Cosa resta della Vuelle 2018-2019? Il commento. E intanto nel toto-coach sale Zare Markovski

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22 maggio 2019

Vuelle (foto tratta dalla pagina Fb della Vuelle)

Vuelle (foto tratta dalla pagina Fb della Vuelle)

PESARO – Sono passati dieci giorni dalla fine del campionato per la Vuelle, ma sembra già trascorso molto più tempo, perché le cose brutte tendi a dimenticarle in fretta. Nel frattempo il Cska ha vinto l’Eurolega, con il nostro Daniel Hackett che può essere orgoglioso di essere arrivato sul tetto d’Europa da protagonista, i playoff hanno già riservato le prime sorprese e il mercato comincia a sfornare i primi nomi, su chi si siederà sulla panchina di Pesaro il prossimo settembre.

Cosa resterà di questi anni’80?” cantava Raf nel febbraio 1990 a Sanremo. Anno che tra l’altro, a maggio, avrebbe portato il secondo scudetto alla Victoria Libertas, e, prendendo in prestito il titolo, ci chiediamo: cosa resterà della stagione 2018-19? Veramente poco, perché c’è poco da salvare, in un campionato dove hai perso 23 partite su 30, dove sei stata la peggior difesa, con 93 punti subiti di media, dove hai perso 11 partite con uno scarto superiore ai 20 punti, dove hai avuto a disposizione, per la prima volta nella storia biancorossa, otto stranieri tutti schierabili, con due che andavano in tribuna per scelta tecnica, dove ancora una volta l’allenatore che avevi scelto a settembre non è arrivato a maggio, dove hai vinto una sola partita senza soffrire, ma solo perché in quella occasione a Trieste mancavano 4/5 del quintetto, dove ancora una volta le speranze estive sono tristemente scemate con il passare delle giornate, dove il settimo posto di novembre era solo una coincidenza, perché l’obiettivo vero era sempre il penultimo posto, il Santo Graal da raggiungere anche all’ultimissima giornata, anche se poi, l’esclusione di Torino, avrebbe messo a posto tutto.

Resterà la sensazione che questa Vuelle fosse più attrezzata della precedente, almeno dal punto di vista del talento, ma sappiamo che alla fine conta più la testa e quelle dei giocatori pesaresi erano rivolte altrove, a contratti più remunerativi, a città, come Milano, dove speravano di andare l’anno successivo, e Pesaro è stata vissuta come una tappa non fondamentale della loro carriera. Ma anche chi aveva la testa sgombra non ha reso al 100%, in una stagione dove, tranne rare eccezioni, tutti sono andati in calando e l’eccezione potrebbe essere Zanotti, che in ogni caso ha chiuso con una media di 4 punti a partita.

Resterà la soddisfazione della classe dirigente biancorossa di aver raggiunto il traguardo prefissato, in un anno dove “la Vuelle non è mai stata all’ultimo posto”, magra consolazione per un pubblico che ha continuato a seguire la Vuelle con affetto, ma non con allegria, perché quella la puoi avere solo se la squadra vince molto o gioca bene, e sono sette anni che non succede né uno, né l’altro, e pretendere che si festeggi la salvezza, con un tuffo nella fontana della Palla di Pomodoro non è realistico, così come affermare che il principale errore commesso sia stato quello di essere passati alla formula del 6+6, per prendere un ragazzino come Shashkov, perché a questa domanda dovrebbero rispondere in un solo modo: “Il principale errore commesso è stato quello di non aver trovato un main sponsor per la Vuelle, mentre tutte le altre 47 squadre professionistiche ci sono riuscite”, perché tutto il resto sono errori tecnici e di gestione che, bene o male, tutti commettono durante l’anno, mentre la mancanza dello sponsor è il peccato originale, quello da dove nascono tutti gli altri, e che lascia sempre quella sgradevole sensazione, che, nella ricerca, non sia stato fatto tutto il possibile.

Resteranno le dichiarazioni del presidente Amadori, quando afferma che “avere 2,5 milioni o 3 non cambia la sostanza, perché per cambiare obiettivo bisogna arrivare a 4”. Frase che non fa una piega, ma che comincino a trovarlo quel mezzo milione, perché ti permetterebbe di alzare l’asticella, di scandagliare il mercato dei giocatori, nella fascia da 80 a 100mila annui, invece di fermarsi a quella fino a 80mila, di non prendere solo rookies o con un anno di G-League alle spalle, ma anche giocatori di 25-26 anni con un passato europeo alle spalle, e se parliamo di Europa, molti giocatori balcanici o baltici, rientrano proprio nella fascia intorno ai 100mila, morale della favola, andiamo a prendercelo quel mezzo milione. Somma che, guarda caso, corrisponderebbe proprio al valore, minimo, per mettere il proprio marchio sulla maglia della Vuelle.

Resterà insomma solo la serie A, che non sarebbe nemmeno poco, visto quello che accade da altre parti, ma non può essere solo il punto di arrivo, ma quello di partenza per un futuro più roseo, perché ci si abitua a tutto, a vedere dieci facce nuove ogni anno, a cambiare allenatore ogni sei mesi, a compilare tabelle salvezza fin da marzo, pure ad avere il budget più basso di tutte le altre, anche se bisognerebbe capirne il motivo, ma non ci si può abitare alla mediocrità, al non avere una classe dirigente che, invece di prendere come esempio i risultati ottenuti da Cremona e Brindisi, ci propina la solita solfa, quella che con questi soldi non si può fare di meglio, trasmettendo zero entusiasmo.

Resta pochissimo da salvare, e da domani sarà meglio pensare al futuro, sperando che dall’hinterland milanese arrivino buone notizie sul fronte sponsor, mentre cominciano a circolare i nomi del nuovo allenatore, con Zare Markovski che sembra aver scavalcato Eugenio Dalmasson e Andrea Diana, in una lista più lunga del previsto, perché di panchine in serie A non se ne libereranno tante. E, anche se a Pesaro parti sempre per salvarti, l’alternativa, per un coach senza contratto, è quella di rimanere fermo o di scendere in A2.

Resta insomma la Victoria Libertas, i suoi 73 anni di storia, e una città che continua a seguirla, nonostante tutto, il resto è completamente da inventare.

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