L’approfondimento di Pu24: Renata Tebaldi, la Voce d’Angelo

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11 settembre 2017

Renata Tebaldi

Renata Tebaldi

La nascita di Renata Tebaldi avvenne a Pesaro il 1° febbraio 1922, in via XX settembre e, a proposito della sua venuta alla luce, c’è un aneddoto curioso che vale la pena citare. La mamma Giuseppina Barbieri, originaria di Langhirano vicino Parma, era incinta di Renata e mancavano poche settimane al parto quando sul lungomare di Pesaro fu caricata da un cavallo imbizzarrito. Il trauma fu forte e questo servì a tramandarlo alla figlia come fobìa per i cavalli: impulso ed avversione che condizionò Renata nella sua vita professionale. Il padre, Teobaldo Tebaldi, violoncellista di professione, apparteneva invece a una vecchia famiglia marchigiana, era un uomo seducente e aveva successo con le donne e questo purtroppo compromise la relazione con la moglie, tanto che la sposa, delusa, se ne tornò a Langhirano con Renata di appena tre mesi e dopo varie vicissitudini non ne volle più sapere del marito.

A tre anni Renata contrasse la poliomelite che durò ben cinque interminabili anni, tra iniezioni, massaggi, ginnastica, medicine e cure termali, e nonostante una incipiente inappetenza la madre riuscì allora a darle nutrimento con la famosa Farina Lattea Mellin, e Renata vincendo anche questa magrezza guarì del tutto. Non era una bambina socievole e la sua passione erano le bambole e il pianoforte, ma la maestra, sentendola cantare, ebbe l’intuizione di una nuova attitudine musicale diversa dal pianoforte e fu così che Renata si dedicò unicamente al solo canto. Approfittando di trascorrere il Natale del 1940 a Pesaro, le venne presentata da una zia la famosa Carmen Melis, cantante soprano, e allora insegnante al Conservatorio di Pesaro che volle sentirla cantare aiutandola a correggersi. Ad una successiva audizione con la Melis, dove Renata cantò, profeticamente, “Ebben ne andrò lontana” dalla Wally era presente Riccardo Zandonai, direttore del conservatorio, che ebbe a dire alla madre: “Mettere intralci alla carriera di una voce così sarebbe un errore, direi quasi un delitto”.

Carlamaria Casanova ci racconta ancora che iniziò a cantare a Cartoceto, Urbino e finalmente a Rovigo nel Mefistofele di Boito, per la parte di Elena il 23 maggio 1944 debuttando ufficialmente, al fianco di un cast di tutto prestigio e poi a Parma, al Teatro Regio, per la Boheme, Amico Fritz e Andrea Chénier, subentrando a Mercedes Fortunati, beniamina del pubblico parmense, e fu un trionfo. E a Trieste nel 1945 con Otello e ancora con Andrea Chénier, con protagonista Mario Del Monaco  che la conosceva dai tempi di Pesaro e che ascoltandola ravvisò nella sua voce “quella purezza e splendore inimitabili”, tanto che le predisse che un giorno avrebbero cantato assieme, e che li portò ad essere proclamati “la coppia del secolo” proprio con Cheniér, diventato ormai cavallo di battaglia delle due ugole d’oro della lirica italiana. Iniziò a cantare nei teatri di Parma (terra di Verdi e Toscanini), Genova, Brescia, Catania, Bologna per poi approdare a Milano, alla Scala con il “Maestro” Toscanini che, appena smise di cantare all’audizione esclamò: “Brava! Brava!”, scegliendola per il concerto inaugurale della Scala ricostruita, dove la Tebaldi avrebbe cantato La Preghiera del Mosè di Rossini e sarebbe stata la voce solita del Te Deum di Verdi. Fu proprio Toscanini che coniò la parola: “Voglio che questa Voce d’Angelo scenda veramente dal cielo!”  facendola cantare non in mezzo al coro ma al vertice, in alto alla gradinata. Era l’11 maggio 1946 e il concerto fu trasmesso dalla Scala per radio nel mondo intero. Fu un successo e fu subito immessa nel circuito regolare:  nell’estate del 1947 avvenne il debutto all’Arena di Verona dove anche Maria Callas, altro soprano esordì nella Gioconda, e due anni dopo avvenne la prima tournée all’estero: Lisbona dove cantò, unica volta nella sua carriera, Elvira nel Don Giovanni. Ma la Tebaldi, figura semplice e altruistica, eccelleva in particolare come interprete di Verdi e Puccini, cantando l’Aida alla Scala nel 1950 con Mario Del Monaco, Fedora Barbieri, Cesare Siepi e Raffaele De Falchi. Dirigeva Antonino Votto e l’esito fu trionfale.

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Dopo il clamoroso successo della tournée della Scala in Inghilterra, la Tebaldi varcò per la prima volta l’oceano diretta a San Francisco e Los Angeles, per il suo debutto americano, e poi quello sudamericano dove si incontrò con la Callas e si misurarono “a caldo” con le tre opere di Traviata, Aida e Tosca, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. I confusi risentimenti e le rivalse che covavano sotto la brace da anni scoppiarono allora con l’irrevocabilità di una dichiarazione di “guerra”. La “guerra” delle primedonne Callas (il diavolo) Tebaldi (l’angelo) divampò inaspettata e fu l’ultimo grande scontro nella storia del melodramma, fomentate da amici, detrattori, giornalisti, loggionisti e fans, che preferivano nutrire più motivi di scontro che accettare una pacifica convivenza.

