SPECIALE CULTURA: 2018/1968, cinquant’anni fa le rivolte studentesche del ’68

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4 aprile 2018

1968Proprio il 1° marzo del 1968 a Roma, a distanza di cinquanta anni, per la prima volta gli studenti fecero uso della violenza organizzata contro le forze di polizia: questo fu per molti una dimostrazione delle reali potenzialità rivoluzionarie del movimento, e da quel momento i moti di piazza cambiarono considerevolmente.

Ma come e perché nacquero tali manifestazioni?

Gli Stati Uniti d’America furono la culla di partenza di quella contestazione che poi si espanse in quasi tutto il “mondo occidentale”. L’origine di quello che verrà definito semplicemente The Movement, (Il Movimento), partì a Greensboro (Carolina del Nord), quando quattro studenti neri rimasero seduti in un locale pubblico fino alla sua chiusura, nonostante il rifiuto della cameriera di servirli in quanto “negri”: da qui ebbe inizio la pratica del sit-in (raduno di dimostranti che, stando seduti per terra, occupano luoghi pubblici a scopo di protesta) che divenne poi uno dei simboli del decennio. In poco tempo questo genere di manifestazioni ebbero luogo in numerose città con una forte componente afroamericana, per protestare contro la discriminazione razziale e la componente giovanile bianca si unì alla protesta, portandola dentro le università, con quella di Barkley in posizione di avanguardia. Il “movimento” ebbe caratteristiche complesse e le proteste non si limitarono esclusivamente alla questione razziale, ma compresero i valori stessi del modello di vita che si era imposto a partire dalla diffusione del consumismo, entrando in forte conflitto di valori con la generazione precedente.

Dai problemi sociali, come quello dell’uguaglianza razziale che dei sessi, si è difatti diffuso anche il movimento femminista, passando poi alle questioni politiche, con in testa l’opposizione alla guerra del Vietnam, sempre più impopolare e vista come il perpetuarsi dell’imperialismo americano (Flores e De Bernardi) Le contestazioni non ci misero molto a spostarsi anche fuori dagli USA: in Europa i fenomeni di contestazione si affiancarono da subito alle sezioni giovanili dei partiti, e qui come in Giappone, l’opposizione alla guerra del Vietnam fu il collettore di aggregazione principale.

fafaLe contestazioni cominciarono in Spagna e in Gran Bretagna già dal ’67, ma fu a Parigi che il movimento appare più simile alla rivoluzione, che sembra mettere davvero in crisi il potere». Dopo la chiusura dell’Università della Sorbona le contestazioni si erano spostate per le vie della città, innescando un durissimo confronto con le forze dell’ordine, che si distinsero per un atteggiamento particolarmente violento. La brutalità della polizia scosse profondamente la popolazione, e permise alla ribellione di propagarsi dagli studenti agli altri strati della società, anche se le contestazioni ebbero vita breve, a causa dell’intervento dei militari, che sgombrarono con la forza fabbriche e università.

Iniziate a maggio, già a fine giugno le rivolte erano esaurite, ma se l’esperienza parigina si può dire conclusa non è così in altre parti d’Europa, perché a giugno scoppiarono rivolte in Jugoslavia, e ad agosto nella Repubblica Ceca, in quella che verrà poi ribattezzata la “Primavera di Praga”. In Italia le rivolte studentesche trovarono terreno fertile grazie alla crisi che stavano vivendo molte università italiane: grande aumento di iscrizioni, corsi di studio e metodi di insegnamento obsoleti. Le prime proteste erano già cominciate a partire dal ’63, poi riprese nel ’66, e infine esplose a partire dal ’67 di cui il motivo principale di contestazione era il disegno di legge n° 2314, che prevedeva una riforma non soddisfacente e un incremento delle tasse all’Università Cattolica di Milano e a quella di Scienze Sociali di Trento.

fafafQuest’ultimo caso riveste poi una particolare importanza, in quanto si caratterizzò per aspetti più radicali, tanto da fungere da “avanguardia”, e perché in questa università si formarono numerose personalità che successivamente risulteranno determinanti per lo sviluppo della guerriglia, come Renato Curcio e Mara Cagol, cattocomunismi (Bocca), Mauro Rostagno e Marco Boato.

