Speciale Cultura: Giovacchino Antonio Rossini nei suoi 150 anni dalla morte

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30 marzo 2018

Gioachino Rossini 1Giuseppe Antonio detto “Il Vivazza”, quèrulo e ingenuo, noto per la sua irruenza tanto nell’ira quanto nel buonumore, e Anna Guidarini “Modista marchigiana”, furono i genitori di Gioachino (o Giovacchino) Rossini, il loro unico figlio. Entrambi arrotondavano le magre finanze facendo anche i musicisti: il padre trombettiere municipale e cornista (suonava il corno durante la stagione operistica pesarese al Teatro del Sole, oggi Teatro Rossini), nonché impresario teatrale, e la madre cantante. Essi videro la nascita del loro figlio, a Pesaro, il 29 febbraio del 1792, e il loro affiatamento artistico fu completo in quanto Giuseppe aiutava a studiare musica ad Anna (che non sapeva leggere la musica) ed entrambi si esibivano in spettacoli teatrali a Jesi, Bologna, Ferrara, Pesaro, Fano, Senigallia e Urbino. La nascita del piccolo Gioachino è forse l’unico aspetto un po’ oscuro della sua vita, in quanto non mancarono le dicerie: “Di pettegolezzo in pettegolezzo si andò a supporre che il sangue autentico di Gioachino fosse quello dei conti Perticari” (P. Buscaroli).

Dal suo canto Gioachino dimostrò di possedere una bella voce di soprano che manifestava la domenica nella cattedrale di Pesaro, dove serviva anche la Messa come chierichetto (e la leggenda vuole che l’avrebbe fatto unicamente per poter bere qualche goccia del vino contenuto nelle ampolline della Messa), ma per l’esuberanza del “Cittadino Vivazza”, accusato di giacobinismo perché ridicolizzò il Re di Napoli con una pantomima, questi venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Pesaro. Dopo dieci mesi venne però liberato dai francesi, che il 5 febbraio 1797 fecero il loro ingresso nella città, e i tumulti politici che sconvolsero la piccola città di Pesaro influenzarono la vita di Rossini fin dall’inizio: aveva quattro anni quando il Generale Bonaparte discese nell’Italia settentrionale. “Senza l’invasione dei francesi in Italia, io sarei stato probabilmente farmacista o mercante d’olio”, avrebbe commentato in seguito. E il giorno seguente Napoleone arrivò a Pesaro, alloggiando nel nobile Palazzo Mosca, non lontano da dove vivevano i Rossini, andando via pochi giorni dopo senza aver fatto alcuna apparizione, se non tornando a Pesaro il 20 febbraio solo per un’ora.

Ma a seguito delle disavventure di Napoleone con la Santa Sede, i coniugi Rossini decisero di abbandonare per sempre la loro casa di via del Duomo, al numero civico 334 (oggi via Rossini), per trasferirsi prima a Bologna e poi a Lugo di Romagna, città natale di Giuseppe “Vivazza”. Durante la permanenza a Lugo, Gioachino aiutava il fabbro Zoli, suo zio, tirando il mantice (dispositivo atto a produrre un soffio d’aria, usato per attivare il fuoco della fucìna) e che in seguito sosterrà essergli stato utile “Perché insegna ad andare a tempo nella musica”. Nel frattempo Gioachino stava crescendo ed era diventato graziosissimo, con i grandi occhi della madre e una carnagione trasparente da aristocratico. Era in grado di cavarsela in diverse discipline musicali, grazie anche al maestro pesarese Giuseppe Prinetti, quali il canto, l’accompagnamento al clavicembalo (strumento simile al pianoforte a coda), la trascrizione degli spartiti e l’accordatura degli strumenti a tastiera. A Lugo, poi, il canonico Giuseppe Malerbi gli insegnò a studiare lettura, scrittura, latino, aritmetica, teoria musicale, spinetta, composizione e canto, e il giovanissimo Rossini leggeva e studiava Mozart e Haydn, compositori che divennero fondamentali per il suo stile, tanto che venne soprannominato “il tedeschino”. A otto anni si dedica alle sue prime sonate (aveva iniziato a scrivere brevi composizioni): le Sei sonate a quattro per due violini, violoncello e contrabbasso.