Il 6 gennaio 1955 fu la volta di New York con il debutto al Metropolitan con Otello, protagonista Mario Del Monaco, e fin dalla prima sera il pubblico del Met impazzì per la Tebaldi e l’adottò per sempre. Il “New York Times” disse: “La Tebaldi è incantevole: una bella donna simile a un antico dipinto fiorentino. Professionalmente possiede grande musicalità, scuola e gusto interpretativo”. Ad una anno dal suo debutto al Met Renata era diventata la prima donna incontestata negli Stati Uniti e la chiamavano “Miss sold-out”, e ritornata due anni dopo cantò la Traviata, la Boheme e la Tosca e fu consacrata regina di quel palcoscenico.

Da quando Renata aveva iniziato la carriera a Rovigo e poi si era spostata via più lontano, la mamma l’aveva sempre accompagnata; in camerino l’aiutava a indossare il costume e le aggiustava l’acconciatura. Quando la figlia era in scena, stava dietro le quinte con in mano un rosario e un corno rosso per gli scongiuri: nei teatri la chiamavano “il gendarme”, ma fu presto soppiantata da un’altra factotum che si chiamava Tina. Purtroppo però Giuseppina si ammalò e i medici le diagnosticarono una trombosi coronarica che risultò fatale. Entrò in coma e spirò. La salma fu portata in Italia e traslata poi al cimitero di Mataleto di Langhirano. Renata non sapeva se avrebbe ancora cantato.

Prima di partire per l’America, Renata si era riconciliata con suo padre. Erano diciannove anni che non si vedevano né avevano alcun rapporto. Per troppi anni aveva sofferto dell’abbandono paterno ma poi, all’improvviso la figlia aveva ceduto e adesso che la mamma non c’era più, non aveva timore di offendere la sua sensibilità accettando di rivedere il padre. Intanto trovò l’amore in Arturo Basile, direttore d’orchestra, separato dalla moglie quando ancora il divorzio in Italia non esisteva. L’opinione pubblica contestò che la scelta di Renata fosse caduta su di un uomo non libero, ma il pubblico la perdonò e tutti furono con lei augurandole di essere felice. Cantò sotto la sua direzione ma non era un amore felice: i nervi stavano cedendo e lei non voleva più soffrire. Basile non sposerà mai Tebaldi anche se ne era intenzionato.

La vita di Renata aveva preso ormai un ritmo regolare: le vacanze d’estate a Rimini, con parenti e amici, il resto dell’anno negli Stati Uniti, quasi sempre a New York. La sua voce era grande, importante, rigorosa e tecnicamente studiata. Per chi l’aveva conosciuta prima era una voce diversa e sorprendente. A cinquantun’anni intraprese un’altra volta il cammino del palcoscenico dedicandosi solo ai concerti. Le tappe furono estrose, imprevedibili, diversissime. Da Washington a Bussetto, da Londra a Seul, da Vienna ad Osaka, da Como a Reykjavik, da Anversa a Rimini, da Mosca a Milano e così via, sempre accompagnata dalle sue bambole portafortuna che hanno sempre fatto parte del suo bagaglio di teatro e del barboncino New.

Il 1976 Tebaldi, dal Carnegie Hall, senza saperlo aveva dato il suo addio al pubblico americano cantando “Addio senza rancor” della Boheme e tornò in Italia. Nel 1976, all’indomani del terremoto in Friuli, la Scala mise in programma un concerto straordinario per raccogliere fondi in soccorso alle popolazioni sinistrate, ed anche il suo cachet fu devoluto ai terremotati. Vestiva un abito blu royal ed era bellissima: cantò arie di Sarti, Bononcini, Gluck, Bellini, Donizetti, Verdi, Rossini, Wolf Ferrari, Cilea, Mascagni, Tosti, Cimara, Denza e due arie operistiche, più sette bis: l’ultimo: “Tu che m’hai preso il cuor”. Fu sommersa da garofani bianchi e rosa, lei rispose con baci e qualche lacrima. Il suo sorriso era quello di sempre: splendente e radioso. Nessuno pensò che era l’ultima volta che cantava: era il ventitré maggio. Come quello del suo debutto, ma trentadue anni dopo. Aveva solo 54 anni.

Era un soprano lirico con voce timbrica cristallina, morbida e vellutata e il suo personaggio preferito era la Tosca, e Puccini il compositore più grande, ma anche Rossini, Bellini, Donizetti e chiaramente Verdi. Ha cantato con con Beniamino Gigli, Mariano Stabile, Renata Scotto, Franco Corelli, Mario Del Monaco e tanti altri, e con oltre 70 direttori d’orchestra: tra i più famosi autentici giganti della musica come De Sabata, Giulini, Toscanini e Karajan. Renata Tebaldi si era stabilmente trasferita a San Marino dove da circa 20 anni trascorreva periodi di vacanza e dove fino all’ultimo è stata assistita dagli amici. E’ scomparsa all’età di 82 anni ed è sepolta a Mataleto di Langhirano, accanto alla sua amata mamma.

 La Stella di Renata Tebaldi sulla Hollywood Walk of Fame (la famosa strada di Hollywood):

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