L’approfondimento di Pu24: “Alla ricerca della felicità”

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25 agosto 2017

AL“Felicità è tenersi per mano, andare lontano, la felicità. È il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente, la felicità.   È restare vicini come bambini la felicità, felicità”. Canzone che Albano e Romina Power cantarono, vincendo, al Festival di Sanremo nel 1982.

Ma la FELICITÀ è una semplice chimera o una meta per tutti?

Secondo Raffaele Morelli, psichiatra e psicoterapeuta, la nostra cultura ha scambiato la felicità con il divertimento, con le piccole gioie che derivano dal possesso o dall’essere stimati dagli altri. La cultura ci rende dipendenti dalle cose di cui ci circondiamo e dalle idee cui ci adattiamo; e non siamo mai veramente soddisfatti, nemmeno quando alla fine ce ne impossessiamo, come l’automobile, la nostra carriera o un certo stile di vita. La vera felicità, secondo il medico, non ha niente a che vedere con ciò che ci circonda, non dipende quindi da una proprietà o dalla nostra forza, bensì essa dipende solo da noi stessi.

Ma è veramente così?

Avete mai sentito parlare di psicologia positiva? Di cosa si occupa? Per il suo fondatore, Martin Seligman, è la scienza della felicità, del benessere, del flourishing (fioritura, stato di funzionamento ottimale della persona) e, in breve, di tutto ciò che vi è di positivo nella vita umana. La psicologia positiva è una disciplina nuova che guarda al futuro, ma le sue radici risalgono ai filosofi dell’antica Grecia con Eraclito, Socrate, Epicuro ma anche San Francesco, Schopenhauer e il Dalai Lama. Mentre un’altra influenza è stata indotta dalla tradizione orientale cinese (Lao Tzu, filosofo cinese) che “ci invita a stare nel presente”, dall’induismo, dove “viene perseguita con amore, gentilezza, compassione e gioia”, e dal buddismo “dove tutto ciò che pensiamo lo diventiamo”, è con Aristotele, che proclama lo spirito personale che alberga in ciascuno di noi, daimon-natura autentica dell’uomo e che ci induce a perseguire ciò che è giusto (seguendo i dettami della eudaimonia) e conducendoci alla felicità, che viene intesa come “scopo fondamentale e ultimo dell’agire umano”. Idea sviluppata da eminenti pensatori, tra cui gli stoici, che sottolineavano il valore dell’autodisciplina, e John Locke, secondo il quale il perseguimento della felicità dipende dall’esercizio della prudenza.

FELICITPer gli avi, questo sentimento è quindi il perfetto equilibrio tra la virtù del singolo e il mondo esterno, quando entrambi sono quasi in simbiosi e si muovono all’unisono verso il bene. L’Utilitarismo (dottrina etico-politica, postilluminista, già presente nel pensiero greco e affermatasi in Inghilterra nei secoli XVIII e XIX), riconosce, invece, nel perseguimento dell’utile individuale e sociale, in quanto benessere e felicità durevole, il fine dell’agire morale. Questa è la realizzazione quindi di tutti i desideri di ogni essere umano, ma pressoché impossibile da ottenere su questa Terra. Ma anche l’Edonismo, dottrina filosofica che individua il fondamento della vita morale nel piacere individuale, e che predica la ricerca del piacere come in Epicuro (secondo cui l’equilibrio e la temperanza danno luogo alla felicità,) pone il fine dell’uomo nel conseguimento del piacere, inteso come liberazione dalle passioni e assenza di qualsiasi turbamento.

Oggi il concetto di felicità è ben presente alla maggior parte delle persone, e la felicità sembra avere più valore del perseguimento della ricchezza, del bene morale o del paradiso ultraterreno (King e Napa), e non c’è da sorprendersi che negli ultimi trent’anni anche la psicologia abbia rivolto la sua attenzione alla felicità e al benessere.

Chi è felice? Quasi tutti. Sommando i risultati di 916 indagini relative a 1,1 milioni di persone in 45 diversi paesi, si riscontra che, su una scala da 1 a 10, la media è di 6,75. Le persone sono quindi generalmente più felici che infelici. La maggior parte dei paesi supera nettamente il punto di neutralità, esclusi i paesi dell’ex blocco sovietico (Bulgaria, Russia, Bielorussia, Lettonia), nei quali la media e di circa 5 su una scala a 10 punti. Ma il livello di felicità più basso appartiene solitamente agli stessi gruppi di persone che hanno recentemente perduto il partner; ai pazienti appena entrati in psicoterapia; agli alcolisti ospedalizzati; ai nuovi detenuti e agli studenti sottoposti a repressione politica (Argyle).

La felicità è una cosa buona perché ci fa stare bene e apporta altri vantaggi: gli stati affettivi positivi e il benessere promuovono la sociabilità, la salute, il successo, l’autoregolazione e il comportamento di aiuto. Il benessere favorisce la creatività e il pensiero divergente e, cosa ancora più interessante, la longevità. A questo proposito tre psicologi americani, Danner, Snowdon e Friesen, hanno analizzato le autobiografie che mostravano la felicità espressa nelle lettere, di un certo numero di suore che non bevevano, non fumavano, seguivano una dieta equilibrata e lavoravano come insegnanti e che all’età di 18 anni sono entrate in convento. Ebbene all’età di 85 anni, il 90% delle suore, la cui felicità ricadeva nel quarto superiore era ancora in vita, rispetto al 34% di quelle meno felici. E all’età di 94 anni, più della metà (il 54%) delle suore più felici erano ancora vive, rispetto all’11% di quelle la cui felicità si situava nel quarto inferiore. Si direbbe dunque che la felicità possa regalarci ben 9,4 anni di vita in più!

FELI valori, le motivazioni e gli scopi di vita contribuiscono tutti ad accrescere il benessere edonico ed eudaimonico. Anche se è importante che i nostri bisogni biologici: sicurezza, cibo, acqua e bisogni psicologici: autonomia, relazioni, competenza, siano soddisfatti ciò non è sufficiente per il funzionamento ottimale. Come comportarsi allora? Fare scelte fondate e agire, conoscere i nostri valori e le nostre credenze, essere motivati a mettere mano a ciò che decidiamo di fare e infine prefiggersi obiettivi che siano realizzabili e significativi per noi e che rispecchino i nostri valori più profondi.

La definizione che mi piace di più è di Paul Léautaud, (scrittore e critico teatrale francese 1872-1956), che abbandonato dalla madre all’età di cinque giorni e cresciuto con le molteplici amanti del padre, a cinque anni aveva già le chiavi di casa: “Felicità è camminare dietro un vecchio cane mangiando ciliegie”.

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