LA RECENSIONE: Ale e Franz “nel nostro piccolo Gaber, Jannacci, Milano”. Un successone tutt’altro che ‘piccolo’ al Rossini

Dario Delle Noci

PESARO – E’ una fotografia ma non quella della “Milano da bere”, tutt’altro. E’ l’istantanea, come si diceva un tempo, disincantata di una realtà artistica nella cui ombra hanno mosso i primi passi due comici oggi affermati, Ale e Franz (Alessandro Besentini e Francesco Villa). E il loro lavoro “Gaber, Jannacci, Milano, noi” è un grazie teatrale di cuore ai due maestri di vita che hanno rappresentato un punto di riferimento costante nel corso della loro crescita. Gaber e Jannacci due geni, meglio, due ritrattisti di una realtà che è certo andata modificandosi col tempo e nel tempo ma che ha mantenuto la peculiarità caratteriale del milanese puro. Scritto da Villa, De Santis, Besentini e Alberto Ferrari (quest’ultimo ne è anche il regista), lo show vede la partecipazione di Luigi Schiavone, Fabrizio Palermo, Francesco Luppi e Marco Orsi, praticamente la colonna sonora del lavoro. Ma poi, nel variegato ventaglio dei cantautori poliedrici che possiamo vantare nel nostro Paese cos’hanno avuto in più i due eclettici milanesi tanto da meritare un happening praticamente dedicato a loro? Ale e Franz vi risponderebbero “cosa non hanno avuto?”. L’attenzione all’individuo, all’uomo in tutte le sue sfaccettature catturate da chi volava alto parlando di massimi sistemi, di sinistra e destra, di ricchezza e povertà, Gaber; l’altro avrebbe potuto definirsi una sorta di cronista musicale capace di cogliere le sfumature di piccole storie di tutti i giorni.

Una lezione di vita continua, sostengono i due comici contemporanei, che “abbiamo avuto la fortuna di apprendere respirando la stessa aria milanese dei due personaggi che hanno messo al centro del loro universo l’individuo”. E tutto questo dalla performance dei twomenshow non traspare ma è palese, così come lo sono i messaggi che spaziano a trecentosessanta gradi dalla morte, alla gelosia, alla povertà, alla vecchiaia e perfino alla religione. Un filo ininterrotto di battute e nonsense tenuto unito dall’ironia e dall’autoironia dei due comici che hanno alternato battute sottili, ambigue ma anche facili da recepire. E lo fanno con una naturalezza che non ci ricorda la panchina di Zelig, se non a tratti, ma la capacità di essere diversi da loro stessi ogni volta, in ciascuno sketch sottolineato dalla sapiente musica scelta non a caso. Difficile esprimere a parole quello che i due fenomeni teatrali riescono a trasmettere. La piéce (ma è poi tale?) non ha mai avuto momenti di stanca. Lo ha testimoniato il pubblico che ha gremito il teatro. Non un attimo di sosta, non una minima caduta di stile o di ritmo. Si è riso e applaudito dall’inizio alla fine per quasi due ore. Quello che, infine, ha quasi stupito è l’insospettabile vocalità dei due mattatori che hanno volutamente rivisitato i testi dei loro ispiratori rendendoli piacevolmente diversi. E’ stata una di quelle serate che ti fanno dire “già finita?”. Ahimè sì per noi ma non per chi assisterà allo spettacolo fino a domenica. Ci piacerebbe esserci di nuovo. Forse ci è sfuggito qualcosa. Di certo non una risata.

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