San Paterniano, ecco il testo dell’omelia del Vescovo di Fano

Monsignor Armando Trasarti

Monsignor Armando Trasarti

FANO – Ecco il testo dell’omelia del Vescovo nella Santa Messa delle ore 11 in occasione della Festa di San Paterniano, patrono della città di Fano e della Diocesi:

San Paterniano 2018
mattino

Il Pastore vive tra la sua gente. Proprio come il pastore fra il suo gregge, con rispetto e responsabilità, ne condividiamo fatiche e arsure: le chiamiamo per nome, riconoscendole nella povertà in cui si dibattono tante famiglie, nel lavoro che non c’è per  tutti, che non è sicuro o che di fatto è una mala-occupazione. Ce ne facciamo voce conoscendolo da vicino, amandolo e rispettandone la storia e l’identità.

Che cosa significa essere un pastore nella e per la Chiesa? Significa incontrare le persone per aiutarle nel loro cammino verso Cristo. Io non ho altri scopi, né altri intendimenti, né altre preoccupazioni. Noi pastori siamo  qui per una Persona. Il vescovo vuole solo aiutare le persone, tutte le persone, di qualunque colore della pelle, di qualunque etnia, di qualunque lingua, di qualunque orientamento. Desidero anche  parlare con coloro che non credono o non credono più, la cui fede è tormentata dal dubbio, dall’incertezza, dal rancore. Il Vescovo deve creare dei ponti, ponti tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e Cristo. Egli non è il padrone di Cristo. Non può presentare un Cristo a sua misura. Non ha il potere di diminuire la verità della vita o di cercare un banale minimo comune denominatore che possa mettere tutti d’accordo.

Vedete, cari amici, sopra il mio abito c’è una croce. Io sono portatore di questa croce. Essa è il segno non della morte ma della vita. E’ il segno che Dio si è fatto uomo per ogni uomo, per salvare ogni uomo, per risollevare ogni uomo dai suoi limiti e dalle sue colpe, per aiutare e per perdonare chi si accosta a lui con fiducia e pentimento. La croce è la strada verso la risurrezione, verso la vita. Sono qui, perciò, per annunciarvi, ancora una volta, che il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte, della gioia e non della paura.

Nello stesso tempo non posso nascondere che Gesù ha parlato di sé come della porta, della porta stretta. Come ciascuno di noi sa, camminare lungo le strade della vita vuol dire anche affrontare prove e sacrifici, che talvolta possono sembrare disumani o impossibili. Ma essi, con l’aiuto di Dio, appaiono invece possibili e addirittura affascinanti. E’ bello amare, anche se questo provoca fatica. Anzi, se si ama, si ama anche la fatica per coloro che si ama.

Le nostre chiese impegnate in un importante lavoro di ascolto delle nuove generazioni.

Il Sinodo dei Vescovi di ottobre non fa che confermare l’importanza dell’impegno educativo: nel concreto, significa mettere l’accento, innanzitutto, sulla responsabilità di noi adulti nel testimoniare ai giovani ragioni di vita, coinvolgendoli nell’esperienza cristiana; quindi, sulla centralità dei legami e degli affetti, a cui dà un contributo essenziale l’appartenenza ecclesiale; infine, sulla consapevolezza che la maturità, verso la quale le nuove generazioni sono incamminate, cresce in misura proporzionale alla loro disponibilità a restituire, a prendersi cura, a donare qualcosa di sé agli altri. Il Sinodo dei Vescovi, dedicato ai giovani, alla fede e al discernimento vocazionale, ci offre una occasione in più per riallacciare un’alleanza educativa con le nuove generazioni.

Il dialogo con le istituzioni

I pastori che amano il popolo in mezzo al quale sono stati posti, guardano con attenzione le comunità locali specie in una fase delicata come l’attuale.

Non è difficile dar fiato a una serie di preoccupazioni, a fronte delle difficoltà in cui si dibatte la nostra gente, a causa di una crisi economica decennale che ha profondamente inciso sulla stessa  tenuta sociale.

