Mike Sylvester raccontato a mio figlio. La vecchia gloria biancorossa all’Adriatic Arena nel match con la Virtus

Lamberto Bettini

Caro Mattia, i poster della tua camera non hanno nemmeno il tempo di ingiallire. I tuoi idoli, per lo più giocatori di basket, ogni stagione vestono casacche nuove. Hai presto dimenticato chi ti ha fatto innamorare la scorsa primavera, ora esulti per le magie di Dallas Moore, ma sai già che pure lui vedrà il nostro mare per un tempo breve. Dall’altra parte dell’Oceano, baldi studenti universitari hanno in testa un’idea di pallacanestro che già il prossimo autunno li farà volare fin qua. Sì, ne abbiamo già parlato, a te, a voi piace così, ogni tempo ha il suo tempo ed io sto invecchiando. Insomma la solita storia.

Eppure non ti ho mai raccontato del mio poster. E’ rimasto appiccicato al muro della mia camera per anni. Altro che ingiallito! Siediti, lascia stare il telefono ed ascoltami per qualche minuto.

Avevo l’imbarazzo della scelta fra i campioni della Scavolini: la classe di Walter Magnifico, la grinta di Ario Costa, l’altruismo di Andrea Gracis, le magiche bombe di Domenico Zampolini, ma il mio cuore scelse Mike Sylvester. Oriundo, guardia-ala di Cincinnati, negli States, arrivò a Pesaro dopo qualche stagione a Milano. Era un cavallo pazzo, un guerriero, un giocatore del tutto fuori dalle regole. A cominciare dal tiro che avveniva con un caricamento laterale che portava la palla dietro la testa; la sfera seguiva un percorso del tutto atipico eppure, spesso e volentieri, terminava la sua corsa secondo i migliori auspici del tiratore. “Ho imparato male – mi par disse una volta Sylvester – ma finché faccio canestro non c’è motivo di cambiare. E forse nemmeno ci riuscirei”. Ricordo che un telecronista dell’epoca, rivolgendosi ai bambini che frequentavano il minibasket, li invitò a chiudere gli occhi al momento del tiro di Mike.

Attaccava il canestro con movimenti poco scolastici ed aveva i classici venti punti in tasca ma sul campo da gioco era molto di più. Portava palla, in difesa si faceva sentire, buon rimbalzista e ottimo passatore: ho ancora davanti agli occhi il suo classico passaggio ad una mano, da giocatore di baseball quale era stato. Intelligenza viva, camminata da marine, sguardo alto e orgoglioso, affatto incline al compromesso. Al piccolo Mike era stato insegnato che doveva sapersi difendere da solo ed il ragazzo ne fece una regola aurea. Si sapeva difendere, eccome! Sul parquet non aspettava certo l’intervento dell’arbitro per avere giustizia: furono risse epiche con botte, lacrime e sangue. Sylvester non si lamentava, le dava e le prendeva. Soprattutto le dava.

64389ba0bd7748ebad367e0072a83add-90575-d41d8cd98f00b204e9800998ecf8427eUna partita ricordo più di tutte le altre. Non erano passate nemmeno ventiquattro ore dal momento in cui Sylvester fu colpito dal dolore più grande che la vita possa riservare ad un uomo, ad un padre. La Scavolini doveva giocare una partita di campionato contro la Ciao Crem Varese e Mike decise di scendere in campo, nonostante tutto. C’era un’atmosfera surreale quel giorno al vecchio Palas, era chiaro che la partita, pur importante per la classifica, non era niente in quel momento. La contesa, in bilico fino alle battute finali, venne decisa da tre canestri, manco a dirlo, del nostro Mike; non credo di aver più sentito un applauso più intenso di quello che si levò al suono dell’ultima sirena.

Non starò qui a ricordare quello che Sylvester vinse (e vinse!) o perse con la Victoria Libertas, un eroe non si misura dalle medaglie al petto. L’adolescente si sente diverso da tutti gli altri e, ai miei occhi, Sylvester era quello. Lo volevo nella mia squadra, direi di più, nella squadra della mia vita.

Qualcuno sostiene che non sia cosa saggia rincontrare i propri eroi. Non mi interessa. Io domani, caro Mike, sarò lì, al mio solito posto, ad applaudirti. Di nuovo.

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