Roberto “Durbo” D’Urbano, il ritratto d’un uomo con la palla a spicchi nel cuore

Roberto D'Urbano

Roberto D’Urbano

PESARO – Gli occhi, azzurri e profondi, e i baffi, sempre più grigi, sembrano sorridermi pur senza riuscire a nascondere un soffio di malinconia. E poi, autentico marchio di fabbrica, la voce rauca che pare arrivare prima di lui. Roberto D’Urbano, Durbo per tutti, 61 anni, personaggio popolare della Pesaro sportiva, ma non solo, mi racconta il suo passato in una stanzetta della palestra di Cristo Re, dove da qualche anno svolge l’attività di custode. E’ una di quelle persone che, come dire…ci stai chiacchierando da dieci minuti e già senti di volergli bene!

D’Urbano è conosciuto dalle nostre parti per via del suo legame con la pallacanestro, vera e propria ragione di vita. “Avrò avuto dieci anni quando con i miei genitori passai davanti al campetto da basket di Loreto: rimasi folgorato. Cominciai a giocare e feci tutta la trafila nel settore giovanile del Loreto, fino ad esordire in serie C, poi quando mi iscrissi all’Isef, che prevedeva la frequenza obbligatoria, decisi di dar la precedenza agli studi, continuando a giocare nei campionati di livello amatoriale”.

A ventisei anni aveva già appeso le scarpette al chiodo, ma gli amici, che nella sua vita occuperanno un ruolo centrale, lo tirarono per la giacchetta: “Dai Durbo, vieni a farci da allenatore!” Il richiamo della palla a spicchi fu troppo forte e per passare dal campo di gioco alla panchina ci volle un attimo. Cominciò una carriera.

“Dopo il primo anno in promozione fui chiamato dal Montecchio: vincemmo quattro campionati, arrivando alla B2. Poi dopo una bellissima parentesi a Cesena, altri sei anni meravigliosi a Fossombrone, conditi da due promozioni, dalla C2 alla B2”.

Foto d'epoca del Montecchio: D'urbano è il primo a sinistra, Fastigi (con le braccia conserte) è il sesto sempre da sinistra

Foto d’epoca del Montecchio: D’urbano è il primo a sinistra, Fastigi (con le braccia conserte) è il sesto sempre da sinistra

Federico Fastigi che è stato uno dei suoi fedelissimi, playmaker degli anni d’oro a Montecchio e a Fossombrone, descrive così il suo coach: “E’ un uomo fuori dagli schemi e amato da tutti. Bravissimo nel costruire la squadra a settembre; a convincere ogni singolo giocatore a far parte del suo progetto. Un allenatore da campetto (lo dice ridendo, ndr), dava poco spazio alla tecnica ma era in grado di tirar fuori la tigna da ognuno di noi”.

Va bene la tecnica, va bene la tattica, ma Mister D’Urbano era anche qualcos’altro, era cuore e passione, era fratello maggiore e condottiero. Era il gruppo sopra ogni cosa. E loro, i suoi ragazzi, l’avrebbero seguito ovunque.

Negli anni d’oro il telefono squillava spesso e al nostro coach arrivavano offerte importanti. “Prendevo in considerazione solo proposte di piazze che potevo raggiungere con tre quarti d’ora di macchina. Sono figlio unico e i miei genitori, ammalati, prima mio padre, poi mia madre, avevano bisogno di me”.

L’ultima squadra allenata fu la Falco di Vellucci, nel 2001, che, esonerando il Durbo, chiuse per sempre, senza poterlo immaginare, il suo rapporto con la panchina. “Dopo quell’esperienza dissi basta. Fra me e mia madre c’era un legame straordinario e, visto l’aggravarsi delle sue condizioni, decisi che fino a che fosse rimasta in vita, io le sarei stato accanto, rinviando al futuro le mie ambizioni professionali. A tutte le squadre che bussarono alla mia porta diedi la stessa risposta”.

Quando la mamma se ne andò, qualche anno dopo, D’Urbano capì che si sentiva pronto per tornare in pista, ma quel telefono che prima squillava tanto, era diventato muto. I nuovi allenatori son sempre più giovani e belli.

“Tutti gli amici mi hanno rimproverato. “Allenare era la tua vita, non dovevi fermarti”, dicevano. Ma io rifarei la stessa scelta al mille per mille. Non ho avuto dubbi allora, né rimpianti oggi”.

Ora che è tempo d’estate, se non nella palestra di Cristo Re, puoi trovare il Durbo nel suo vero ufficio: lo stabilimento balneare di Bagni Lallo, dove incandescenti partite a carte si alternano a severe disquisizioni di carattere sportivo, nell’ambito delle quali il nostro dispensa pillole dall’alto della sua saggezza.

“I miei genitori mi portavano lì che ero ancora in fasce, quell’angolo di spiaggia ha battuto il tempo della mia vita. Nel periodo d’oro eravamo un gruppo di ragazzi molto numeroso e sempre in movimento, scherzi e risate erano all’ordine del giorno. Ricordo quella volta che, nel campo da pallavolo, feci una buca grande come una persona, nascondendola poi con straordinaria meticolosità. Tutti sapevano, tranne la vittima che, durante la partita, ci cascò dentro come una pera cotta! Adesso, se mi guardo intorno, qui al mare, beh… di amici di allora ne son rimasti pochi”.

Roberto D'Urbano

Roberto D’Urbano

La leggenda di Bagni Lallo narra che D’Urbano non sia un abituale frequentatore del bar della spiaggia, lasciando sottintendere una, diciamo così, certa parsimonia.

“Parsimonioso è dir poco – il coach prorompe nella sua tipica risata, dimostrando di saper stare al gioco – sono il re delle formichine!”

Caro Durbo, mi piacerebbe assistere ad un tuo time out, di quelli decisivi. Hai presente quando la vittoria e la sconfitta sono lì ad un soffio e pare che ti guardino? Chissà perché non riesco a vedere fra le tue mani la classica lavagnetta del coach. Forse le tue raccomandazioni tecniche non andrebbero più in là di un semplice e chiaro “Duri in difesa e in attacco fate canestro!” (eh …qui c’è lo zampino del buon Fastigi). Eppure immagino le tue urla quasi rassicuranti fondersi col tuo ampio gesticolare e gli occhi dei giocatori che cercano e si nutrono dei tuoi. Cinque ragazzi tornano in campo con il cuore caldo, legati fra loro da un sottile filo rosso.

Ciao Durbo, ti aspetto da Lallo per un caffè. A proposito, chi offre?

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