Il meglio e il peggio: sport, politica e informazione al tempo del Coronavirus

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10 marzo 2020

Mister Pressing*
PESARO – L’appuntamento settimanale con il meglio e il peggio dello sport non può prescindere da ciò che sta accadendo attorno a noi, dentro il nostro cuore e la nostra mente. Viviamo nei giorni del Covid-19,  il Coronavirus, un nemico subdolo che ha tanti complici nella politica e nell’informazione. Siamo convinti da sempre che il cosiddetto mondo dell’informazione, sia sulla carta stampata, viaggi nel web e si diffonda via etere, pensi più a vendere copie, a fare audience o a raccogliere like, che a informare correttamente. Proviamo a spiegare la nostra convinzione, anticipando che questa settimana proponiamo soprattutto il peggio.
Il peggio: chi ha anticipato la bozza del decreto ha agito da sconsiderato. Quanto accaduto sabato sera, con la diffusione di una bozza di decreto contenente le misure per combattere il contagio del Coronavirus, non fa onore al giornalismo e alla politica di questo paese. Siamo convinti che chi ha diffuso subdolamente la bozza, che doveva essere ancora approvata e firmata dal Presidente del Consiglio, abbia agito da persona sconsiderata, denotando un atteggiamento criminale. La prova? Le immagini  delle scene di panico registrate nelle stazioni ferroviarie di Milano, dell’assalto al treno notturno diretto al sud, e la conseguente decisione di alcune regioni del centro-sud di chiedere la quarantena per i propri figli – siano studenti o lavoratori impegnati  in Lombardia – ritornati a casa; anzi fuggiti dal Norditalia. Però insorgiamo se a comportarsi così sono Israele e le Maldive, la Thailandia e la Turchia, l’Austria e la Polonia. Ancora una volta la solidarietà piace se non ci crea problemi. Ma torniamo alla domanda del giorno: chi ha diffuso in anticipo la bozza del decreto? CNN, la tv statunitense, ha informato di averla ricevuta dall’ufficio stampa della Regione Lombardia, che ha smentito, sdegnato. Alcuni presidenti di Regione, magari anche legittimamente in disaccordo su alcune norme del decreto, non appena ricevuta la bozza si sono premurati di informare i loro “amici di Facebook” sui contenuti della stessa. Diamine, ma non si riesce più a vivere senza fare il pieno giornaliero di like? Era così difficile attendere il decreto definitivo prima di parlarne ad altri? La riservatezza non esiste più neppure tra chi dovrebbe avere senso dello Stato? Il discorso non vale solo per i presidenti di Regione: molti sindaci sono intervenuti subito per commentare una bozza. Sì, la bozza, non il decreto esecutivo. Bulimici di social, di pagine stampate, di passaggi in tv. Il Secolo d’Italia, diretto dall’ex parlamentare missino Francesco Storace, ha messo sotto accusa Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, già protagonista – appunto – del Grande Fratello. Pensiamo, da sempre, che Casalino sia uno dei tanti, troppi autogol del M5S. Avesse ragione Storace, Casalino non dovrebbe stare un minuto di più negli uffici di Palazzo Chigi.
Mentre scrivo queste ultime righe, leggo un tweet (non mi piace, ma si dice così) di Mauro Berruto, ex allenatore della Nazionale maschile di pallavolo:  Servirebbe il tweet più duro mai scritto per spiegare come, nel momento più difficile dal dopoguerra, possa uscire la bozza di un decreto drammatico prima di essere firmato, capovolgendone l’effetto. Un romanzo distopico? No, una tragedia reale. Con un mandante. Analisi perfetta. Anche Mauro Berruto chiama in causa qualcuno che lavora a Palazzo Chigi. Ed è al presidente Giuseppe Conte che, domenica, mi sono permesso di inviare un tweet (arieccoci): Signor Presidente, abito a Pesaro, provincia chiusa, faccio parte delle persone a rischio: rispetterò rigorosamente le regole approvate, ma le chiedo di fare chiarezza su chi ha diffuso la bozza del decreto. Mi sembra doveroso nei confronti di chi dovrà fare sacrifici.

