Rof, la lezione di Narici e Sagripanti, una ventata d’aria fresca per capire Ricciardo e Zoraide che inaugura il grande Festival pesarese

Ilaria Narici e Giacomo Sagripanti raccontano le pagine sconosciute di Ricciardo e Zoraide: una bellissima lezione

Ilaria Narici e Giacomo Sagripanti raccontano le pagine sconosciute di Ricciardo e Zoraide: una bellissima lezione

PESARO – Incontri assai più che piacevoli di un caldissimo venerdì a cura della Fondazione Rossini, che da domani avrà un nuovo presidente. Ne scriveremo a parte, ma lasciateci anticipare che Gianni Letta alla guida della Fondazione dedicata al figlio più celebre di questa splendida città, di questa comunità, è a dire poco imbarazzante. Punto. Per il momento.

Il primo degli incontri (il secondo domani, sabato 11, il terzo domenica 12), condotto da Ilaria Narici, direttrice dell’Edizione Critica della Fondazione, ha avuto come tema Ricciardo e Zoraide, l’opera che sabato sera inaugura il 39° Rof, e sorprendente ospite Giacomo Sagripanti, che dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Sorprendente, coinvolgente. L’applauso finale che gli ha dedicato il pubblico presente vale assai più delle nostre parole. Un ringraziamento per come il direttore ha saputo trascinare nelle stanze segrete di un’opera poco conosciuta e ancor meno apprezzata.

La cronaca racconta che nelle precedenti rappresentazioni (1990 e 1996), pure con grandi cast, a essere sinceri, l’opera non piacque.

L’eccezione che conferma la regola, si disse. Anche a Rossini non tutte le ciambelle riescono col buco.

Pensate che nel ’90 la regia era di Luca Ronconi, scene di Gae Aulenti, i costumi di Giovanna Buzzi. Riccardo Chailly a dirigere l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, con Bruce Ford nel ruolo di Agorante, June Anderson in quello di Zoraide, William Matteuzzi che interpretava Ricciardo.

Nel 1996 ancora Ronconi, Aulenti e Buzzi, ma David Parry a dirigere l’ORT-Orchestra della Toscana e Gregory Kunde a dare voce a Ricciardo, Anna Rita Taliento a Zoraide e Charles Workman ad Agorante, con Daniela Barcellona ad affacciarsi alla ribalta interpretando Elmira.

Dunque, perché, in un venerdì caldissimo, prendere posto nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini?

Per curiosità laica, per non andare all’Adriatic Arena senza alcuna prevenzione. Insomma, capire di più.

La sensazione finale è molto positiva, grazie alla felice accoppiata Narici-Sagripanti.

E pensare che gli auspici non erano dei migliori.

Alle 11,07, un cane, accomodato in quarta fila, abbaia. Che solleciti l’inizio della conversazione? Oh, speriamo non voglia significare che Ricciardo e Zoraide è un’opera per cani.

A Ilaria Narici e Giacomo Sagripanti il compito di accompagnarci alla riscoperta di un’opera datata 1818. Duecento anni dopo la prima nel Teatro San Carlo di Napoli, il Rossini Opera Festival la ripropone.

 È la quinta opera seria scritta da Rossini per il San Carlo, dove lavorava con un cast d’eccezione messo insieme dall’impresario Domenico Barbaja”, racconta Ilaria Narici.

Agorante era Andrea Nozzari, Ricciardo fu affidato a Giovanni David e ovviamente Zoraide non poteva non essere Isabella Colbran, allora amante di Barbaja, in seguito moglie di Rossini.

Il libretto dell’opera – prosegue Narici – era firmato da Francesco Berio di Salsa, nobile napoletano”. Che non passa alla storia come letterato, quale sognava d’essere, anche se scrive un’altra opera importante firmata dal Cigno: Otello.

Berio di Salsa s’ispirò al Ricciardetto, poema di Niccolò Forteguerri che è basato su un falso storico che ha fatto molto comodo nei secoli, e ancora oggi. La morte di Rolando nella battaglia di Roncesvalles non avvenne per mano dei mori, ma dei baschi.

Andando a piedi da Saint-Jean-Pied-de-Port a Roncesvalles, fermandoci per una breve pausa alla Fontaine de Roland, abbiamo pensato che a scuola ci hanno propinato una storia falsata.

