Carlo Pagnini sei tutti noi! Buon 90esimo compleanno

Pagnini[602] (1)PESARO – Immaginiamo che la storia pesarese del ‘900 sia rappresentata da una quercia. Fra tutte le sue radici, una delle più grandi, è certamente la storia in poesia narrata da Carlo Pagnini. Questa raccolta di poesie del poeta dialettale pesarese è una storia personale ed, insieme, collettiva. I vecchi pesaresi vi ritroveranno il loro vissuto; i giovani pesaresi vi potranno ricercare le loro radici. Tutto cambia e tutto si trasforma. Le parole, quelle tramandate per via orale e quelle scritte, non sono che lo strumento per far conoscere ai posteri ciò che è stato prima di loro. Così fanno le altre arti come la pittura, la musica, il teatro ed il cinema. C’è un libro di Pagnini, “POESIE”, che raccoglie la sua vasta produzione poetica e c’è una poesia emblematica del fatto che Carlo è tutti noi pesaresi… Ve la racconto per come l’ho sentita:

LA BUTEGA DLE PAROL

La butega dle parol” è la poesia simbolica del percorso di vita del poeta. Pagnini, come trasognato, cammina lungo una stradina deserta, che diventa sempre più stretta, nella penombra della sera. E’ l’ora dell’Ave Maria e le donne stanno chiudendo le persiane delle loro cascine. Improvvisamente, davanti al viandante appare un imponente cancello di ferro sgangherato che, cigolando, si apre.  L’uomo è percorso, dalla testa al fondo schiena, da un brivido gelido. Al di là del cancello, invece, appare un giardino di piante e fiori, “profumato da cento colori”. Una forza misteriosa lo spinge ad entrare per godere di quel paradiso. Fatti alcuni passi, si ritrova, sempre più meravigliato, al cospetto di una scalinata scivolosa e sconnessa. Scende gli scalini e finisce in uno sgabuzzino dove l’oscurità avrebbe dominato se non fosse stato per un lumino, cadente dal cielo, che si infiltrava attraverso una piccola finestra ricoperta da ragnatele. Con la testa un po’ confusa dentro quella stanza chiusa, gli occhi, pian piano, si abituano a vedere. Appaiono ombre strane e deliziose che transitano e subito, in un lampo, scompaiono. Poi, su di un travicello, appesi come un branco di pipistrelli, penzolavano un mucchio di “bugatt” (fantocci di stoffa) che se la ridevano come matti. Da quel punto, quei folletti venivano giù in picchiata, col fragore di una cascata. Andavano a pescare dei biglietti contenuti in un barattolino, in un cestino, nel coperchio di un tegame, nella buca del letame, nel cannello di un imbuto e, mulinando intorno al poeta come per voler festeggiare, li sganciavano. Sui biglietti c’erano scritte parole come: stréfol, smstigh, gargamel, tinton, schièfne, carpirel, briféch, tutol, sgarzol, barbachèn, buganz, bidgol… Tutte parole che il poeta capiva e che, una volta, gli servivano per poter comunicare coi suoi contemporanei. Ogni tanto, quelle creature, rintanandosi nelle fessure del travicello, cercavano di fargli capire che erano parole, oggi divenute una rarità, di sue poesie composte tanto tempo prima. Sul più bello, mentre è trasportato, sbalordito e assorto sui ricordi della sua fanciullezza, viene bruscamente svegliato da un gruppo di ragazzi schiamazzanti.

LA CITTA’ GLOBALIZZATA

Sempre nella poesia “La butega dle parol”, quei ragazzi sparavano parole come: besich, drai, elitt, ài fài, sponsor, corner, clan, gudbai, fichsion, macio, pabb, ochei, softer, vollei, gins, digei… Subito il poeta capisce che il suo sogno è finito. Ora si ritrova in una strada rumorosa, fra gente che lo guarda ma non lo vede. Là città è stata “globalizzata” e l’identità locale, dei pesaresi, occorre ricercarla nella storia.