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Il meglio: Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori. L’ex calciatore di Verona e, soprattutto, Roma, esperienze in Spagna (Levante), Inghilterra (QPR) e Cina, dal 2011 presidente dell’AIC, da giorni ha chiesto la sospensione del campionato, rompendo il fronte di presidenti e tv, attenti soprattutto ai temi economici. Tommasi ha scritto sia al presidente del Consiglio sia al ministro dello Sport, ma anche ai presidenti di Coni, Figc e Lega calcio serie A, sollecitando una scelta netta, drastica. Inutilmente. In cambio ha ricevuto insulti dai soliti Leoni della tastiera. Addirittura, massimo della stupidità possibile, in un mondo che è un pozzo senza fine, un tifoso della Lazio ha accusato il “romanista” Tommasi di volere fermare il campionato perché la squadra allenata da Simone Inzaghi era prima in classifica. 

Il peggio: Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport. Prima si è premurato di chiedere la diretta televisiva in chiaro di tutte le partite di calcio serie A aperta a tutti, rimediando il deciso no di Sky che peraltro ha diffuso, prima di Juve-Inter, un comunicato che difende il suo “servizio pubblico”, ah ah ah, a 50 e passa euro al mese. Poi, domenica mattina, unendosi all’appello di Damiano Tommasi, Spadafora ha scritto a Gravina, presidente della Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio), chiedendogli di esaminare la possibilità di sospendere il campionato. Spadafora fa parte del Governo che nella notte tra sabato e domenica ha approvato un decreto che autorizza le partite a porte chiuse, ma non di accedere o uscire dalle cosiddette zone rosse. Una contraddizione palese. Sarebbe bastato scrivere, come per gli esercizi pubblici, che stadi e palasport resteranno chiusi fino al 3 aprile e ogni discussione sarebbe stata superflua. Come nel decreto di lunedì. Anche Spadafora ha bisogno di visibilità, lancia appelli e dimentica di avere un potere che non esercita, o non sa esercitare.

Il peggio: Legabasket e FIP: È vero, si naviga a vista ed è più facile criticare che decidere su un tema così importante qual è la salute. Ma sabato sera, si era tornato a giocare in serie A e in Legadue: in campo, nel massimo campionato, Trieste e Pistoia, Roma e Sassari. Mentre le due partite erano in corso, altre squadre, impegnate domenica in trasferta, decidevano di tornare a casa, autorizzate da FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) e Legabasket. Perché? Per le norme inserite nel decreto, peraltro, al momento della decisione, non ancora approvato dal Consiglio dei Ministri. … scusate la parolaccia pensata, se c’erano timori non si poteva rinviare tutte le partite? E la FIP? Abbaia alla luna. Poi, dopo il decreto di lunedì, tutti uniti, come fosse merito loro.
Il peggio: Lega Pallavolo Serie A Femminile: stesso discorso fatto per   Legabasket. Sabato sera si sono giocate due partite, una in A1 (Conegliano-Brescia), una in A2, girone salvezza (Macerata-Club Italia). Le altre partite di domenica sia di serie A1 sia di serie A2 sono rinviate a data da destinarsi. La decisione domenica mattina, scaricando tutte le colpe sul governo con un comunicato che forse neppure Salvini, Meloni, quel che resta di Berlusconi e magari Renzi, segretario di un partito di governo ma anche d’opposizione, avrebbero concepito. C’è, una Lega – sia inteso, nel caso, quella di volley femminile, si dimostra incapace di decidere, ma accusa il Governo. Sulle scelte di Legavolley in questi ultimi anni si potrebbe scrivere un libro.
Il peggio: Matteo Ricci che fa il primo della classe, ma finisce ultimo: Domenica, il Tg3Marche ha intervistato i sindaci  delle principali città marchigiane, sollecitando il loro commento sulle decisioni prese dal Governo. Di alcuni non conosciamo i partiti e le maggioranze che li hanno eletti; di tutti, meno uno, abbiamo apprezzato l’attenzione al momento e lo spirito di collaborazione, l’invito ai concittadini a rispettare le regole. Ci sono piaciuti molto Mancinelli, sindaco di Ancona, e Carancini, primo cittadino di Macerata, ma anche Fioravanti, sindaco di Ascoli Piceno. C’è chi ha preferito dedicarsi ai temi tecnici e chi, invece, si è esibito in un tema che gli è congeniale: fare il primo della classe, finendo per risultare ultimo. Ogni riferimento per niente casuale è a Matteo Ricci, che dopo giorni di “basta panico” si è ritrovato a fare i conti con un decreto che parificava Pesaro ad altre realtà italiane. Matteo Ricci, notoriamente allergico al rispetto delle regole, anziché dire umilmente “forse ho sbagliato nell’avventurarmi nella campagna No Panico”, si è lanciato contro la “confusione” della bozze del decreto. 

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