Ma era la sua voce che faceva sognare: si diceva che Gioachino cantasse come l’arcangelo Gabriele. Studiò partiture di Bach, Haendel e Gluch e imparò ad accompagnare i cantanti al clavicembalo e già nel 1803-1804 (a soli 11 anni) cominciava a comporre, e nel 1804 con la madre si esibirono al Teatro Comunale di Imola, come direttore d’orchestra lui, e come cantante lei. A dodici anni si muove nel mondo musicale con competenza e duttilità, padroneggiando il canto con una voce tenorile e cominciava a suonare negli spettacoli operistici dei genitori, che anche lo studioso Philip Gosset rilevò come Gioachino non avesse la benché “minima esitazione a rimaneggiare la struttura musicale”, mentre Rossini, rivolgendosi al passato si definirà “cigno di Pesaro, cignale (cinghiale) di Lugo”. Gioachino, perciò, non nasce alla musica come compositore, ma come cantante. Era questa la carriera che si era scelto, la più redditizia e sicura fra quelle che aveva già valutato: cembalista in orchestra e direttore di coro. In effetti fu la muta vocale (cambio di voce che ha luogo durante la pubertà) ad indurlo a seguire il consiglio del tenore Mombelli che gli indicava invece la composizione al canto. Dopo Lugo, i genitori si stabilirono a Bologna dove c’era un grande centro musicale e proprio qui Gioachino conquistò il titolo di Maestro all’Accademia Filarmonica, e sorprendentemente precoce e molto attraente imparava man mano che suonava e cantava. Era un Cherubino mozartiano che entrava e usciva non solo dalle alcove delle prime donne ma anche dai camerini delle comprimarie.

Gioachino Rossini 2I suoi capelli si arricciavano sulle gote rosee e il corpo sottile gli avrebbero permesso di diventare uno dei più ricercati gigolò di Bologna, se non fosse che Gioachino non era un cicisbèo (cavalier servente) e non aveva tempo per corteggiare ricche signore e accompagnarle a teatro: aveva fretta di fare soldi.

Da Venezia a Firenze e Milano, da Bologna a Napoli e Roma, da Verona a Vienna, Parigi e Londra, Rossini espresse le sue più alte qualità musicali, e all’opposto di Beethoven, Wagner, Schumann, Paganini, Chopin e Liszt, la vita di Rossini sembrava sbiadire in una amena, paciosa e sorniona tranquillità digestiva. Da buona forchetta, quale egli era, si sentiva attratto solo da eccessi culinari e da copiose libagioni, e da questa sua passione restano varie ricette, nelle quali compare sempre il Tartufo di Acqualagna, i Maccheroni alla Rossini (ripassati in padella col tartufo), e i Tournedos alla Rossini (cuori di filetto di manzo cucinati al sangue, coperti con foie gras e guarniti col tartufo). Negli anni parigini, dopo aver sposata Olimpia Pelissier, i suoi peccati di gola venivano quotidianamente consumati dal tardo pomeriggio in poi. Al mattino si alzava sul presto e faceva colazione da solo con un bicchiere di marsala e un uovo, e il sabato sera apriva agli amici l’appartamento di Chaussée-d’Antin dove i ricevimenti erano affollatissimi e si potevano contare fino a duecento persone.

Mentre è incontestabile che Rossini fosse una buona forchetta, non altrettanto era l’ottimo cuoco che desiderava essere: da vecchio inventò, dicono, un piatto assolutamente immangiabile, quel Filetto alla Rossini che consiste in una fetta di carne spalmata di paté di fegato, che l’ambasciatore d’Austria a Parigi, Richard von Metternich, ricorda con disgusto: ”Sento un brivido ogni volta che ci penso”. In altri termini il suo teatro era la metafora del suo stile di vita, uno scanzonato alter ego, che lo divertiva, rincuorava, confermava ed incitava all’amenità e allo sberleffo. Un esempio è quello quando scoppiò tre volte in lacrime: quando fischiarono il Barbiere, alla prima del Tell con la notizia della mamma morta e, infine, quando durante una gita in barca vide cadere in acqua una bella fagiana farcita, pronta ad essere addentata. Un altro aneddoto è stato quello alla fine di un concerto pubblico, al quale assisteva anche Rossini, dove una signora francese esclamò ad alta voce: “Oh, Maestro! Posso finalmente contemplare quel volto geniale, che non conoscevo se non dai ritratti! Non si può sbagliare: avete nel cranio proprio il bernoccolo della musica, e com’è sviluppato! Eccolo là”. “E che le pare di quest’altro, Signora?”, rispose Gioachino, battendosi il ventre. “Non potete negare che non sia più visibile e più sviluppato ancora. E infatti il mio bernoccolo è quello della gola”.

Gioachino Rossini 3Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa buffa opera che si chiama vita, e che svanisce come la schiuma di una bottiglia di champagne. Chi la lascia fuggire senza averne goduto è un pazzo” (G. Rossini)

Un regista pesarese di nome Ettore Florio, che ha girato proprio a Pesaro un film intitolato “Il ritorno del Cigno”, di prossima visione, ha proposto il trasferimento della tomba di Rossini da Parigi a Pesaro, sua città natale. Non sarebbe una buona idea e un felice e agognato ritorno da tutti i suoi concittadini?

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