispiaciuta, anzi, Francesca Tassinari nell’Aria di Giulia “Il mio ben sospiro, e chiamo” da La scala di seta. Una prima parte che, in verità, ha registrato qualche urlo di troppo, ma forse era solo emozione e magari la voglia di spaccare il mondo, come Ruzul Gatin nell’aria di Rodrigo “Che ascolto! Ahimè! Che dici!” da Otello.

In un’edizione priva di voci spagnole, come pure di giapponesi, coreane e cinesi, da sempre protagoniste dell’Accademia, la portoghese Beatriz De Sousa ha salvato l’onore della penisola iberica dando voce dolce, garbata ed educata a Sofia (Recitativo e Aria “Ah voi condur volete… Ah donate il caro sposo” da Il signor Bruschino.

Meglio rispetto alla prima parte Martiniana Antonie e soprattutto Valeria Girardello, ma il circoletto rosso a sottolineare la bravura l’abbiamo dedicato a Michael Borth, semplicemente strepitoso nella difficile Aria di Guillaume “Sois immobile, et vers la terre” dal Guillaume Tell. Il basso-baritono tedesco è sembrato già pronto a grandi prove e ha meritato l’unanime riconoscimento del pubblico, che si è scatenato ascoltando ancora Gurgen Baveyan e il Gran pezzo concertato a 14 voci. In verità, sul palcoscenico erano in 19 (8 donne e 11 uomini) in un rapporto di 1 a 10 con gli spettatori. Non è una novità, purtroppo.

Sono testimone che nel mondo Pesaro è conosciuta soprattutto per Rossi (Valentino) e Rossini (Gioachino), e che grazie a quest’ultimo ci si definisce “città della musica”. Conta più apparire che essere, perché ancora una volta, alla prova dei fatti, senza il pubblico forestiero composto soprattutto da stranieri, sarebbe una battaglia persa. Per chi era assente. Non per i protagonisti e i circa 200 spettatori.

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