 ECCO PERCHE’ CARLO PAGNINI E’ TUTTI NOI…

carlo pagniniCarlo Pagnini, però, non è uno che si sente solo, non è “uno che è rimasto indietro”. Questo weekend, prima facciamo shopping al discount e poi ci fermiamo allo snack-bar per un sandwich e un drink, è Ok per te? (Tratto da: “un prof. d’inglese in carcere” di Paolo D’Isabella). Che lingua parla costui? E’ l’evoluzione del linguaggio globale…, un linguaggio imbastardito. Forse un giorno parleremo tutti l’inglese! Ma non potremo dimenticarci delle nostre radici. Le radici della nostra lingua sono state il latino, il volgare, il dialetto. Oggi parliamo l’italiano ma, quelli della mia generazione, ricordano con qualche nostalgia il dialetto pesarese. Lo riscopriamo per non farlo morire, per ricercare un senso di appartenenza alla nostra comunità. Il poeta Odoardo Giansanti detto Pasqualon è stato una grande radice di quella quercia di cui parlavamo all’inizio. Attraverso le sue poesie si è potuto scavare dentro e fuori le mura roveresche di Pesaro, nel periodo a cavallo tra fine ottocento e primo novecento. Carlo Pagnini rappresenta una diramazione di quella radice che ha attraversato buona parte del 1900 ed è tutt’oggi prolifica. Come ha detto il Prof. Scevola Mariotti: “A Pasqualon, Pagnini si richiama in una sequenza di immaginari dialoghi …, quasi in una rivendicazione di continuità”. Una storia che sembra poter continuare con suo figlio Paolo, che il dialetto lo conosce bene perché l’ha imparato da sua nonna paterna. Paolo Pagnini ha curato la traduzione in italiano delle poesie del padre per aiutare il lettore e per non farlo perdere nello sforzo di comprendere. Attraverso queste poesie c’è tanta storia della nostra città. Ci sono i sentimenti dei pesaresi. C’è “… un salone immaginario, ove nascono tutte le poesie, ove si ritrovano tutti i ricordi della vita passata: di esperienze lontane, che non è più possibile difendere dalla nebbia del tempo che, inesorabile, tutto sfalda e annulla, travolgendo volti ed eventi”, per dirla con le parole del Prof. Antonio Brancati. Allora, leggendo le poesie raccolte in questo libro, sembrerà di vederli ancora questi luoghi e i personaggi che li hanno frequentati. Così, passando attraverso quelle dedicate ai genitori di Carlo e alla moglie, vi comprenderemo la ricerca dell’immagine del padre (“Me an t’ò mei vést”) che, troppo presto, è stato sottratto al suo affetto. Vi troveremo la nostalgia per la perdita della moglie recentemente scomparsa (“Lia”). Il “sogno” della sua vita attraverso la madre. E’ stato per lei che all’età di 12 anni, insieme ai suoi fratelli, si è messo a scrivere versi. Desiderava farla ridere per allontanarla, qualche momento, da quella vita dura, misera. Lei, dopo averlo ascoltato, gli chiedeva: “E’ tutt ma ché?” Allora Carlo, per vederla ridere, scriveva nuovi versi. Nel mondo globalizzato di oggi scopriremo che c’è stato un tempo in cui il poeta ha sognato la separazione del quartiere di Pantano (“La Pantania”) dal resto della città. Cercheremo di capire l’identità dei pesaresi e l’orgoglio di esserlo (“I difett di bsares”). Il disinteresse dei veri amici (“J amich”). Suggerisco di leggere il libro come se fosse un albero di ciliegie; una poesia tirerà l’altra. Attraverso i titoli, lasciatevi guidare dalla vostra sensibilità. Un consiglio mi sento di dare: lasciate per ultima quella intitolata “El trionf dla vita”. Scoprirete da soli il perché.

Buon 90° compleanno Carlo!

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