L’approfondimento di Pu24: Francesco Tamagno, il più grande fenomeno canoro dell’Ottocento

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8 novembre 2017

tamagnoLa Trattoria del Centauro o dei Pesci Vivi, nel popolare quartiere di Porta Palazzo nel ventre di Torino era gestito da un dinamico oste piemontese, un simpatico gigante dalle maniere burbere, “ma schietto e bonario come il vino delle sue botti”, con la passione del canto e una voce stupenda di tenore. Carlo Tamagno, nel 1860, andava fiero della sua trattoria ma purtroppo gli affari erano tutt’altro che facili, in quanto dopo che Vittorio Emanuele II° aveva dichiarato guerra all’Austria e Napoleone III° l’aveva tradito a Villafranca, Torino dovette fare i conti con gli effetti devastanti della recente guerra. Nel frattempo erano giunte pure alcune epidemie, tra cui il colera e la miliare, e della prole della famiglia Tamagno (composta da quindici figli) dieci di essi furono portati via dalla “Comare secca” e la madre, Margherita Protto, orgogliosa fino ad allora di quella “figliuolanza”, si addolorò così tanto da volerli quasi raggiungere. Ma erano rimasti cinque superstiti di cui quattro maschi e un femmina.

Tra questi Cichin (Francesco), nato nel 1850 a Torino, era un bel ragazzo, robusto, intelligente, sveglio con occhi azzurro-chiari e ridenti, capelli castani con riflessi biondi e la madre lo accudiva con attaccamento, quasi presentisse che proprio lui, un giorno, potesse rendere onore alla famiglia. Francesco iniziò così ben presto a servire ai tavoli in qualità di cameriere e cantava qualche strofa popolare o qualche motivo d’opera, imparata dal padre, così come l’altro fratello, Domenico, ed entravano in gara colmando di canti la Trattoria dei Pesci Vivi.

de amicisBen presto Francesco, ci informa Edmondo De Amicis suo biografo, si allenava assieme al fratello compiendo i loro esercizi di canto “alla cantoria della Parrocchia, e sotto un ponte della Dora, con i piedi nella ghiaia”, e fiorivano nella sua fantasia, già da allora, temerari progetti. Riuscì a farsi ammettere nonostante alcuno studio, nella massa corale del Teatro Regio dove cantavano Patierno e Tamberlick, ed un inverno in cui al Regio si dava il Poliuto, con Mongini tenore molto apprezzato, destino volle che il secondo tenore si ammalò improvvisamente e il maestro Carlo Pedrotti rimediò seduta stante alla sostituzione chiamando Tamagno, ad imparare la parte di Nearco, alla lesta.

teatro regioEbbene il pubblico dapprima mostrò meraviglia nell’udire quella voce sconosciuta e inattesa, ma poi un uragano di applausi riempì il teatro. Francesco però sapeva di quali mezzi la sua voce fosse provvista e che solo con lo studio avrebbe potuto correggerne i difetti, arrotondando la voce per darle quella modulazione più dolce e colorita. Iniziarono così le prime scritture e i primi modesti guadagni con Palermo, Ferrara, Rovigo, e alla Fenice di Venezia, dove con la potenza della sua voce meravigliò un pubblico difficile e diffidente, cantando prima nel Poliuto di Donizetti, poi nel Guarany di Gomes e infine in Selvaggia di Schira. Questo successo gli aprì le porte per cantare assieme alla grande Albani nella Lucia di Lammermoor di Donizetti, sempre a Venezia, in occasione dell’incontro di Vittorio Emanuele II° con l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria.

E dopo Venezia venne Barcellona e il Teatro della Scala, scritturato dai fratelli Corti perché possedeva una qualità che altri, al momento, non potevano vantare: voce, voce, voce e in quella occasione sgranò una notevole collezione di do e di si che impressionarono il difficile e severo pubblico scaligero cantando l’Africana di Meyerbeer, replicata 13 volte. Scritturato anche per la Fosca di Gomes, e ripetuta per ben 11 sere, viene ritenuto con una voce portentosa, come pure dolcissima, limpida ed armoniosa e tale da prestarsi al più raffinato sentimento, nonché destinato ad una brillante carriera. Ed anche il maestro Faccio, direttore nel Don Carlos di Verdi ebbe a scrivere a Giuseppe Verdi: “Con un soprano come la D’Angeri, un tenore come Tamagno dalla voce squillante, bellissima, con un baritono come Lassalle e con un basso come il De Reszké, si avrebbe

dddun quartetto del quale sono sicuro ch’Ella rimarrebbe soddisfatto”.Tanto che anche il celebre attore inglese Henry Irving disse di sentire al suono di certe note del Tamagno la sensazione d’una doccia fredda sulla nuca e del guizzo d’una fiamma per le vene. E ancora De Amicis che riporta una conversazione del tenore: “La voce è qui – e mi fece sentire la profondità formidabile della sua respirazione, somigliante al soffio d’un mantice d’officina. Io mi ci sento una pompa qua dentro! Stia a sentire come sostengo la nota. – E attaccò un , e lo prolungò per modo ch’io avrei avuto tutto il tempo di scrivere in bella calligrafia un verso martelliano”.

