“Da Miami con furore, aspettando la fine del mondo”: Lorenzo Scatigna racconta gli USA dell’uragano Irma

Uragano IrmaLorenzo Scatigna

MIAMI (Stati Uniti) – In questo sabato pomeriggio da una Miami spettrale e desolante per una città di qualche milione di abitante spesso associata ad un paradiso terrestre mi sento di mandare un messaggio alla Piqué, il centrale del Barca e della Roja: “Me quedo” (traduzione “Io rimango”).

In una città costretta all’evacuazione (Miami Beach già dal mezzogiorno di giovedì) per la minaccia di quello che potrebbe essere l’uragano più terrificante e dalle conseguenze più devastanti mai abbattutosi sull’Atlantico, io “me quedo”, e non per un atto di spavalderia o gesto di sfida verso comunque un fenomeno della natura che mentre scrivo sembra abbia deviato definitivamente verso ovest escludendo Miami dal suo cono d’azione, nonostante il solerte sindaco di Miami Beach abbia da qualche minuto dichiarato il coprifuoco dalle 8 pm alle 7 am per quel tratto costiero di Miami dove a nostro Signore gli è decisamente sfuggita la mano quando distribuì le bellezze (paesaggistiche e non solo) su questa terra e che corrisponde a quella lingua di terra conosciuta come South Beach.

