Eligio Palazzetti guarda il mare e pensa a quando era il re di Pesaro. La sua storia e quella della città: intervista esclusiva

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6 settembre 2017

Eligio Palazzetti

Eligio Palazzetti

PESARO – Il 14 settembre 2010, Bordighera.net, il portale della città delle palme, ha dedicato un articolo – firmato da Amanda Rossi – a Eligio Palazzetti, “l’industriale nato a Bordighera per caso”.

Perché Eligio Palazzetti, pesaresissimo, è nato davvero per caso a Bordighera. Lui non lo dice, Amanda Rossi lo ricorda, ma è nato nella villa sulla via Romana fatta costruire dalla regina Margherita di Savoia. Villa che dopo la morte della regina fu destinata alle partorienti italiane in Francia affinché i figli mantenessero la cittadinanza italiana.

La famiglia di Eligio, che il 24 agosto ha festeggiato 84 anni, era emigrata a Lyon, dove il padre faceva il muratore.

Dunque, il cognome e il lavoro del padre erano segnali importanti per il futuro dottor Eligio, laureato in Giurisprudenza e Filosofia, che nel 1960 fondò l’omonima impresa di costruzioni, a lungo la più importante a Pesaro, e non solo. Oggi non più.

Oggi Eligio Palazzetti non è più il “re di Pesaro”. Tanti lo hanno dimenticato, anche quelli che una volta sgomitavano per entrare nel suo giro, per fare parte del suo codazzo.

Così vanno le cose in Italia, dove lo sport più praticato è salire sul carro del vincitore, ma anche scenderne di corsa quando cambia la direzione del vento.

Lo ammette lui stesso, quando, incontrandolo per l’ennesima volta nel nuovo porto, gli propongo un’intervista. Sembra sorpreso, ma anche amareggiato. “Mi hanno dimenticato quasi tutti…”.

La Vuelle e la Vis, il fallimento dell’impresa di costruzioni

Non noi – io ed Elio Giuliani, che negli anni di Palazzetti alla presidenza della Victoria Libertas ne ricavavamo interviste radiofoniche molto ascoltate, come quando ci anticipò che Pero Skansi avrebbe lasciato la panchina della Vuelle – che decidiamo di intervistare un uomo che è stato un personaggio assoluto della vita cittadina, anche per chiedergli le ragioni del declino dell’imprenditore del mattone e un giudizio sulla Pesaro di oggi. Un’intervista esclusiva a pu24.it e Radio Incontro (91,9 mhz) che la trasmetterà in uno speciale in programma alle ore 11 di giovedì 7 settembre.

Tutte le mattine, Eligio Palazzetti raggiunge il porto, passeggia lungo la diga foranea e guarda il mare, poi raggiunge il Club Nautico, di cui è presidente onorario; un sorso d’acqua, qualche parola con i soci del Club, la sua quotidianità. Ed è nel Club Nautico che ci racconta la sua storia, passata e attuale.

Costruttore fra i più importanti, forse il più importante; presidente prima della Vuelle, poi della Vis, ma anche del Club Nautico, è stato a lungo uno degli uomini più in vista della città. Quando partiva dall’Ariston, allora storico locale di Viale della Repubblica, per la passeggiata quasi quotidiana verso Piazza del Popolo, era seguito da un codazzo che sembrava regale. Erano amici veri?
“Come sempre succede, molti amici di allora si sono dimenticati di me. Dipende dalle fortune. Gli amici sinceri sono rimasti. Direi che sono la maggioranza. Altri no. Non mi meraviglia. In verità, quel “dimenticati” pensavo fosse riferito alla pallacanestro. Ho sentito tanti discorsi, sono successe tante cose, ma dopo che io sono stato presidente della Vuelle per ben tredici anni (dalla stagione 1973/74, l’allora Max Mobili, al 1985/86; ndr), che ho costruito una squadra che lottava per i primi posti e poi ha vinto lo scudetto, che praticamente schierava la Nazionale (Costa, Gracis, Magnifico, Sylvester e Zampolini sono stati azzurri, soprattutto i primi tre), non è stata scritta più una sola riga, come se i successi della squadra fossero piovuti dal cielo o li avesse regalati qualcuno. No, fui io a costruirla. Quando gli Scavolini sono subentrati, non hanno fatto più niente… anzi hanno fatto pena”.

