Raffaello… Poeta?

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19 ottobre 2017

Raffaello poetaNulla si aggiunge a quanto da tanti si è detto di lui, se non che egli si dilettò di volgar poesia (…)(Marchese Antaldo Antaldi).

Sì… stiamo parlando proprio di lui: Raffaello Sanzio figlio di Giovanni Santi e di Magia Ciarla nato ad Urbino il 6 aprile del 1483, e spirato a Roma sempre lo stesso giorno e lo stesso mese del 1520 (sempre di Venerdì Santo), alla giovane età di 37 anni. “La causa del decesso fu un improvviso attacco febbrile, perché il suo organismo era debilitato per dei recenti disordini sessuali. I medici, ignari, gli praticarono un micidiale salasso” (Vasari). Ma tutto lascia supporre che invece si trattasse di malaria e il suo organismo si trovò perciò affaticato per eccesso di lavoro, e non per uno stressante convegno amoroso, o dovuto ad una sua corsa affannosa per una chiamata improvvisa da parte di papa Leone X°.

Il padre Giovanni, pittore di corte a Urbino e poeta (“Bello è quel dì che ha felice sera”) avrebbe fatto di suo figlio l’artista della “mirabile arte”, e qualche tempo prima di morire portò Raffaello, “il putto”, a Perugia nella bottega di Pier della Pieve, più noto col nome di Perugino, per fissargli un posto di allievo. Il padre stesso fu per molti anni con lui a lavorare presso il Perugino; per di più il Perugino era all’apice della sua carriera e Giovanni, nel suo poema, lo aveva esaltato come uno dei due “divini pittori” della nuova generazione. L’altro era Leonardo da Vinci. Che il ragazzo possa essere stato fin dalla sua prima età l’aiuto naturale del padre nessuno potrebbe metterlo in dubbio, perché a Perugia si occupava di lui come un vero padre, viveva accanto a lui perché era un pittore e Raffaello il suo condiscepolo, figurando tra l’altro come “magistri pictores” (maestri pittori) in società tra loro in un documento.

E qui entriamo nel vivo della nostra dissertazione in quanto fu il padre che tra gli artisti si guadagnò un posto anche come letterato e, come poeta, gli spetta una Cronaca rimata, libretto costituito di duemilatrecento terzine celebranti il duca Federico da Montefeltro, composta dopo la sua morte e dedicata al suo erede Guidubaldo.

Quindi Raffaello, pittore, architetto e scrittore fu anche un poeta sulle orme del padre Giovanni, da cui imparò pure l’arte letteraria seppur per un lasso di tempo breve, ma “si dilettava anco di scriver capitoli e stanze amorose”. Da tempo quindi si riconosce che sei sonetti vanno sotto il nome di Raffaello, di cui forse l’ultimo potrebbe risultare non suo, ma tutti egualmente tramandati dalla mano stessa dell’artista sui suoi disegni, preparatori per la Disputa del Sacramento, nella Stanza vaticana della Segnatura e commissionata dal Papa Giulio II°. La scarsa attenzione dei critici ottocenteschi per i versi di Raffaello non dipendeva perciò da un giudizio negativo, ma dalla difficoltà di reperire buoni testi. Quanto alla stima, se si rivela negativa in Longhena, la lunga scia dei preraffaelliti la descrivevano di un candore per nulla abulico, mentre in Marianni essa si palesa altissima. Certo che non si riscontrano entusiasmi universali in Foscolo, De Sanctis e Croce, ma l’impegno lirico di Raffaello è stata troppo presto interrotta per la necessità di badare alla sua bottega, e la scelta dei disegni per la Disputa come supporto dei suoi versi, rivelerebbe in Raffaello la volontà di imporsi come pittore-poeta.

Raffaello poetaCertamente Baldassar Castiglione può aver influito su Raffaello, giacché per il conte, l’ideale umano non è solo di sangue nobile, cavaliere completo, cortigiano perfetto, ma deve saper suonare, disegnare e comporre versi. Di certo i sonetti non furono composti per “diletto”, perché Raffaello doveva considerarli un pensum, in omaggio all’etichetta da recitare nella “vigna” più accogliente.

Sonetto I

Amor, tu m’envesscasti con doi be’ lumi
de doi beli ochi dov’io me strugo e [s]face
da bianca neve e da rose vivace
da un bel parlar in donessi costumi.

Tal che tanto ardo che né mar né fiumi
Spegniar potrian quel focho ma non mi spiace
poi ch’el mio ardor tanto di ben mi face
c’ardendo onior più d’arder me cons[umi].

Quanto fu do[l]ce el giogo e la catena
de toi candidi braci al col mio vo[lti]
che sogliendomi io sento mortal pena

D’altre cose io non dicho che for m[olti]
che soperchia docenza a morte men[a]
e però tacio a te i pensir rivolti.

