L’approfondimento di Pu24: Il grande tenore Mario Del Monaco

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19 luglio 2017

mdm1Aveva tutto: il fisico, la voce, i modi, le astuzie, forse anche quel tanto di improntitudine che occorre per dominare le platee. Si sentiva, giustamente, l’erede più accreditato di Caruso e di Gigli. E si comportava da divo. La carriera l’aveva costruita da solo. Trentacinque anni in giro per il mondo, a cena da Krusciov o dall’imperatore del Giappone, a caccia con il maresciallo Tito o a prendere il tè dalla regina madre d’Inghilterra. Dischi, films, Rolls-Royce con le maniglie d’oro e ville con piscina, e sempre accanto Rina, la moglie. Quattrocentoventisette rappresentazioni di Otello: chi mai arriverà a tanto? Chi ripeterà il suo Andrea Chénier?

Così lo ricordava Enzo Biagi che, in compagnia di Sandro Bolchi, lo andò a trovare oltre sette lustri fa, nella sua villa di Lancenigo a Treviso, poco prima della sua lunga malattia, una dialisi renale e un infarto che gli sopraggiunse.

 

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Mario Del Monaco nacque a Firenze il 27 luglio 1915 e sin da piccolo si abituò ben presto ad ascoltare la voce baritonale del nonno e quella della mamma Flora Giachetti, la sua “prima musa” che intonava alcune romanze d’opera, e quando la famiglia si trasferì a Cremona si parlava ancora di musica e di canto. Era come se i grandi del passato, Monteverdi, Stradivari e Ponchielli si aggirassero ancora nelle strade della città cremonese e nella carriera artistica sembrava che il predestinato fosse il fratello Alberto, anziché lui, che avrebbe dovuto interpretare Andrea Chénier. Ma il destino volle che proprio Mario iniziasse a Cremona a prendere le prime nozioni musicali dal maestro Dondi che, con indosso un vecchio frac, insegnava pianoforte e solfeggio. Dopo un soggiorno in Libia, a Tripoli (terra dura e selvaggia di allora…), approdarono a Pesaro per via dell’attività lavorativa del padre Ettore (figlio della principessa palermitana Caterina Vanni di San Vincenzo), del suo amore per la musica e in quanto sede di un buon liceo musicale.

Negli anni Venti, Pesaro era una serena città di provincia con meno di quarantamila abitanti permeata di quegli umori, ingenuità, sottili cattiverie e bizzarrie di quell’epoca, ma anche “placida e pronta alle beffe”, sonora, canora, un po’ maligna e curiosa; a quei tempi, al bar Capobianchi in piazza, si potevano incontrare pianisti, violinisti, compositori ed insegnanti. Nonostante fosse un ragazzo timido, Mario si destreggiava nello sport e soprattutto nel calcio e ad appena tredici anni si iscrisse al liceo musicale Rossini, classe di violino, suonandolo però molto poco. I mesi e gli anni che seguirono rappresentarono per lui una grande iniziazione al mondo del bel canto: il suo debutto in pubblico avvenne al teatro “Beniamino Gigli” di Mondolfo, piccola località delle Marche, cantando “L’Idillio” nel Narciso di Massenet e poi in Ancona nel Don Pasquale e, a Sant’Angelo in Lizzola, il Normanno e Arturo nella Lucia di Lammermoor.

Sotto gli insegnamenti, che il maestro Arturo Melocchi al Conservatorio gli impartiva, mirò a rieducare la laringe per giungere al massimo dei risultati sonori e alla uguaglianza di tutta la gamma dal si bemolle basso al re bemolle sopracuto. La sua vita, a Pesaro, intanto trascorse in modo piacevole dove la consuetudine comune era la passeggiata serale, la sosta davanti alle bancarelle della porchetta, della zucca arrostita e dei pesciolini fritti, ma anche quella di andare a mangiare il brodetto di pesce nella Taverna della Pataccona (ubicata oggi, presumibilmente, nella zona portuale ma ai più sconosciuta) e si beveva l’Albana, si cantava e si sognava assieme agli amici la carriera futura.

mdm4Finalmente il gran giorno avvenne nel 1936 quando venne convocato al teatro dell’Opera di Roma, cantando davanti agli esaminatori le note de ”L’Improvviso” dell’Andrea Chénier e il “Lucean le stelle” dalla Tosca e ancora l’Elisir d’amore e l’Arlesiana. Vinse la borsa di studio e a Roma conobbe la sua futura moglie Rina Filippini, una giovane soprano sempre allegra e vitale, fantastica nelle pubbliche relazioni, prima ammiratrice e ottima consigliera. Aiutò Mario a ritrovare la sua vera voce, perché gli insegnanti erano convinti che lui fosse più adatto, data l’esile figura, ad un repertorio lirico leggero e gli fece conoscere Fausto De Tura, famoso impresario dell’epoca assai conosciuto. Il grande successo ebbe luogo il 29 dicembre del ’40 al teatro Puccini di Milano con “Addio fiorito asil” dalla Butterfly e subito dopo ingaggiato per la Traviata, Cavalleria Rusticana, Tosca e Bohème.