Non è difficile nemmeno osservare come a tale stato di prostrazione sia venuto associandosi un clima di smarrimento culturale e morale, che ha prodotto un sentimento di rancore diffuso, di indifferenza alle sorti dell’altro, di tensioni e proteste neanche troppo larvate.

Non sarebbe difficile, infine,  riconoscere pure che un simile disagio sociale ha avuto effetti pesanti  in politica.

“Ma non credete che le radici siano buone e il Paese più sano di come spesso lo si dipinga? Non credete che, non solo non siamo semplicemente allo sbando o alla deriva, ma ci sia ancora tanta disponibilità per il bene comune?” (Cardinale Bassetti Presidente CEI)

“Nessuno può negare che nelle migliaia di Comuni italiani ci sono persone che senza alcuna visibilità e senza guadagno reggono le sorti della nostra fragile democrazia. Chi si impegna nell’amministrare la cosa pubblica deve ritornare ad essere un nostro figlio prediletto: dobbiamo mettere tutta la nostra forza che ci resta al servizio di chi fa il bene ed è davvero esperto del mondo della sofferenza, del lavoro, dell’educazione” (Cardinal Bassetti)

Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni? Perché il dibattito tra noi è così stentato? Di che cosa abbiamo timore? Gli spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno aperti sono enormi, ma sono spazi vuoti  se non li abitiamo. E spazi dottrinali vuoti o pieni di pia retorica non sono sufficienti a contenere le tragedie di questa umanità in mezzo alla quale la misericordia del Signore ci ha posto.

Cari amici, la fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo sia giunto il momento per fare un esame di coscienza e, soprattutto aiutare coloro che sentono che  la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Non è  questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive animano la vita spirituale e civile e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più.

Anche nelle nostre cittadine diocesane “ricostruire la speranza, ricucire i Paesi, pacificare la società”. Prendiamo le distanze dal disincanto, dalla prepotenza e dalla sciatteria morale che ci circondano. Prendiamo le distanze dalle nostre stesse paure. Facciamolo in nome del Vangelo e sempre con il sorriso e a voce bassa. Ci troveremo a condividere la strada con tante persone buone, sincere, oneste. E’ doveroso lavorare per il bene comune senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale. Che tutte le forze politiche, gli operatori della comunicazione, i responsabili a qualunque titolo non badino all’interesse immediato e di parte! Si ricordino le parole del profeta Osea: “E poiché hanno seminato vento/raccoglieranno tempesta” (Osea 8,7).

C’è un tessuto umano da ritessere in tutta la società civile, anche la nostra, in nome della pace civile e sociale.

Molti di noi, in questo tempo, hanno paura per sé, hanno paura del futuro, hanno paura per il nostro Paese. Così, per paura, cercano di non confondersi, di mettersi al riparo, quasi di sottrarsi al comune destino di essere responsabili.  “L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani che, come il servo della parabola dei talenti, nascondono il dono ricevuto: non lo investono nel futuro, non lo condividono con gli altri, ma lo conservano per sé” (Papa Francesco).

Ma i cristiani, in un momento così serio della nostra storia, non possono essere assenti o latitanti, con i loro valori, anzi – come diceva Paolo VI – quali “esperti di umanità”. Sì, non possono disertare quel servizio al bene comune. Rischieremmo l’irrilevanza: “Voi siete la luce del mondo…né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,14-15). Far luce non è dominare ma nemmeno nascondersi sotto il moggio.

Affido tutte queste mie riflessioni alla vostra preghiera e al vostro cuore. Troverete in me  una persona che vi potrà ascoltare e, per quanto mi sarà possibile, accompagnare.

Dio non chiede a nessuno cose impossibili; egli guarda nel profondo del nostro cuore, valorizzando anche ogni piccolo passo verso di Lui.

San Paterniano  custodiscici, difendici dalla mediocrità, liberaci dalle paure del tempo presente, donaci occhi limpidi per amare concretamente  il nostro tempo, il nostro popolo, i nostri poveri, i meno fortunati, i meno amati dalla vita e dalla società. Amen

 

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