Rof, Il Preludio Religioso della Petite Messe e lo straordinario ricordo di Alberto Zedda nelle parole di Gianfranco Mariotti: “La musica non muore, vive in eterno”

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23 agosto 2017

Il maestro Alberto Zedda

Il maestro Alberto Zedda

PESARO – Il 38° Rossini Opera Festival è andato in archivio con un grande ricordo di Alberto Zedda.

E’ la prima volta senza Alberto Zedda” le prime parole del sovrintendente Gianfranco Mariotti dal palcoscenico del Teatro Rossini. Lapplauso del pubblico è partito immediatamente, caldo, sincero, il giusto omaggio a chi ha ricevuto tanto da Rossini e da Pesaro, ma ha dato tantissimo alla città e alla Renaissance Rossiniana.

“Nelle sue diverse vesti – direttore artistico, consulente artistico, direttore dell’Accademia Rossiniana – Alberto Zedda è stato un grande protagonista della Rinascita Rossiniana, non solo del Festival. Direttore d’orchestra, musicologo innovatore, docente carismatico, ha vissuto una vita lunghissima come la voleva vivere: al galoppo; l’ha conclusa lavorando con grande esuberanza fino all’ultimo giorno. Non vogliamo commemorarlo, ma ricordarlo senza malinconia, vivo e vitale come era, in questa sala che è stata sua per decenni, con un podio dove ha diretto tante volte, con le poltrone dove sedeva durante le prove, con il palco che occupava durante le recite…”.

Lo sguardo è andato al palco numero 1 del Secondo Ordine, sopra la barcaccia, dove stava abitualmente il maestro Zedda che da lì soleva “dirigere” gli artisti, fossero i giovani allievi della “sua” Accademia Rossiniana impegnati ne Il viaggio a Reims o i già affermati protagonisti del Belcanto. Ieri sera c’erano la figlia e altri familiari.

“Lo ricordiamo in un modo un po’ insolito, presentando un brano musicale, il Preludio Religioso della Petite Messe Solennelle, orchestrato da lui. Originariamente, il brano era suonato da un pianoforte nella versione da camera e dall’organo nella versione orchestrale. La storia dice che, alla fine della sua vita, Rossini decise di mettere mano all’orchestrazione della Petite Messe nell’originale orchestrazione per due pianoforti, perché altri non lo facessero al posto suo, dopo la sua morte. Arrivato al Preludio Religioso, stranamente non lo orchestrò e lo passò all’organo nella versione che conosciamo. Questa decisione provoca un macroscopico contrasto sonoro, uno scompenso, una sospensione. Il Preludio suonato dall’organo dura 8 minuti ed è seguito da un Sanctus per sole voci a cappella che ne dura altri 4. Sono 12 minuti in cui l’orchestra non suona, si ferma, tace. Ciò provoca uno strano senso d’incompiutezza. Alberto Zedda considerava questo fatto “imbarazzante”. E l’attribuiva non certo a una negligenza di Rossini, orchestratore infallibile, ma al fatto che – secondo Zedda – lui preferì rimandare l’orchestrazione del Preludio e provvisoriamente l’assegnò all’organo. Tanto è vero che, lui vivente, proibì l’esecuzione della Messa in questa versione. Rossini, sempre secondo Zedda, decise di procrastinare l’orchestrazione del preludio perché all’epoca non aveva a disposizione lo strumento sufficientemente esteso per suonare tutto il tema iniziale come vorrebbe la tradizione classica. Di lì a poco sarebbe stato possibile con altri strumenti come il sassofono. Dopo anni d’esitazione, Alberto Zedda si decise “in tutta umiltà a strumentare il Preludio Religioso”. L’abbiamo eseguito un paio di volte: la prima volta nel 2007, con tutta la Petite Messe diretta da Umberto Benedetti Michelangeli (18 agosto, Adriatic Arena, Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e Coro da Camera di Praga; Iano Tamar, soprano; Daniela Barcellona, mezzosoprano; Saimir Pirgu, tenore; Michele Pertusi, basso; ndr). La seconda nel 2014 diretta da Alberto Zedda (Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna; Olga Senderskaya, soprano; Veronica Simeoni, mezzosoprano; Dmitry Korchak, tenore; Mirco palazzi, basso; ndr). Posso affermare che il brano funziona benissimo e sana lo scompenso sonoro di cui vi ho parlato. Non sto qui, non è la sede adatta, a citare le implicazioni musicali, musicologiche, deontologiche, perfino morali dell’intervento di Alberto. Proponiamo il brano perché è intriso del pensiero di Alberto Zedda: è musica su cui lui ha messo le mani direttamente con la passione che conosciamo. E ascoltandola ci aspettiamo di trovare qualcosa del suo spirito, della sua anima, del suo pensiero. La musica ha un passaggio in più rispetto alle altre arti: l’esecuzione. La musica esiste dal momento in cui un esecutore la produce come suono, dal momento in cui una voce o uno strumento la intonano. Dunque è qualcosa di vivo. Crediamo che stasera, ascoltando insieme a voi questo brano, possiamo sentire più vicino questo indimenticabile amico e compagno d’avventure rossiniane. Per fortuna, per nostra consolazione, la musica non muore e continua a vivere in eterno”.

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