Rof, i tre tenori mandano in delirio il pubblico del Teatro Rossini

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18 agosto 2017

I tre tenori al Rossini

I tre tenori al Rossini

PESARO – Tornare a casa dopo un bellissimo concerto e imparare della tragedia di Barcelona, città che mi è cara, dei morti sulle Ramblas, la strada del Gran Teatre del Liceu che a settembre ospiterà Il viaggio a Reims… Non è facile pensare al concerto appena visto, ma è giusto farlo contro chi vorrebbe distruggere la nostra anima, non solo le  nostre vite, la nostra quotidianità.

Fuori, poco meno di 30 gradi. Dentro, almeno 50. John Irvin, Sergey Romanovsky e Michael Spyres mandano in delirio il pubblico che riempie il Teatro Rossini in un caldo pomeriggio di metà agosto.

Quando, 7 minuti dopo la 16, David Parry prende il posto sul podio per dirigere la Filarmonica Gioachino Rossini nella Sinfonia di Armida, contiamo 7 posti liberi in platea, ma i 4 ordini di palchi tutti occupati e tanti spettatori in loggione.

E’ una bellissima atmosfera. Prima di raggiungere la sala, sembra d’essere in… trasferta. Si parla tanto francese e tedesco, ma anche inglese, mentre i giapponesi sembrano spariti dopo la prima de La pietra del paragone. Ci sono diversi russi, qualcuno arrivato quasi al portone del teatro alla guida di un grande fuoristrada Mercedes.

Tre tenori per il Rossini serio.

Dopo la sinfonia dell’Armida, ecco il primo duetto (Sergey Romanovsky – Michael Spyres)… Sbaglio tasto, scrivo promo. E una volta tanto l’errore è felice. “Donala a questo core” da Ricciardo e Zoraide è il promo del pomeriggio, che in verità era incominciato tiepidamente con applausi tranquilli, quasi di circostanza, alla Sinfonia d’apertura.

Poi la temperatura sale, decisamente. John Irvin e Sergey Romanovsky cantano il duetto Carlo-Ubaldo “Come l’aurette placide” da Armida. Subito dopo duetto Otello-Iago “Non m’inganno; al mio rivale” da Otello.

Pausa vocale con la bella esecuzione della Filarmonica Gioachino Rossini di Pas de soldats da Guillaume Tell e arriva il momento delle singole interpretazioni.

Michael Spyres infiamma il pubblico con un’esaltante cavatina di Agorante “Minacci pur” da Semiramide. La conclusione dell’esecuzione è salutata da un boato. Il tenore americano è richiamato in palcoscenico.

John Irvin propone una raffinata interpretazione dell’aria di Idreno “Ah dov’è il cimento?” da Semiramide. E sono ancora applausi.

Sergey Romanovsky, formidabile Néoclès ne Le siège de Corinthe, è misurato, ma allo stesso tempo travolgente, elegante ma anche scatenato, e la sua cavatina di Antenore “Che vidi! Amici, oh eccesso!” da Zelmira resterà una pagina bellissima del Rof, che s’accinge a viverne un’altra, con coda.

Dopo le ovazioni al tenore russo, i tenori tornano con il terzetto Rinaldo-Carlo-Ubaldo “In quale aspetto imbelle” da Armida, opera raffinatissima. Un’esecuzione indimenticabile, che avvolge i protagonisti nell’abbraccio caloroso del pubblico, che invoca il bis, una, due, tre volte. Accontentato con la riproposizione del terzetto. Un boato, anzi tre boati per tre tenori che mandano in delirio gli spettatori, molti dei quali attesi dalla partecipazione alla penultima rappresentazione de La pietra del paragone. Eppure non vogliono lasciare il tempio della cultura pesarese che archivia l’ennesimo successo del 38° Rof, della bellissima storia del Rossini Opera Festival.

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