Sassari fa 22 su 22 e vola in finale: e dire che Pozzecco poteva finire alla Vuelle

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3 giugno 2019

Gianmarco Pozzecco (screenshot tratto da YoTube di Eurosport)

Gianmarco Pozzecco (screenshot tratto da YoTube di Eurosport)

PESARO – Se Sassari dovesse vincere il suo secondo scudetto, e dopo aver eliminato 3-0 Milano, il Banco di Sardegna diventa la favorita d’obbligo, i tifosi sardi dovrebbero ringraziare anche Pesaro. Bisogna infatti tornare indietro ai primi di gennaio, quando, dopo il meno 42 rimediato a Reggio Emilia, i dirigenti della Vuelle capirono che era giunto il momento di esonerare coach Massimo Galli e cercare una nuova guida tecnica, uno capace di dare la scossa ad un gruppo non coeso e con troppe individualità. Il primo nome della lista era Gianmarco Pozzecco, fuori dal giro da qualche mese. Una scommessa sicuramente, ma anche una persona in grado di ribaltare una squadra come un calzino, nel bene e nel male: il matrimonio non si consumò, perché lo sposo chiedeva in dote una cifra superiore alle disponibilità economiche in mano ad Ario Costa, che allora decise di guardare altrove, finendo per firmare un altro coach fuori dal giro da qualche mese, ma anche lui con una storia particolare alle spalle. Uno che non rientrava nella categoria classica degli allenatori “filo-governativi”, visto che magari, proprio per il suo carattere sopra le righe, aveva raccolto meno del previsto, in una carriera dove sul treno delle big non era mai riuscito a salire. Boniciolli accettò lo stipendio messogli a disposizione, puntualizzando comunque che, per venire a Pesaro, aveva ridotto le sue pretese economiche e che in cambio la società gli avrebbe garantito un paio di innesti extra in caso di necessità, e gli arrivi di Lyons e Wells rientrarono proprio in questa categoria.

Non sappiamo come sarebbero andate a finire le cose in casa Vuelle, se il Poz avesse accettato di venire a Pesaro, perché è quel tipo di allenatore che si ama o si odia, e che o fa gruppo subito con i suoi giocatori, o rischia di andare via dopo un mese, esasperando al massimo il suo stile sempre sopra le righe. Quello che sappiamo è che, chiunque fosse andato a Sassari al suo posto, difficilmente avrebbe raggiunto i suoi stessi risultati, perché 22 vittorie consecutive non possono essere un caso, in una Dinamo che non ha cambiato nessuna pedina, dato che Polonara e Stefano Gentile c’erano anche sotto la gestione Esposito, così come Cooley e Jamie Smith. Quello che non c’era era lo spirito giusto, quel senso di appartenere a un gruppo che solo pochi allenatori sono in grado di creare, e in un basket tecnico fino alla esasperazione è la voglia di dare il 110% a fare la differenza, a trasformare una buona squadra in una squadra vincente, perché in fin dei conti la pallacanestro assomiglia a tutti gli altri lavori, quelli dove se hai un collega che ti sta sulle scatole, tendi a lasciarlo in disparte, e dove se hai un “capo” a cui non gli frega niente di te, ti senti in diritto di fare giusto il compitino, quello che ti consente di portare a casa la paga. Stipendio che sicuramente per un giocatore di pallacanestro di serie A è molte volte superiore alla media, ma il principio è lo stesso, perché saper fare un arresto e tiro da quattro metri è sicuramente utile, ma lo è di più scendere in campo con entusiasmo. Quello che ti consente di vedere il canestro grande come una vasca da bagno, quello che ti consente di vincere delle partite contro squadre costruite con budget quattro o cinque volte superiore al tuo, ma dove non hai un allenatore che ti lascia festeggiare fino alle 8 del mattino successivo la conquista della finale scudetto.

Le cose sono andate così per la Vuelle. L’ennesima sliding door di questi ultimi anni, ma in ogni caso in Serie A ci siamo rimasti, l’iscrizione è stata fatta regolarmente, e ci si sta muovendo su diversi fronti per cercare di aumentare il budget di 2,5 milioni del 2018-19. L’idea è quella di creare un poker di aziende, all’interno del Consorzio, in grado di assumersi oneri e onori. L’idea che in casa Consultinvest avevano avuto un paio di anni fa, ma che non era mai stata presa in considerazione, oltre a lei, dovrebbero farne parte il gruppo Vitri, la Butangas e forse quei Salumi Beretta a cui è stata ventilata anche la proposta di diventare main sponsor, ma l’azienda dell’hinterland milanese è già impegnata nel calcio di serie A, dove i ritorni in termini d’immagine sono superiori 100 volte rispetto al basket di serie A, e per convincerli servirebbe un progetto biennale, se non triennale. Un piano che consenta a Pesaro di tornare nella parte sinistra della classifica in tempi brevi, affidando il compito ad un allenatore esperto, ma ancora affamato di vittorie, e non è casuale che sia stato preso in considerazione Maurizio Buscaglia, che a Trento ha fatto bene, senza però fregiarsi di nessun titolo, e che con i suoi 50 anni, di cui gli ultimi cinque passati in serie A, guidando Trento a una semifinale e a una finale scudetto, rappresenterebbe quel nuovo che avanza, di cui i tifosi biancorossi hanno disperatamente bisogno, per togliersi dalla mente gli ultimi sette anni.

In ogni caso, sia Buscaglia, che Dalmasson il quale è scalato al secondo posto nelle preferenze della società, prima di firmare per Pesaro, vogliono delle garanzie. Vorrebbero far parte di un progetto nuovo e ambizioso, che non vuol dire che devi vincere subito, ma che devi porre le basi per il futuro. Praticamente chiedono le stesse cose dei tifosi pesaresi: di cominciare a firmare contratti biennali, o con opzione per l’anno successivo, di accaparrarsi italiani con più di quattro punti nelle mani, e stranieri di cui non devi cercare i video su YouTube, ma che hai visto con i tuoi occhi alla Vitrifrigo Arena. Quelli che ti fanno pensare come siano stati bravi a scovarli le altre squadre. E, soprattutto, il nuovo coach chiederà di avere voce in capitolo nelle decisioni tecniche, costruendo una Vuelle dove i giocatori non siano presi perché costano meno di altri, ma perché valgono di più, e non è un piccolo particolare.

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