I teatri ormai lo contendevano e alla Scala fece la sua prima apparizione, sotto la direzione del maestro Votto, nella Manon Lescaut, cantando con Renata Tebaldi (altra pesarese di nascita) e sempre con Votto alla prima di Otello (scoglio terribile che molti tenori l’avevano con cura evitato per tutta lo loro carriera, compresi Caruso e Gigli) a Buenos Aires. Poi, come un tornado, apparve nel mondo della lirica una “primadonna”: Maria Callas e con lei collaborò per un periodo d’oro alla sua permanenza alla Scala cantando la Norma, anche se le preferiva la gentile Tebaldi, buona compagna di tante recite, “angelo” non solo nel gorgheggio, ma anche nei rapporti umani, pur riconoscendo lo straordinario talento di Maria, ma che la sua forza vocale la metteva in difficoltà.

Nel 1957, a Vienna, stabilì un record: cantando l’Otello con il direttore von Karajan alla Staatsoper quando il sipario calò ci furono cinquantasette chiamate, obbligando tutta la compagnia ad uscire ed entrare continuamente sul palcoscenico. Un trionfo! Nel 1960, a Berlino, all’indomani di un concerto ripreso per Eurovisione, i giornali intitolavano: “E’ arrivato il ciclone”.

mdm6Il 1964 fu per lui un anno sfortunato. Nel dicembre precedente ebbe un brutto incidente d’auto dalle caratteristiche incredibili: si era scontrato con una vettura guidata da una donna che si chiamava esattamente come la moglie, Rina Filippini, riportando fratture del femore e della tibia, rimanendo sotto i ferri del chirurgo per oltre quattro ore. La conseguenza fu che dovette annullare tutti i suoi impegni e rimanere inattivo otto mesi, rinunciando alle innumerevoli offerte da tutto il mondo lirico. Alla fine dell’estate del 1964 ricominciò la sua carriera a pieno ritmo, rinnovando i precedenti successi tanto che nel 1972 il quotidiano francese “France Soir” scriveva che la sua voce era “così pura da poter rompere un bicchiere di cristallo a dieci metri di distanza”.

Con un repertorio iniziale quali Bohème, Butterfly, Cavalleria Rusticana, Lucia di Lammermoor, Tosca , Adriana Lecouvreur, Zazà, Manon, Ballo in maschera, Turandot, è poi passato a quello più drammatico-eroico con Otello, Norma, Ernani, Trovatore, Aida, Andrea Chénier, Sansone e Dalida, Fedora, Lohengrin, Troiani e Walchiria e tante altre. Ha cantato trentasette opere in migliaia di recite in tutto il mondo, nei teatri più importanti e conosciuto i più grandi statisti. Ha inciso un numero grandissimo di dischi, di cui ventisei registrazioni con la sola Decca. Kolodin, critico dell’Hi.Fi. Magazine di New York, diceva: “Del Monaco non basta sentirlo, bisogna vederlo”. Ha fatto l’attore al cinema con L’uomo dal guanto grigio del 1948, Melodie immortali nel ’52, Giuseppe Verdi nel ’53 e Primo amore di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Ornella Muti nel 1977. Del Monaco si dedicò di frequente anche alla musica leggera e nel 1975 nacque un LP di successo mondiale, contenente in particolare, oltre a brani classici della canzone napoletana, un brano inedito dal titolo Un amore così grande, di Guido Maria Ferilli, che ebbe un grande successo ripreso poi da innumerevoli artisti negli anni successivi. Si ritirò dalla ribalta che era ancora bravissimo nel 1975. “L’Intramontabile”, come lo avevano definito, chiudeva per sempre i bauli con i costumi di tanti infelici eroi: nel suo repertorio c’erano trenta melodrammi. Diceva addio al pubblico che gli aveva dato tutto: fama e soldi. Riconosceva però, in quanto era religioso, che doveva tanto alla Madonna delle Grazie. Morì a Mestre il 16 ottobre del 1962 e le sue spoglie riposano nel cimitero centrale di Pesaro, alla sinistra della Basilica di San Decenzio, la chiesa più antica della città (del 1153 circa), avvolte nelle vesti di Otello da lui stesso disegnate. Il monumento sepolcrale è opera dello scultore  Giò Pomodoro che lo ha intitolato “Sole deposto”.

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Un commento to “L’approfondimento di Pu24: Il grande tenore Mario Del Monaco”

  1. Giovanni Mascellaro scrive:

    Pls. Correggere, terz’ultimo rigo: ” Morì a Mestre il 16 ottobre del 1962 ” in ” Morì a Mestre il 16 ottobre del 1982″ !

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