Importantissimo a questo proposito è il caso di Roma, in cui per la prima volta gli studenti fecero uso della violenza organizzata contro le forze di polizia: questo fu per molti una dimostrazione delle reali potenzialità rivoluzionarie del movimento, e da quel momento i moti di piazza cambiarono considerevolmente. Presso Valle Giulia, sede della “Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza” (nel centro di Villa Borghese), si verificarono numerosi scontri tra le forze dell’ordine e i ragazzi che precedentemente avevano occupato la Facoltà. L’episodio divise in due l’opinione pubblica e celebre fu la posizione assunta dallo scrittore Pier Paolo Pasolini che, a sorpresa, si schierò dalla parte degli agenti di polizia, individuando piuttosto i punti deboli della rivolta studentesca. La contestazione non ci mise molto ad uscire dalle università e spostarsi nelle piazze e di seguito nelle fabbriche. L’uso della violenza divenne sistematico, sorsero nuovi slogan come “Il sistema non si cambia, si abbatte”, iniziarono a formarsi i cortei e inoltre si dotarono i servizi d’ordine addestrati e ben armati. Dalla lotta alla cultura universitaria, si passò rapidamente alla contrapposizione, ai modelli culturali mercificati sorti dopo il boom economico, e questo causò una radicalizzazione del movimento studentesco e la tendenza a trasformarlo in uno strumento rivoluzionario di matrice politica.

cdsfeI contrasti ideologici interni misero comunque in crisi la solidità del movimento, ulteriormente aggravata dalla chiusura delle facoltà, tanto che nell’ autunno del ’68 tale evento si può considerare già concluso. Tuttavia il suo ancorarsi all’ondata di rivolte successive creò l’illusione che il movimento studentesco italiano, al contrario degli altri paesi europei, sia durato “oltre se stesso”; in realtà, tra la fine del ’68 e l’inizio del ’69 il movimento si frantumò, andando ad ingrossare le fila dei numerosi gruppi extraparlamentari di sinistra, così definiti in quanto estranei al sistema politico istituzionale e contrario alla rappresentanza parlamentare democratica, originandosi a causa dei dissensi interni al Partito Comunista, in particolare come contestazione a sinistra della linea riformista e revisionista, sorta a seguito del XX° Congresso del PCUS, durante il quale Kruscev demolì il mito di Stalin (Vettori).

Il movimento degli studenti si era distinto anche per la riscoperta della figura dell’operaio, in particolare quella dell’ operaio massa, lavoratore poco qualificato e spesso immigrato, scarsamente sindacalizzato e che più degli altri sentiva il peso dell’inserimento nel contesto urbano. Le rivolte scoppiarono in maniera spontanea in alcune delle più grandi fabbriche del nord a causa dei rinnovi contrattuali, queste oltrepassarono in breve le mere rivendicazioni contrattuali dei ristretti gruppi di lavoro, assumendo carattere collettivo e rivendicazioni che andavano oltre le consuete richieste sindacali. Ciò fu possibile anche grazie al sorgere dei C.U.B. (Comitati Unitari di Base) e dei Gruppi di studio, che furono fautori di una maggiore organizzazione degli operai, grazie alle assemblee, e ad una radicalizzazione delle richieste. I maggiori sindacati (Cgil, Cisl, Uil) riuscirono comunque ad egemonizzare le contestazioni, ottenendo aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro, un maggior peso all’interno delle fabbriche e conseguentemente istituendo i consigli di fabbrica, che risultarono delle forme di rappresentanza diretta.

Il risultato legislativo dell’autunno caldo fu lo “Statuto dei lavoratori”, che prevede una serie di provvedimenti atti a garantire maggiori libertà sindacali e diritti dei lavoratori: si aprì così quella che viene definita “l’era dei sindacati”, in cui i suddetti vedranno aumentare il loro peso all’interno del paese, trattando direttamente col governo e non solo riguardo alle questioni prettamente lavorative.

Ma non tutte le promesse fatte dai protagonisti del ’68 erano state mantenute, e nel corso dei decenni le polemiche sull’argomento sono state spesso arroventate, ma se oggi la società è più libera il pregio lo si deve ai fermenti di quei giorni.

 

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