“Gli scudetti vinti con la mia squadra”

Beh, in verità sono arrivati due scudetti e altre finali. Quando la Vuelle vinse il primo scudetto, lei come reagì: fu contento, provò invidia, magari stizza?
“Assolutamente contento: vinse la mia squadra, con Costa, Gracis, Magnifico e Zampolini. Chi li aveva portati a Pesaro? Lo ripeto: a Pesaro abbiamo avuto la Nazionale e senza perdere una lira. Anticipammo il denaro per acquistare il cartellino di quei grandi giocatori, ma se avessimo voluto si sarebbe rientrati facilmente cedendone un paio. Non lo facemmo. Credo che lavorammo molto bene”.

Un passo indietro: lei ha detto che quando c’era la fortuna, il codazzo era consistente. Ci racconta cosa è successo?
“La crisi dell’edilizia ha coinvolto in pieno la mia impresa. E’ stata una crisi così improvvisa che non abbiamo fatto in tempo a salvaguardare un minimo di patrimonio. I giornali hanno scritto che sono andati all’asta i miei beni. Quelli della Società per azioni sono in concordato. I miei personali sono stati messi all’asta dalle banche…”.

Ha pensato mai di fare come hanno fatto altri?
“Potevo nascondere i miei beni? Non è nella mia consuetudine…”.

Nella crisi dell’edilizia che ha coinvolto la sua impresa ci sono anche sue colpe?
“Quando è scoppiata la crisi dell’edilizia, nel 2008, non ci siamo trovati di fronte alla solita crisi, quando non si vende più niente. I prezzi sono crollati a un punto tale che i mutui accesi erano più grandi del valore degli immobili”.

Di ciò che è stato detto e scritto sulle vicende personali, a incominciare dalla case all’asta, e dell’impresa, c’è qualcosa che le ha dato fastidio?
“Direi che sotto questo aspetto ho ricevuto molto rispetto. Come sempre accade non è mancato qualcuno più aggressivo. Un’aggressività particolare da parte di chi non m’aspettavo, visto il rapporto d’amicizia. Non dico di essere un filosofo, ma da laureato in Filosofia so bene che questo accade”.

Baia Flaminia, Centro Direzionale Benelli, Viale Napoli, Lungofoglia. E’ pentito di avere costruito qualcosa a Pesaro?
“No. Sono un appassionato del mio lavoro. Ancora adesso, di notte, sogno che sto costruendo qualcosa di nuovo. Invece, non costruisco più. Il mio lavoro mi piaceva e mi piace ancora. Il costruttore è responsabile della bontà della costruzione, ma delle scelte urbanistiche e della tipologia delle costruzioni sono responsabili gli amministratori e gli architetti che hanno fatto i Piani regolatori e i Piani particolareggiati. L’area ex Cmp (oggi nota come zona dell’Ipercoop; ndr) venne progettata un gruppo di architetti di Roma. Baia Flaminia da un architetto di Firenze. Entrambi incaricati dall’Amministrazione comunale. Il Lungofoglia era stato progettato da un architetto incaricato dall’Impresa Montagna, che poi si ritirò e io subentrai. La Benelli fu progettata dall’architetto Aymonino nell’area del vecchio stabilimento di motociclette poi demolito. Prima realizzammo la nuova fabbrica, poi costruimmo il Centro Direzionale”.

Di tutte queste costruzioni, anche se non realizzata dall’Impresa Palazzetti, ne trova una così brutta che l’abbatterebbe?
“A Pesaro non è successo quel che è accaduto a Cattolica e Rimini, dove si sono costruiti alberghi così vicini che i turisti possono darsi la mano da una finestra all’altra. Le zone a mare della riviera romagnola erano di proprietà dei marinai che lì abitavano e non vedevano l’ora di costruire. Da noi le terre vicine al mare erano delle famiglie più ricche che non volevano andare via. Molti hanno tutelato la zona mare perché vivevano nelle ville e non gradivano trasferirsi in centro o in altri quartieri”.