Potremmo parlare per ore dell’allarmismo sensazionalistico-catastrofico dei media, dei benzinai e supermercati esauriti da giorni, o delle chilometriche code per evacuare uno Stato intero. Dopo la solitudine e la torta di mele non c’è niente di più americano che fare le code, le file: in macchina, al bar, al ristorante, negli uffici pubblici, ovunque insomma, in USA amano fare le code. Le scorciatoie (concetto molto caro a noi italiani, non solo in macchina), le strade alternative, qualsiasi cosa che devia “dal manuale delle istruzioni” dallo yankee medio non è contemplato, anzi, lo manda in crisi. E allora eccoli tutti in colonna, come pecore a seguire il capo gregge che in questo caso risponde al nome di Rick Scott, il governatore repubblicano della Florida, un personaggio i cui neuroni si contano comodamente sulle dita di una mano. Vero è che dovesse Irma abbattersi su Miami e qualsiasi altra città provocherebbe devastazione e distruzione con danni incalcolabili, vorrei che questo concetto rimanesse chiaro nel proseguito della lettura. Ma l’ipocrisia americana in queste situazioni riesce ad andare ben oltre, nascondendo le sue vere fattezze, che sono quelle solite dei presidenti morti di colore verde: dollari signori, dollari.
“Fuggite, scappate, abbandonate la Florida, perché le vostre case possiamo sempre ricostruirle mentre le vostre vite no” dicono le istituzioni del Sunshine State: un messaggio tanto finto quanto ipocritamente ben mascherato, che tutti ci cascano. Per citare il grande Totò: “ma mi faccia il piacere…”. L’America ti vuole in fila mentre abbandoni la Florida per andare chissà dove l’America ha bisogno di sfoggiare la sua grande organizzazione, l’America ha bisogno di tenerti nella paura e nel panico. L’America ha bisogno di ricostruirti la casa (bada bene, coi tuoi soldi però, anzi col tuo bel mutuo a condizioni superagevolate post uragano): ma costruire e rimodernare case con sistemi anti uragano in uno Stato minacciato da almeno 2 uragani all’anno, in un Paese dove la tecnologia, le infinite risorse non solo economiche ed i potenti mezzi lo consentirebbero, nooo??  Ma rimanere barricati in casa e limitare i danni di queste calamità naturali, brutto??? È vero che da Miami Beach in giù è più Caribe che Stati Uniti, ma non così tanto da essere spazzati via da un uragano. Vero è che South Beach è 6 piedi sotto il livello del mare, tanto che nella zona ovest hanno dovuto rialzare le strade ed installare efficientissime pompe per porre fine a continue inondazioni durante le maree come magistralmente mostrato nel bellissimo documentario ecologista sul riscaldamento globale e contro le lobby prodotto da Scorsese, con Leonardo Di Caprio dal titolo Before the food, ma non abbiamo le case di paglia costruite sulla sabbia come in gran parte delle piccole isole del Caribe e dei Tropici. E’ altrettanto vero che non ho mai vissuto un uragano dal vivo, se non l’angoscia e la frustrazione di questa snervante ed infinita attesa (capisco che evacuare, probabilmente inutilmente, milioni di cittadini richieda tanto anticipo ma bloccare un’intera città e diversi business da giorni mi sembra davvero pazzesco), che le inondazioni sono il pericolo maggiore nel nostro caso, che il post uragano senza elettricità ed acqua per giorni possa causare dei disagi paurosi i cui danni collaterali possono essere altrettanto enormi e terrificanti, ma credo che chi sia veramente in pericolo siano le zone disagiate della città, le famiglie indigenti, gli anziani e la parte della popolazione più disagiata rifugiata negli shelters approntati per l’occasione. Oltre a qualche avventato ed incosciente surfista. Sono gli unici americani che abbiamo, portate pazienza.
La verità è che, negli USA, se c’è una categoria di lavoratori che abbonda e che prospera è quella degli avvocati in quanto in questo Paese tutti denunciano tutti, anche per le minime stupidaggini: figurarsi un cittadino vittima di inondazione o di un albero che gli cade sulla macchina (rigorosamente con finanziamento) se non denuncia lo Stato che non gli ha detto di evacuare durante un uragano. Le autorità ragionano sempre per salvaguardarsi da possibili rivalse e dall’opinione pubblica: “Noi ti abbiamo detto di evacuare. Ora se ti succede qualcosa sono cavoli tuoi”. Altro che salvaguardia delle vite umane.
E se è vero che le sciagure arrivano sempre in coppia, non si farà in tempo a scamparla da Irma che già i media ci minacciano con Josè, il nuovo uragano non così troppo distante ma che già sembra fortunatamente aver preso un’altra rotta.
L’America ha bisogno di controllare le masse, cosa in cui è suprema maestra, e lo fa con l’abile uso e complicità dei media, vecchi e nuovi, in un Paese dove la tanto sbandierata libertà, quella vera, tout court, è davvero patrimonio di pochi.
Oltre all’establishment ed ai vari fantagazzilionari americani che comandano le lobby, c’è un’eccezione però: una persona libera davvero, sempre e comunque, che sicuramente non ha evacuato e non evacuerà mai South Beach. Volete un nome? State pure con Robert Kraft, assurto ormai a mito col nome di “Raven”, un misto tra la versione hippie di Forrest Gamp e le liriche dark blues di Johnny Cash (raccontato al solito come meglio non si potrebbe da Federico Buffa in questo video: https://youtu.be/Hby0B_u7msk).
Lui è dal 1 gennaio 1975 che corre costantemente 8 miglia sulla spiaggia di South Beach, incredibilmente senza mai saltare un giorno: non c’è malattia, infortunio, fenomeno atmosferico, calamità naturale che gli impedisca di correre. Semplicemente non può fermarsi. Non l’ha fermato Mathew nel 1992, non c’è riuscito Wilma nel 2005, non ce la farà neanche Trump, pardon, Irma.
Ora però vado a rintanarmi da qualche parte e che Iddio ce la mandi buona, che va bene essere radical chic, controcorrente  e spavaldo quando è quasi certo che ormai l’uragano abbia deviato il suo corso, però la pellaccia bisogna pur sempre portarla a casa. E comunque garantisco che la paura e l’angoscia rimane tanta. Speriamo che finisca presto e continuiamo a pregare.
Ci aggiorniamo per il post calamità. Sperem!
Ad maiora.

https://www.instagram.com/p/BYwAVJKlFgr/?taken-by=105miami

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