Il regista Mario Martone scatta la foto realistica del Rione Sanità, specchio di una società contemporanea

PESARO – Quando, oltre che l’impareggiabile autore Eduardo De Filippo, una commedia ha vissuto interpretazioni di attori di calibro di Turi Ferro, Eros Pagni (solo per citarne un paio) diventa un’impresa ciclopica cimentarsi. Impresa che non spaventa, anzi galvanizza, un cavallo di razza come il regista Mario Martone (fondatore 30 anni fa del Gruppo Nobili di Rosa) che imprime, allo zenit della sua maturità artistica, il suo taglio a una pièce di dodici lustri, mica uno! Lui che ha mietuto consensi, oltre che documentarista, anche sul grande e sul piccolo schermo e in un tempio artistico come il Teatro Argentina di Roma (di cui ha ricoperto la carica di direttore artistico) non ha certo timore a misurarsi con i mostri sacri del palcoscenico.

LA SINOSSI

Le commendatizie (nel gergo comune le raccomandazioni) non sono né un patrimonio italiano e neppure peculiarmente partenopeo. Non siamo d’accordo se è vero come è vero che i figli d’arte esistono in tutto il mondo sia nel pianeta spettacolo sia in quello manageriale. Ma questa è una nostra premessa. Nella commedia di tre atti Antonio Barracano (Francesco di Leva) interpreta il sindaco del “Rione sanità” una sorta di punto di riferimento, quasi un saggio, ovviamente considerato “uomo d’onore” cui spetta il compito di stabilire u buuuono o u malamente. In poche parole la gente per bene o per male. Antonio, il Don, ha messo in piedi questo suo piccolo tribunale con il suo fidato collaboratore Fabio Della Ragione (Giovanni Ludeno) cui spetta il compito di far conoscere alla giustizia ogni regolamento di conti del quartiere. Insomma è così che funziona fino a quando si presenta il disperato Rafiluccio (Salvatore Presutto) intenzionato a uccidere il padre Arturo panettiere (Massimiliano Gallo). E qui Don Antonio si propone di mediare intravedendo nel ragazzo se stesso omicida in gioventù.

Dicevamo che il taglio personale impresso dal regista allo spettacolo nasce dalla prima scena in cui appare il rapper Ralph P. che introduce senso e spirito della rappresentazione che acquista ritmo (non fretico) nonostante la velocità delle battute in napoletano che non sempre il pubblico pesarese è stato in grado di decodificare. Potremmo, meglio, lo facciamo aggiungere qualche considerazione. La prima concerne la giustizia che, se ne ha l’impressione tutti i giorni, cambia spesso da contesto a contesto, in questo caso da rione a rione, al Rione Sanità. Eppoi la giustezza della giustizia e il nostro modo di concepirla da varie angolazioni. E, ancora, il potere che si fa prestigio e viceversa. Don Antonio, novello Salomone, ne è la prova provata. Pronto a dare tutto di sé, compresa la vita perché la sua immagine di boss ne esca se non vincente quantomeno dignitosa. Per certi versi ci ha ricordato il caso Spada. Il che significa che i decenni qualche volta passano invano. Nel complesso, comunque lo spettacolo é stato apprezzato anche se, a volte, ha dato l’impressione che alcuni personaggi siano stato aggiunti per, così dire, fare numero e riempire la scena. Ma per questo, è giusto sottolinearlo, è bastata la performance maiuscola di Francesco Di Leva che, con Presutto e Gallo che hanno dato il meglio di loro. Senza sminuire il lavoro del cast che, nell’insieme, è apparso sufficientemente affiatato. Una commedia di tre atti portata ad uno per un paio d’ore di divertimento che, ribadiamo, talvolta non è stato recepito da un pubblico attento ma poco avvezzo alla napoletanità che corrisponde sempre alla naturalezza e alla spontaneità, Basta capirla, è chiaro. Decisamente azzeccate le musiche originali di Ralph P tanto nei tempi quanto nell’osmosi delle situazioni. Tiepidi gli applausi della platea, salvo alla fine con gli attori in ribalta. Certo Eduardo De Filippo, manco a dirlo, era un’altra cosa. Ma erano anche altri tempi.

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