Facili a immaginare quali sono i suoi gusti in materia di musica: preferisce alla nuova l’antica, nella quale egli fa trionfare la voce nella sua bella e fresca nudità: la Traviata è una delle sue predilettema anche l’Otello con cui ottenne il suo maggiore successo d’attore e si racconta che una volta, con grande compiacenza, in un teatro di Bologna mentre si apprestava a cantare il Lasciami in pace del Poliuto stando in fondo alla scena, si udì una voce di uno spettatore del loggione che prestando fede che egli stesse indietro per timidezza gli gridò in dialetto romagnolo: “Eh, ven avanti, che ‘t sì ‘n bel fiol!” E cantò in Russia, dove la musica italiana era amatissima, Montecarlo perché si ritrovavano molti amici e si faceva una capatina a giocare per svagarsi e Buenos Aires, perché pareva di essere in Italia: tutti luoghi pertanto da lui molto amati. Per il centenario di Gioacchino Rossini fu invitato a Pesaro nell’estate del 1892, e il pubblico attese Tamagno all’uscita del teatro accompagnandolo fino all’albergo con dimostrazioni di gioia. Ma tale fu la moltitudine del pubblico e l’uragano degli applausi e degli evviva che, anziché riposare, fu costretto a cantare dal balcone al cospetto di seimila persone accorse e stipate, intonando il famoso “Esultate” dell’Otello. Tutta Pesaro udì lo squillo di quella tromba umana echeggiare nella notte e molte finestre si aprirono, anche nelle vie più lontane per udire quel suono formidabile.

ddfsDopo sua madre (donna amorosissima, buona e semplice) e la musica, il soggetto di discorso al quale ritorna più spesso è la sua villa di Varese, dove ha riunito tutte le memorie della sua trionfale carriera artistica: vestiari, farfalle e uccelli (che cura egli stesso) e raccolte di caricature; ma in particolare è la figlia Margherita, nata da una relazione clandestina con una donna bellissima e un figura slanciata, snella, elegante con occhi grandi e azzurri e capelli castani. Si erano conosciuti a Roma e non rivelò mai il suo nome. Non allontanò però quella bambina così “scomoda” per la sua carriera ma anzi preferì fare da “ragazzo padre”, portandola ovunque con sé e accudendola con amore. Si trattò di una situazione famigliare sicuramente molto insolita per quell’epoca, ma Margherita era la sua Regina, la sua Dea e la sua Gloria. Per molti anni Francesco fece quindi l’ufficio di mamma, la vestiva, le attaccava i bottoni, la metteva a letto e l’addormentava con quel suo canto dolcissimo e la vide crescere e sposarsi.

Secondo la critica, la sua voce prodigiosa per potenza, squillo ed estensione, e il suo vocalizzo vigoroso e definito fecero di lui il più grande tenore verdiano, e uno dei massimi artisti lirici della fine del XIX secolo. Si spense a 55 anni la mattina del 31 agosto 1905, e per sua espressa volontà la salma venne imbalsamata e i funerali si tennero il 5 settembre a Torino, sua città natale.  E’ sepolto in un possente mausoleo bianco alto trentasette metri, all’interno del Cimitero Monumentale di Torino , eretto per volontà della figlia Margherita, ed Ettore Moschino (giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo italiano) concludeva un suo lungo e commosso articolo: “Egli, e per natura e per volontà, fu un forte, e i tronchi possenti resistono, pur se il fulmine li abbia schiantati”.

Il critico musicale del Corriere della Sera infine scrisse: […]La sua voce fu un portento. Chiara, facile, intensa, sicura, essa ebbe tutti gli accenti della passione, tutte le note della gamma umana. Saliva ai suoi limiti estremi senza fatica con squilli di vittoria; aveva l’ampio e possente respiro di una forza gigantesca. Chi l’udì una volta sola, non potrà mai dimenticarla[…].

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