Campanara è rimasta una sorta di incompiuta con quel buco lungo la strada Urbinate. Le strade interne all’area sono in condizioni pietose. Non è una bella immagine per Pesaro. Può aiutarci a capire cosa è successo, visto che lei dovrebbe essere ancora proprietario di una parte dell’area?
“L’area è di proprietà della Società per azioni. Il concordato – con due commissari, un avvocato e un commercialista – sta cercando di vendere l’area, ma in un momento come questo, chi compera? Nel 2008, quando è esplosa la crisi, la Palazzetti Spa aveva in costruzione 1.000 appartamenti e 3 grandi centri commerciali; fra questi, pure Campanara”.

Eppure si continua a costruire e a non vendere: ha senso?
“In verità, si costruisce poco. In giro, non vedo molte gru. Giusto quella del Cantiere Navale e un’altra che sta da secoli nel Corso”.

Il no alla massoneria e ai club elitari, la fregatura della politica

C’è stato un periodo, a Pesaro come nel resto d’Italia, che le città erano controllate dalle 2 M: Massoneria e Mattone.
“Molti anni fa sono stato invitato a iscrivermi alla massoneria. Ero molto giovane, ma io non ho creduto mai in queste cose e niente ho fatto per iscrivermi alle associazioni d’élite come Rotary e Lions. Quando mi hanno cercato, ho risposto sempre di non essere interessato”.

Non si può negare, però, che il Mattone comandasse.
“Difficilmente dialogo, ma se lo faccio preferisco parlare delle cose che non conosco, perché non sono mai certo delle cose che so”.

Negli anni del boom dell’edilizia, c’erano assessori che le voci popolari definivano “al 10 per 100”. Dovevate pagare le tangenti, oppure contribuire in qualche maniera ai bilanci dei partiti che amministravano la città?
“Non sono così ingenuo da non sapere che queste cose esistevano, ma le ho evitate, sempre. Vi sembrerà incredibile, ma i lavori più grossi li ho presi attraverso il tribunale. Baia Flaminia aveva il progetto approvato. Io ho acquistato i lotti attraverso un fallimento gestito dal tribunale di Rimini. Come detto già, il Lungofoglia l’ho rilevato da Montagna. Per la ex Cmp ho fatto un’offerta all’Associazione Industriali, che l’ha accettata fra le altre pervenute. Non ho avuto mai bisogno di ricorrere a certi mezzi”.

Come sempre accade quando uno è un personaggio famoso, anche per lei si è mossa la politica: la tiravano tutti per la manica.
“E’ vero. Venne qui, al Club Nautico, Pier Ferdinando Casini, mi invitò a presentarmi con lui. Chiesi assicurazioni sul posto di capolista. Casini mi spiegò che sarebbe arrivato Claudio Scajola (ex ministro, uno dei più importanti collaboratori di Berlusconi in Forza Italia; ndr) e avrei avuto la garanzia. Invece, quando fu comunicato l’elenco, mi accorsi che il posto era stato assegnato a un altro. Chiesi conto a Scajola che mi rispose così: “Pesaro spetta a Comunione e Liberazione, a Formigoni”. Me lo avessero detto prima, non mi sarei presentato. Infatti, mi mancarono i voti di CL che riuscì ad eleggere il proprio rappresentante. Non fu una bella esperienza. Da allora, visto che non rispettavano la parola data, mi sono tenuto alla larga dai partiti”.

“Amo Pesaro, la città più bella del mondo”

Eligio Palazzetti

Eligio Palazzetti

Un giudizio su Pesaro oggi.
“Sono innamorato di Pesaro. Non amo i viaggi, sto benissimo qui, dove sono arrivato nel 1940, con i miei. Venivamo da Lyon. Sono rimasto sempre a Pesaro, che per me è la città più bella del mondo. Mi sembra amministrata bene. L’attuale amministrazione ha rifatto – bene – diverse strade del centro e rimesso a posto la zona della Palla, che qualcuno critica perché la poltrona è rossa; critiche che mi sembrano ridicole”.