Sonetto II

Como non podde dir d’arcana Dei
Paul como diseso fu dal celo
così el mi[o] cor d’uno amoroso vello
à ricoperto tuti i penser mei.

Però quanto ch’io viddi e quanto io fei
pel gaudio taccio che nel petto celo
e prima cangerò nel fro[n]te el pelo
che mai l’obligo volga in penser rei.

E se quello alter almo in basso cede
ved[r]ai che non fia a me ma al mio gran focho
qual più che gli altri in la fe[r]ventia esciede

E s’el pregar mio in te avesse locho
giamai non restaria chiamar mercede
fi[n]che nel petto fuso el parlar fi[o]cho.

Sonetto III

Un pensier dolce è rimembra[r]se
di quello asalto ma più gravo el danno
del partir ch’io restai como quei c’àno
in mar perso la stella se ‘l ver odo.

Or lingua di parlar disogli el nodo
a dir di questo inusitato ingano
ch’amor mi fece per mio gravo afanno
ma lui pur ne ringratio e lei ne lodo.

L’ora sesta era che l’ocaso un sole
aveva fatto e l’altro surse in locho
ati più da far fati che parole.

Ma io restai pur vinto al mio gran focho
che mi tormenta che dove l’on sole
disiar di parlar più riman fiocho.

Sonetto IV

[S’al] te servir par, amore,
[per] li efetti dimostri da me in parte,
tu sai el perché senza vergarte in carte
ch’io dimostai el contrario del mio core.

[I]o grido e dicho or che tu sei el mio signiore
dal centro al cel più su che Iove e Marte
e che schermo non val né ingenio ho arte
a schifar le tue forze e ‘l tuo furore.

Hor questo qui fia noto: el focho ascoso
io portai nel mio peto, ebbi tal gratia
che inteso alfin fu suo spiar dubioso
e quell’alma gentil non mi distatia
ond’io ringratio amor che a me piatoso.

Sonetto V

[Fe]llo pensier che in recercar t’afanni
[d]e dare in preda el cor per più tua pace
[n]on vedi tu gli efetti aspri e tenace
[de] cului che n’usurpa i più belli anni

[Dur]e fatiche e voi famosi afanni
[r]isvegliate el pensier che in otio giace
[m]osstateli quel cole alto che face
[s]alir da’ bassi ai più sublimi scanni.

[Div]ine alme celeste, acuti ing[e]ni
che scorze e forde e coi vergati e sassi
disprezando le ponpe e sietri e regni.

Sonetto VI

Come la veggo e chiara sta nel core
tua gran bellezza, il mio pennello franco
non è in pingere egual e viene manco,
perché debol riman per forte amore.

Sì mi tormenta lo infinito ardore,
il volto roseo, il seno colmo e bianco,
con lo rotondo delicato fianco,
ha di vaghezza che abbaglia di splendore.

L’insieme allo pensier tutto commosse,
che atto non fè il saper; perciò nemica
fece la man che al ben ritrar non mosse.

Ognor fisso studiar in dolce amica
quella beltà che ciel credea sol fosse,
fia che il desiar compirà la mia fatica.

In quest’ultimo sonetto, assieme a quello del disegno autografo, Raffaello ritrasse la donna amata, la Fornarina, i cui versi fungono da commento e che Fabio Chigi (1618) riconobbe circoscrivendola come “meretricula”. Ma in seguito l’identificazione della donna amata dal pittore con una prostituta fu ben presto abbandonata, cercando di conferirle dignità anche sulla nascita e cioè “figlia di un fornaio”.

Questi sei sonetti rappresentano quindi una voce esile ma riconoscibile nel fermento della lirica cinquecentesca, dove Raffaello confermava che una tra le sue grandi facoltà era quella di disegnare valori altamente morali, ma ciò forse non spiega perché simile esperienza lirica sia stata di così breve durata e senza alcun seguito.

Il corsivo di Sanzio viene classificato elegante e Federico Zeri nel 1987 ebbe a dire “Chi conosce gli autografi di Raffaello sa che esse hanno la stessa intensità, direi quasi la stessa qualità figurativa che si riscontra nei suoi quadri e nei suoi disegni”.

2 Commenti to “Raffaello… Poeta?”

  1. Brusco 54 scrive:

    Un altro GRANDE PEZZO .Grazie Giuliano anche questo me lo sono bevuto nel senso .. letto tutto di un fiato grazie

  2. Nardelli scrive:

    Grazie mille Brusco. Vedo che sei sempre molto attento e questo mi lusinga non poco. Ma anche i tuoi articoli non sono da meno: li leggo volentieri e con piacere. Ciao e alla prossima!

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