Storie di paladini, donne rapite e scontro con i mori”, commenta la direttrice dell’Opera Critica, che poi racconta una storiella davvero esilarante. Riguarda lo scambio di lettere tra Gioachino Rossinie sua madre Anna Guidarini. È il 30 ottobre, ha appena finito l’opera, “pare vada bene, andrà in scena il 15 novembre”. Debutto rinviato per “un piccolo mal di piede della Colbran e sospensione delle attività del teatro per malattia del re”. Rossini non ha dubbi: “È la migliore opera che abbia fatto, vedremo il giudizio del pubblico”. Poi chiede alla madre “Cosa fa Vivazza?”. Vivazza è il padre, che in quei giorni era a Ravenna. Ilaria Narici strappa più di un sorriso, una risata, raccontando la lettera di Anna al marito Giuseppe, notoriamente sprecone, al contrario del figlio, più che parsimonioso. “Scroccare quando si può e spendere meno quando è possibile”.

Ilaria Narici racconta la struttura dell’opera, partendo dai 5 personaggi principali: Ircano, signore della Nubia, è padre di Zoraide, della quale sono innamorati sia Ricciardo, il paladino, sia Agorante, re di quelle terre ma sposato con Zomira, la cattiva dell’opera. Il classico triangolo edipico, la tipica rete di conflitti non solo d’amore.

Due atti con lungo intervallo, per circa 3 ore e mezza da trascorrere all’Adriatic Arena.

La struttura musicale propone numerosi insieme e solo 4 arie per solisti.

Un’opera che vede ampi assieme, e un numero limitato di arie per solisti.

Forse è anche per questo che l’opera ha avuto scarsa fortuna?

Restituita alla fruizione nel 1990, un’altra edizione nel 1996, un disco del 1995 per Opera Rara con Ford e Matteuzzi e il soprano Nelly Miricioiu nel ruolo di Zoraide. Poi sol silenzio. Fino al ritorno al Rof numero 39.

I giudizi della critica furono severi, all’esordio e negli anni ’90. Nel 1818 si accusa Rossini di avere realizzato un’opera conservatrice, da tardo 700. Ma pure all’interno di un impianto classico, si configurava un laboratorio di studio. Intanto con l’utilizzo della banda, che all’inizio suona piano, ma poi s’avvicina, contrappuntata dall’orchestra; una presenza che si fonde con la buca. È la prima volta e Rossini l’utilizza in modo continuativo. In maniera strutturale. E usa i recitativi accompagnati, non più dal cembalo, ma dall’orchestra. Recitativi lunghi, per portare avanti la trama, spiegarla. Sono spazi che il direttore deve gestire per evitare che cali l’attenzione degli spettatori”.

Siamo avvertiti. La bella lezione di Ilaria Narici è uno spettacolare assist a Giacomo Sagripanti, che dirige il pubblico presente nella Sala della Repubblica come fosse la sua orchestra. Trenta minuti mozzafiato, accompagnati dalle note del pianoforte. Uno spettacolo.

Diciassette recitativi accompagnati dagli archi. Peraltro, i recitativi che precedono Ricciardo e Zoraide, da soli o insieme, quando non c’è Agorante, sono molto raffinati. Direttore e cantanti devono dispiegare la trama con l’aiuto di 40 persone. C’è il rischio di cadere in distrazione. Per sopperire alla macchinosità tecnica, si è lavorato molto per dare dinamicità e senso ai recitativi. Credo – ha sottolineato il direttore abruzzese – che sia questa la motivazione per cui Ricciardo e Zoraide è poco eseguita. Invece musicalmente propone grandi momenti”.

La lezione del maestro è affascinante.

Il secondo atto è più problematico e comprende l’Aria di Zomira che ha una musica semplice. Ed è strano che Rossini l’abbia composta per Benedetta Pisaroni che era una gran cantante”.

Ilaria Narici interviene per ricordare che “ai contemporanei piacque, pure senza le aperture avveniristiche degli altri capolavori napoletani”.

Ma Sagripanti spiega che i due ruoli eponimi cantano insieme solo a metà del secondo atto, mentre s’avvicina il finale.

È il duetto Ricciardo!… che veggo…

Un duetto che ci proietta in un’atmosfera romantica. Pagine che troveremo, vent’anni dopo, in Bellini, I Capuleti e i Montecchi”.

Una lezione a parte è dedicata alla sinfonia.

È l’opera che s’insinua nella sinfonia, non è la sinfonia a fare da preambolo all’opera. La banda dietro, l’orchestra sul palco, un Rossini originalissimo che dà grande spazio a tre solisti”.

Dopo i dubbi di 26 e 22 anni fa, la lezione della coppia Narici-Sagripanti è una ventata d’aria fresca su un’opera che sembrava pesante. Grazie. Gli incontri proseguono: sabato, alle ore 11, nella Sala della Repubblica: Ilaria Narici, il regista Pier Luigi Pizzi e il direttore Yves Abel racconteranno Il barbiere di Siviglia. Domenica 12 Per l’ascolto di Adina con Fabrizio Della Seta.

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