“Hallowen: festa attuale e modaiola, ma antica”. L’approfondimento di Pu24

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31 ottobre 2017

halloween2“O mi dai un buon dolcetto, o ti becchi uno scherzetto! Devi fare questa scelta muoviti, su, fai alla svelta! Non hai tempo di pensare sono qui per spaventare chi i dolcetti non mi dà prima o poi si pentirà!”

E’ certamente il giorno più apprezzato da tutti i ragazzi nel mondo. E non c’è dubbio che la festa di Halloween, celebrata la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, abbia ormai attecchito anche in Italia, in particolar modo per le nuove generazioni, come uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Bambini mascherati o in costume, con travestimenti orripilanti che portano in processione zucche intagliate e illuminate all’interno da una candela, e che girano di casa in casa recitando la formula ricattatoria del trick or treat (dolcetto o scherzetto). Oggi intorno alla questua dei bambini e al clima horror si muove anche uno stato di business e di festa, in voga, che si esterna in cene con amici o serate nei locali, pub o nelle piazze, coinvolgendo la collettività: di fatto questa nuova festa è riuscita nel giro di almeno quattro lustri a conquistare anche il nostro Paese, rapidamente, con almeno sette milioni di italiani e 250 milioni di euro spesi in festeggiamenti, di cui il 39% nei ristoranti e il 34% in casa.

Ma chi grida allo scandalo, sostenendo che la celebrazione di Halloween (notte sacra) non avrebbe nulla a che fare con l’Italia, si sbaglia di grosso!

E chiariamo il perché.

Dalla vigilia di Ognissanti, cioè dal 31 ottobre, al giorno di San Martino, 11 novembre, legati da un continuum celebrativo, da decenni ormai nel nostro Paese, dalle Alpi alla Sicilia, troviamo ab abudantiam, in queste date, incalcolabili riti di accoglienza per i defunti, questue di bambini o di poveri nelle case, dolci tradizionali dal nome macabro (fave dei morti, pane dei morti, pan coi santi, cavalli dei morti, ossa dei morti, grano dei morti, o’ Morticiello ecc.),

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ma anche zucche intagliate, pratiche divinatorie di riti voodoo, con connessa preparazione della classica bambolina di pezza da trafiggere con lo spillone, e racconti terrificanti, come quando la notte che segna il passaggio dall’autunno all’inverno, fosse anticamente il tempo dell’anno in cui si supponeva che le anime dei morti tornassero alle loro case per riscaldarsi al fuoco e ristorarsi con le vivande per loro imbandite dagli amorosi parenti in cucina o in sala da pranzo. Tutto ciò sta a dimostrare allora che tale festa non è solo di derivazione europea, ma di larga diffusione e che precede i confini della cultura celtica (indoeuropea), a cui viene attribuita.

Damien Le Guay, filosofo cattolico e critico letterario, disse che Halloween era già presente nel nostro calendario da tempo: in effetti da noi questa ricorrenza è sempre esistita ma non si chiamava così. Effettivamente il culto dei martiri e santi risale ai primi secoli dopo Cristo e, mentre la Chiesa d’Oriente li volle celebrare tutti in un’unica ricorrenza a partire dal IV° secolo, la Chiesa siriaca (Siria e Mesopotamia) lo fece nel periodo pasquale, quella Bizantina la domenica successiva alla Pentecoste e nell’VIII° secolo la Chiesa Romana il 1° novembre e, a tale proposito Jacopo da Varagine (arcivescovo di Genova, proclamato beato) scrisse: “Il Papa ritenne che fosse meglio celebrare la festa in un momento dell’anno in cui, essendo state fatte le vendemmie e le mietiture, i pellegrini potevano più facilmente trovare di che nutrirsi”.

Lo scrittore francese Jean Markale (noto celtista, studioso di cultura celtica e medievale) asseriva che ai tempi di queste decisioni la Chiesa e la cristianità occidentali erano influenzate dal monachesimo irlandese, e quindi l’istituzione di queste feste cristiane furono fatte nascere per assorbire i culti pagani, anche se la cristianizzazione non portò tuttavia a una vera rimozione di tali contenuti nelle forme originali della festa. Verso la metà del XIX° secolo, tantissimi irlandesi, ma anche scozzesi, emigrarono in America per fuggire da una carestia spaventosa che li aveva colpiti, e quindi portarono con sé un patrimonio di tradizioni legate al loro antico capodanno; da lì a poco gli Stati Uniti adottarono tale festa nella sua forma attuale, esportandola poi in Europa e in Italia. Significativo è che i Celti (o Galli) cominciarono a trasferirsi massicciamente in Italia a partire dalla fine del V° secolo avanti Cristo, occupando ed abitando gran parte dell’arco alpino e prealpino, in particolare la Pianura Padana, la costa adriatica dal delta del Po fino alle Marche e alcune zone della Toscana.

Ma allora era davvero una festa solo celtica? La festa è quasi certamente preceltica, e interessa da tempo molte genti europee, con attinenza di date, forme e contenuti. Ma praticamente la festa di Halloween, anche se da noi è giunta da un po’ di anni, ha nel nostro Paese un intimo e palese background storico-tradizionale. Basti pensare a ciò che scrivono alcuni etnologi e antropologi culturali italiani tra cui Gian Luigi Bravo: “[…] ricordiamo in particolare l’uso di esporre le zucche svuotate e incise a mo’ di teschio con all’interno candele accese in Piemonte, e di portarle nelle questue infantili per i Morti in Calabria”, o Ignazio E. Buttitta: “Ciò che avveniva in area celtica e nordeuropea è altrimenti segnalato anche in Sicilia, Calabria, Sardegna, dove le questue mascherate tradizionali sono sempre più confuse o sostituite dagli usi commerciali della festa di Halloween […].

Ed ancora Giacomo Nervi: “Può capitare di sentire qualche voce un po’ snob che lamenta l’invasione di una festa pagana nel calendario italiano [Halloween] o di registrare la perplessità di chi non riesce a capire i motivi del successo della festa delle zucche intagliate e dei costumi lugubri. In realtà basta fare un breve viaggio fra le tradizioni locali per scoprire che, nell’entroterra ligure come nel resto d’Italia, usi e costumi del “giorno dei morti”, il 2 novembre, hanno molti punti di contatto con la festa americana”.

Casomai sarebbe bello e utile aggiungere all’entusiasmo, al divertimento e alla gioia dei ragazzi, e dei grandi, una maggiore consapevolezza rispetto a quello che stanno facendo e rappresentando, e crediamo che un ricordo, o un pensiero, contino quanto un lumino o un crisantemo portato in questi giorni al cimitero per ricordare i propri cari estinti e mai dimenticati. Ricordandosi sempre e comunque che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen. 3,19).

Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, alla nostra morte, che descrive la forma estrema, e di fronte all’insita paura della fine, la liturgia quaresimale ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci pressa principalmente a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte, e alla vera carità e modestia.

Come nell’Amleto, non c’è più peccato e non c’è più dramma, e il dialogo con il teschio di Yorik, il buffone, fa scordare che quel cranio offre però lo spunto a filosofiche dissertazioni in quanto era un uomo, così gli scheletri di monaci stipati in alcune cripte suggeriscono l’idea della precarietà della vita di ogni creatura e la sua espiazione. E ci viene in mente e ci emoziona la scelta di Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934, che volle essere sepolto un mattino, all’alba, nudo e avvolto in un lenzuolo, portato alla fossa sul carro dei poveri, trainato da un vecchio cavallo e guidato da un remissivo becchino, senza nessuno al seguito. Con rara umiltà ed estrema deferenza.

 

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