Lei trascorre le mattinate nel porto: le piace il nuovo?
“Arrivai a Pesaro che avevo 7 anni, con la famiglia andammo a vivere in Via Mario Paterni. Dopo la guerra e lo sfollamento ci trasferimmo in Viale Gorizia. Sono stato sempre al Porto, che è casa mia. Per trent’anni sono stato presidente del Club Nautico, di cui oggi sono presidente onorario. Trovo il porto veramente bello. Mancano ancora poche cose, ma con l’apertura a ponente non arriva più una mareggiata”.

Potesse tornare indietro nel tempo, cosa non rifarebbe nella sua vita?
“Nel 2008 avevo gli anni sufficienti per ritirarmi, invece ho continuato a lavorare in pieno, avendo in corso di costruzione 1.000 appartamenti: 300 a Perugia, 200 ad Ancona, 300 a Pesaro… Vista l’età, era arrivata l’ora di calare, non di crescere. Però le cose sono andate così. Non ho rammarico. A 84 anni, la cosa più importante è che quando ti alzi la mattina non ti fa male niente”.

Le banche sono in difficoltà per colpa dei troppi prestiti concessi ai costruttori o perché amministrate male? O forse per entrambi i motivi? Se tanta gente ha avuto problemi con Banca Marche, di chi è la colpa?
“Un discorso serio ci porterebbe lontano. Fondamentalmente, in Italia le leggi sono vecchie. In Gran Bretagna o gli Stati Uniti, l’imprenditore non può essere coinvolto con i beni personale e le banche non possono ricorrere a questi beni. Accade da noi ed è un freno allo sviluppo industriale. Vorrei sottolineare che la mia è una delle poche imprese edili a livello nazionale che non è fallita, visto che mi è stato concesso il concordato, accettato dai creditori della SpA. Il concordato è concesso dal tribunale sentito il parere dei creditori. Fra i creditori ci sono le banche. Se l’hanno accettato significa che la Palazzetti SpA ha beni che si possono vendere e il ricavato va agli istituti di credito. Solo in Italia è possibile correre dietro ai beni personali dell’imprenditore. Apparentemente può sembrare giusto, ma a lungo andare blocca lo sviluppo. Credo che un imprenditore che ha lavorato una vita avrebbe diritto a salvaguardare almeno la casa dove abita. Capisco che il mio sia un discorso difficile, ma se non si arriva a fare come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sarà sempre più difficile creare ricchezza e ridistribuirla e aumentare così i posti di lavoro. Lavori 40 anni e al primo lavoro che sbagli sei finito…”.

“Sono tifoso di Berlusconi, ma affiderei l’Italia a Renzi”

Appare evidente che pure tenendosi alla larga dalla politica, le idee di Eligio Palazzetti sono indirizzate verso due persone che si somigliano: Berlusconi e Renzi. Ma chi sceglierebbe tra i due?
“Penso che quando il potere è così frazionato non è più democrazia, tanto da non sapere chi comanda. Abbiamo bisogno di una persona che scelga e faccia le riforme e abbia potere per farle. Non un dittatore, ma uno che decida. Così, pure se tifoso di Berlusconi, anche perché lavoravo nello stesso settore, credo che se c’è un uomo che può gestire il potere con una certa arroganza, questo è Renzi”.

L’ingegner Gianni Torri, che è stato suo prezioso collaboratore, mi raccontava che lei non era un appassionato di pallacanestro, eppure diventò presidente. E’ vero che fu obbligato dalla politica in cambio dell’autorizzazione a costruire il quartiere fieristico di Campanara?
“Una balla grossa come una casa…”. Detto da chi le case le costruiva…
“Il mio sport preferito era ed è il ciclismo: seguo il Giro, il Tour e adesso la Vuelta. Nella pallacanestro fui chiamato perché facevo parte del CSI, il Centro Sportivo Italiano, per cui correvo. Centro Sportivo, legato alla Chiesa e alla Democrazia Cristiana, di cui faceva parte Gino Filippucci, il secondo presidente dell’U.S. Victoria”.

