Da Salas a Tineo, affondando nel fango, ma che bella tappa!: altra tappa del diario del Cammino di Santiago di Luciano Murgia

di 

8 settembre 2018

Ecco il quarto capitolo del diario di Luciano Murgia a cui abbiamo chiesto di raccontare il Cammino di Santiago (rileggi quaquaqua e qua).

 

TINEO (Spagna) – Ed eccomi a Tineo, terza tappa del Camino.

Primitivo da Oviedo a Santiago de Compostela. Ricorderò questo “pueblo” soprattutto per il mural dedicato alle mujeres de Tineo.

Partito alle ore 8,10, sono arrivato poco prima delle 15, dopo quasi 24 km tra miei errori e cattivi consigli.

Niente bar aperti al momento di lasciare l’albergue La Campa. Oggi – 8 settembre – è il Día de Asturias, il giorno delle Asturie, che coincide con la festa della Vergine di Covadonga, patrona della Comunità Autonoma Principado de Asturias. Già, perché a dispetto del fatto che il Principe delle Asturie sia diventato negli anni recenti Fernando Alonso, pilota di Formula 1, la carica apparteneva all’attuale re di Spagna, Felipe VI, amato in molte parti del Paese, soprattutto al Sud, per niente o quasi da baschi e catalani. Facciamo un giro del paese e finalmente troviamo un bar che sta aprendo. Niente di particolare a colazione, una tazza di tè verde, una madeleine, dolcetto francese, in busta, poi via, verso l’Alto, il colle a 800 metri di quota.

Inizia la lunga salita, una strada nei boschi.

A farmi compagnia Nataliya, giovane russa nata a Vladivostok, meta d’arrivo della ferrovia Transiberiana (sette giorni per raggiungere Mosca). Ieri sera ho cenato con lei e con Susan, signora scozzese. Le due sono legate da una tipica storia da Cammino. L’anno scorso hanno fatto insieme lunghi tratti del Francese. Si sono ritrovate l’altra sera a Grado, Albergue La Quintana. Non si erano viste e sentite più. Anche perché non è facile: Susan non ha il telefonino. “Non lo voglio, ne faccio a meno molto volentieri. Sono l’unica mamma che quando mio figlio è in gita scolastica non lo tormenta ogni 5 minuti. Lui è felice più di me”.

Alla nostra destra, in basso, scorre un fiume. Il suono dell’acqua ci fa compagnia, insieme con gli alberi di nocciole e i rovi carichi di more. Una lunga strada diritta. Il primo tornante dopo quasi 5 km. Saluto Nataliya, che si ferma a riposare su un ponticelli che risale al XVII secolo, e provo a spingere. Un paio di tornanti, un tratto che affatica, poi ritrovo l’asfalto della N-634. Un momento pericoloso, attraversando la nazionale e camminando al lato: non c’è spazio per i pedoni. Ma non passa un solo veicolo. Grazie Virgen de Covadonga.

Riprende l’ascesa e non è per niente “suave”, come ci ha detto un avventore del bar, che ha lavorato vicino a Bergamo e parla italiano. La vista è bellissima, il sole ilumina la valle, il silenzio è rotto dal suono dei campanacci al collo dei bovini. Una donna si lamenta: “Che brutto rumore”, commenta in inglese. Si lamenta lei che deve sopportarli tanto poco. Cosa dovrebbero dire le mucche che tengono i campanacci al collo tutta la vita?

Non solo bovini, il cui numero è decisamente superiore a quello degli abitanti: anche cavalli e asini.

Siamo a quota 638, segnala il rilevatore altimetrico avvicinandoci a  La Espina. Saliamo ancora. Dopo km 12 dalla partenza, raggiungiamo quota 768. Intanto, davanti al l’albergue per pellegrini di Bodenaya, dove un cartello annuncia che mancano 256 km a Santiago de Compostela, mi ha raggiunto Nataliya, che ha un bel passo, ma si ferma di nuovo al primo bar per un caffè. Non la rivedrò.

A Bodenaya ho conosciuto Alan, irlandese, ex giocatore di rugby che ha il fratello residente  Sligo, bella città del nord-ovest dove abitano Eamonn e sua moglie Fiona, ma anche Wasim, amici di un paio di tappe del Cammino Francese, da Roncesvalles a Pamplona. Alan cammina con due zaini, uno enorme.

Si torna sull’asfalto, che brucia sotto il sole caldo. Dopo la pioggia dei giorni scorsi e prima di quella dei prossimi, il sole riscalda le gambe e il cuore.

S’incontrano più bovini che persone. Dopo Bodenaya, mi precede una mandria guidata da una donna, seguita dal marito sul trattore.

Tante mucche pezzate alla periferia de La Espina, quando inizia una dura salita. A un bivio, temo si debba andare a destra, magari per scollinare. La rampa sembra tremenda. Sollievo: la conchiglia segnaletica annuncia che si va a sinistra.

Io e uno spagnolo non avevamo fatto i conti con il fango. Una famiglia appena scesa da un suv cammina su un muretto. Dobbiamo imitarla, ma quando loro entrano in un campo dove pascolano le loro mucche ci resta solo il fango. La donna mi blocca, invitandomi a proseguire nel campo, perché in fondo ritroverò il Cammino. Manco per idea. Il marito raduna i bovini e li riporta in strada. Io vago come uno scemo senza trovare l’uscita. Sono obbligato a tornare indietro, a camminare nel fango. Mai visto così tanto in tutta la mia vita. Centinaia e centinaia di metri affondando con le scarpe. Per la prima volta mi pento di non adoperare quelle alte. Il sentiero termina e riprende a salire. Respiriamo in 6: io, lo spagnolo e quattro argentine. Ma non è finita. La strada sale e ritorna il fango. Siamo sfiniti. Poi due coniugi ci dicono che ne avremo per un altro chilometro e mezzo. Speriamo. Ma è in salita. Finalmente spunta il  centro sportivo di Tineo, ma seguendo i consigli di una donna che spazza il cortile di casa sbaglio ancora e finisco in centro, mentre l’albergue che cercavo io è in zona opposta. Peccato. Domani si andrà a Campiello, una tappa corta. Pensando a quella successiva, forse la più suggestiva, ho scelto di riposare di più.

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