Giovanni Gentiletti: L’Efesto “Dio greco del fuoco”

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29 novembre 2017

Giovanni GentilettiFiglio di Giove e di Giunone, Efesto dal nome greco (o Vulcano per i Romani), era il fabbro degli eroi e degli dei, molti dei quali possedevano armi bellissime fucinate da lui. Fin da piccolo conobbe l’arte di forgiare il metallo e nella sua fucìna, localizzata in vari vulcani, tra cui l’Etna, ed era aiutato dai Ciclopi. Dotato di una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per tutto ciò che faceva era di una bellezza impareggiabile di perfezione e i suoi simboli erano il martello da fabbro, l’incudine e le tenaglie. Sagomò il metallo creando il grande e pesante scudo finemente decorato, la corazza, l’elmo e gli schinieri destinati ad Achille; così pure la corazza di Dioméde, lo scudo di Eracle (Ercole) e il tridente di Poseidòne.

Giovanni Gentiletti

Ora vi chiederete: ma cosa c’entra Gentiletti con Efesto?

Ebbene Giovanni Gentiletti, per gli amici Gianni, di fisico era tutt’altra cosa dallo zoppo dio del Fuoco. Era alto, corpulento, con una grande forza fisica, brillante nella conversazione e molto spiritoso. Egli seguì e mise in atto il decalogo del celebre scultore rumeno BrancusiSii uomo prima che artista”, e da artista si è sempre dimostrato aperto alle innovazioni e pronto a modificare il suo stile e rinnovarsi continuamente. Nasce a Candelara, nell’entroterra pesarese nel 1947, già culla di innumerevoli artisti, definendosi pesarese di Candelara, e si distingue da subito come tecnico e conoscitore di metalli e delle migliori tecniche per produrre i suoi lavori, e fin dagli anni settanta considera la scultura come un esercizio per creare una sorta di zoo metallico, esclusivo nel suo genere, dove fanno sfoggio gli animali più strani, ma anche difficili da plasmare e modellare. I suoi materiali, come Efesto, sono il rame, il ferro, l’ottone, il piombo, l’alppàca (argentana), l’oro e l’argento che seduto alla sua incudine foggiava i metalli da poco estratti dal fuoco.

Giovanni GentilettiMa a differenza dal dio Vulcano, che li fondeva facendoli cambiare di colore, dal rosso all’arancione, dal giallo al bianco, e con le varie tecniche di lavorazione quali la forgiatura, la saldatura, il trattamento termico e la finitura, (in una sintesi di lavorazione che viene chiamata calore di forgiatura), Gianni operava invece con la tecnica dello sbalzo e non per fusione, perché il rame fonde a 1084°C e diviene subito freddo. Quindi si specializza come sbalzatore e cesellatore di rame, ma in dettaglio era un maestro della saldatura, isolato nella sua casa laboratorio ricavata da un vecchio casolare, oggi mostra-museo permanente di parecchi suoi lavori (consultabile su Internet e visitabile previo appuntamento ), e che in un giorno del 1960 scrisse: “[…] da allora quanti ceselli ho forgiato e modificato secondo necessità operative, quante lastre di rame ho sbalzato, e quanto ossido ho respirato! Credo che il rame sia stato il mio nutrimento […]”.

Si definiva “un buon uomo, ma un cattivo cristiano”, ed era sua abitudine acquistare il quotidiano tutti i giorni ma essere il primo a doverlo leggere e poi tutti gli altri, figlie e moglie. Il rapporto con le figlie gemelle, in particolare, è sempre stato costante anche se le assenze da casa erano riservate principalmente al lavoro, per quasi tutta la settimana, e la figlia Ilaria ci tiene a sottolineare: “Mio padre c’era anche quando non c’era. Era comunque sempre presente e a volte ci intrattenevamo tutti in campagna, magari in compagnia anche di qualche ospite”. E la moglie ricorda ancora l’odore, la puzza del rame, (per la figlia profumo), esistente ancora oggi nel laboratorio degli ossidi e dei metalli che si portava a casa, quando rientrava con la sua auto Station Wagon, stanco dal lavoro.

I suoi primi impegni iniziano a fine sessanta con gli Scarabeidi, per poi continuare con le Rondini in volo e le prime forme Zooforme.

Contemporaneamente comincia per lui una metamorfosi dove principia a produrre Aironi e altre forme Zoomorfe, ma anche Gioielli, Superfici, per arrivare a comporre negli anni novanta Stele e Piramidi. Anelli in alpàcca, e i bellissimi Segni della memoria e Calendari. Gli anni duemila vedono invece la luce le Grandi opere, le Lettere del Mediterraneo e Le ruote, per poi ultimarsi con i Frammenti del Mediterraneo e gli Altaroli ex-voto.

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Ma questi sono solo alcuni esempi della vasta produzione dell’artista.

E’ interessante sapere come le forme zoomorfe, in special modo gli Aironi, si presentano come due valve di una conchiglia simmetriche che vengono successivamente saldate, essendo vuote all’interno e riempite con della pece per fare corpo, per poi essere cesellate. Ma è ammirevole la loro imponenza, così come per gli Ibis e gli altri animali ieratici maestosi che oscillano da 50 centimetri a 2,60 di altezza, o addirittura nel caso delle due vele in rame di 5 metri, gigantismo che ha da sempre affascinato un po’ tutti gli artisti quasi a voler superare il limite umano, contravvenendo a tutte le leggi fisiche razionali. E ancora oggi, guardando le sue zooforme, le ruote, i misteriosi sillabari e gli altaroli ancestrali non si può fare a meno di meravigliarsi di fronte alla capacità, bravura e abilità di questo esperto e competente artigiano, per la sua genialità nell’aver traslato dalla natura, senza inventare nulla, così come la si osserva (con curiosità) e studiata e lavorata con attenzione e certosino lavoro.

Ma è con il celebre Arnaldo Pomodoro, genio e ideatore, nonché direttore del gruppo di lavoro ai corsi del Centro TAM (Trattamento Artistico dei Metalli), nel borgo di Pietrarubbia nelle Marche, in provincia di Pesaro e Urbino, che stringe una lunga amicizia sentendosi suo allievo e discepolo, e dove ne farà parte continuando ad insegnare sbalzo e cesello. Per quanto Pomodoro non apprezzava però il suo lavoro primordiale figurativo, lo spronò a quello più recente di un operare astratto, ed è proprio con lui che proseguirà a realizzare nuovi compiti inserendo motivi prettamente innovativi, suggestivi e irreali.

La figlia di Giovanni GentilettiOggi il ricordo di Gianni, a distanza di sette anni dalla sua prematura dipartita, viene mirabilmente, e con vera dedizione portato avanti dalla famiglia e in particolare dalla figlia Ilaria, che si prodiga affinché il nome di questo scultore, dapprima padre e poi titano nella sua magnanimità operativa, non venga rimosso dalla memoria collettiva, amante di un’arte fortemente radicata e sviluppatasi eccellentemente nel nostro territorio.

Un commento to “Giovanni Gentiletti: L’Efesto “Dio greco del fuoco””

  1. Marcello Mazzoli scrive:

    Ho avuto l’onore di conoscerlo un grande Artista e soprattutto un grande Uomo…

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