Ci racconti la sua presidenza nel basket.
“Non è necessario essere un appassionato per fare il presidente. Conta sapere fare. Non è facile, lo so, ma funziona così. Dopo la pallacanestro, sono andato alla Vis Pesaro calcio e abbiamo conquistato la serie C1. In tre anni, due promozioni. E puntavamo alla serie B. Anche adesso, quando si parla del basket, l’argomento principale sono i soldi, anzi dei soldi che mancano. Fosse così, vincerebbe sempre chi è più ricco. Invece si può vincere con le idee e i progetti, insomma, sapendoci fare. Lo dimostrano le squadre di calcio di serie A che pure con meno soldi riescono a ottenere buoni risultati”.

Negli anni d’oro di Palazzetti presidente della Victoria Libertas si raccontava che per sentirsi importanti si dovesse essere invitati alle sue feste nella villa di Montechiaro, dove c’era una presenza notevole di belle signore.
“Ho avuto sempre gli stessi amici. E i miei amici erano quelli del porto che mi venivano a trovare in campagna. Fra questi ci sono quelli con i quali, ancora oggi, vado a cena il sabato sera. C’erano belle donne? C’erano anche belle donne…”.

Si diceva che lei piacesse: il fascino del potere, magari anche suonando il pianoforte, come faceva per gli amici, oppure?
“Bello no, ma godevo di una certa simpatia…”.

Quando lei cedette la Vuelle a Elvino e Valter Scavolini, Elio Giuliani e Luciano Murgia erano appostati davanti all’entrata dello studio del notaio Ferri, in Via Almerici. Ai nostri complimenti, Elvino rispose più o meno così: “Dovete farli a Palazzetti, è lui che ha fatto l’affare”.
“A differenza di Valter, Elvino non voleva che io cedessi la presidenza. Credo che lui e i suoi familiari pensassero che il merito dei buoni risultati fosse di Palazzetti. Valter volle prendere in mano la questione e i risultati li conoscete. Però siamo rimasti amici. Finché c’è stata la mia squadra, ha vinto. Dopo è stato più difficile”.

“Non vedo l’ora di riabbracciare Sylvester”

Lei era molto buono con i giocatori: Mike Sylvester ci raccontò una storiella che lo conferma. Poco prima di partire per tornare a casa, in Ohio, Mike si presentò nella sua villa in Viale Trieste per trattare il rinnovo del contratto. In cuor suo era scettico, convinto che sarebbe stato difficile spuntare un buon ingaggio. All’uscita sembrava incredulo: “Per fortuna non ho avanzato la mia richiesta – ci disse – perché avrei preso meno di quel che mi ha concesso Palazzetti”.
“Quando trattammo il suo ingaggio, lui non si fidava di noi e pretendeva tante cose. Ci siamo conosciuti e gli anni successivi non ci sono state discussioni. Era contento di quel che gli davamo e non chiedeva più alcuna garanzia come aveva fatto all’arrivo da Milano. So che sta per tornare a Pesaro e mi verrà a trovare”. Mike tornerà a ottobre e il 14 ottobre ci sarà una cena fra i giocatori e i tecnici e le persone che hanno fatto parte della storia di quella Victoria Libertas che disputò la prima finale scudetto e vinse Coppa delle Coppe e Coppa Italia.

Il giocatore preferito?
“Li ho trattati tutti come figli, in un reciproco volersi bene che andava oltre il rapporto tra presidente e giocatori. Erano ragazzi educati, che si sacrificavano per raggiungere traguardi importanti, come poi è accaduto”.

Oggi Eligio Palazzetti guarda il mare, si gode il porto, scrive aforismi e racconti brevi che ha pubblicato in passato e dipinge. E soprattutto continua ad amare la sua Pesaro, “la città più bella del mondo”.

Un commento to “Eligio Palazzetti guarda il mare e pensa a quando era il re di Pesaro. La sua storia e quella della città: intervista esclusiva”

  1. Francesco scrive:

    Congratulazioni,vera intervista ad un grande (non per gli anni ) uomo protagonista della nostra città.

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