LA RECENSIONE: Copenaghen, un thriller teatrale a tre voci Orsini, Lojodice e Popolizio convince ma non entusiasma il Rossini

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15 dicembre 2017

 

Dario Delle Noci

1 (44)PESARO – Tre attori eccellenti o, come si usa dire, due mostri sacri del palcoscenico Giuliana Lojodice, Umberto Orsini e un Massimo Popolizio (rivelazione per il grande pubblico che ne apprezza le doti di doppiatore) per un lavoro tutt’altro che facile e di spessore, Copenaghen, di Michael Frayn per la regia di Mauro Avogadro, in scena al Rossini di Pesaro fino a domenica. Si tratta di un thriller arguto e sottile rappresentato da oltre 18 anni e diventato, a ragione, una sorta di cult teatrale del terzo millennio. Una pièce che miscela scienza, politica, psicologia e morale affidando il tutto a tre voci, ribadiamo, di assoluta professionalità. Il dialogo, a scena fissa, a causa di troppo tecnicismo non sempre riesce a coinvolgere lo spettatore pur avvalendosi di una regia sapiente e di interpreti che fanno il teatro contemporaneo. La naturalezza gioca un ruolo di primo piano e quasi non ti accorgi dell’attenta ricostruzione dei piani di lettura di Copenaghen ma fatichi a seguire il filo della storia attraverso…la storia.

LA SINOSSI

E’ la vigilia dell’uso della bomba atomica. L’ambiente, una improbabile aula di fisica, che ospita la pièce è quasi surreale: Niels Bohr (Orsini), sua moglie Margrethe (Lojodice) e Werner Heisenberg (Popolizio) parlano di avvenimenti del passato, di quando tutti e tre erano ancora… vivi. Si sforzano di chiarire che cosa avvenne nel lontano 1941 a Copenaghen quando improvvisamente il fisico tedesco Heisenberg fece visita al suo maestro Bohr nella Danimarca occupata dai nazisti. Il soggetto di quella conversazione ancora oggi resta un mistero e per risolverlo cronaca e storia ha avanzato svariate tesi. Il dibattito circa l’utilizzo dell’energia nucleare a fini bellici e l’etica conseguente rappresentano il fulcro del lavoro.

In ribalta da sinistra Popolizio, Orsini e Lojodice

In ribalta da sinistra Popolizio, Orsini e Lojodice

Quella cui abbiamo assistito è una prova, oltre che di maestria artistica, di teatro verità che vuole misurarsi con la storia lasciando allo spettatore la sua libera interpretazione. La struttura con cui vengono enunciate le diverse ipotesi richiama metaforicamente e inevitabilmente la teoria della relatività di Einstein. In poche battute: la verità non può essere una e una sola. Ciascuno di noi vive le stesse vicende in modo diverso. Ed è quanto mai vero, tangibile e attuale. Se non tutto molto dipende dalla concezione che si ha degli eventi storici. Puoi essere materialista o idealista e allora lo scenario dell’accaduto assume tutt’altra ottica. Questo percepisci dalla pièce. E arrivi a giustificare nel primo caso (machiavellicamente se vuoi) la scienza per aver dato il suo contributo alla distruzione catastrofica oppure, nel secondo, più semplicemente a stigmatizzarne il cinismo come ineluttabile evoluzione di se stessa. Che dire dei tre protagonisti se non che si è trattata di una performance superlativa sia pur con un ritmo volutamente lento? Sarà forse scontato quando ci si trova di fronte a personaggi un certo calibro ma è anche vero (succede e purtroppo non di rado, ndr.), che alcuni grossi nomi si adagino su fama e allori. In Copenaghen, al contrario, vivi il dramma palpitante attraverso tre voci che suscitano emozioni e pervadono le coscienze individuali. La platea del Rossini ha recepito il messaggio e ha ringraziato gli attori in ribalta con un applauso scrosciante che suona anche come un omaggio alla carriera. A noi, cronisti di provincia, è rimasto qualche interrogativo di meccanica quantistica e più di un dubbio sulla divisione dell’atomo. Facciamo ammenda. Siamo certi ce lo perdonerete.

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