Oggi tutti scoprono l’amico albanese, noi qualche anno fa…

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31 marzo 2020

PESARO – Nei giorni in cui gli italiani scoprono lo spessore umano di Edi Rama, siamo lieti di avere un collaboratore che il primo ministro albanese lo ha conosciuto personalmente trentadue anni fa e lo ha raccontato prima ancora fosse eletto sindaco di Tirana e, in seguito, capo del Governo del Paese delle Aquile.
Edi Rama è protagonista di un capitolo del libro Dietro i canestri, scritto da Luciano Murgia e pubblicato nel 2010 da Minerva Edizioni. 
Il primo ministro albanese in una foto recente dalla sua pagina Facebook

Il primo ministro albanese in una foto recente dalla sua pagina Facebook

Ascoltando il suo intervento di qualche sera fa – “Noi albanesi siamo poveri, ma non abbiamo perso la memoria“, ha detto Edi Rama in diretta dall’aeroporto di Tirana,  salutando medici e infermieri albanesi in partenza per l’Italia a dare una mano in un ospedale lombardo – molti si sono commossi. Televisioni e giornali hanno dato ampio spazio alle dichiarazioni. Oggi La Gazzetta dello Sport ha pubblicato una lunga intervista a Edi Rama, accompagnata da un’altra a Valerio Bianchini, che ha ricordato la sua amicizia con il politico albanese. Il 28 marzo, poche ore dopo la diretta da Tirana, abbiamo pubblicato un articolo firmato da Luciano Murgia ricordando una lunga amicizia tra Edi Rama, Valerio e il basket.

Oggi vogliamo riproporre uno stralcio di Chiamale emozioni, un capitolo del libro che Luciano Murgia ha dedicato all’incontro tra Edi e Valerio. Era il 3 novembre 1988.
Negli appunti di viaggio ampia attenzione per il blitz a Tirana. Il 3 novembre 1988 un piccolo charter entra nello spazio aereo albanese, sorvolando l’Adriatico. La mattina è serena, voliamo a bassa quota. Sbalorditive le prime immagini apparse ai nostri occhi. Un territorio cosparso di casematte, piccoli bunker in cemento armato, quasi che l’Albania comunista preveda un’imminente invasione nemica. Impressione avvalorata all’atterraggio. In pista numerosi soldati armati. L’aeroporto somiglia alle piccole stazioni ferroviarie delle vecchie tratte italiane, tipo quellaa dismessa Fano – Fossombrone – Fermignano – Urbino. Un retaggio dell’occupazione fascista. Lunghi i discorsi di benvenuto. Una sorta di protocollo ufficiale. Abbracci a Valerio Bianchini, famoso in Albania dai tempi del Banco di Roma, e un regalo di Edi Rama, l’interprete: un quadro che ritrae il Vate. Durante il lento spostamento verso la capitale, attraversando un paesaggio agreste, notiamo uomini sdraiati lungo le scarpate della strada e donne che lavorano i campi, una gran quantità di soldati e ancora casematte. Pranzo all’hotel Tirana. Un convivio infinito… pare un banchetto di nozze.
Alla fine i giocatori raggiungono le camere per riposare. Io, Franco Mancuso, Ezio Giroli e Silvano Clappis cerchiamo la rivendita di cartoline e francobolli. Niente auto in transito. Camminiamo in mezzo alla strada. Nel tragitto dall’aeroporto, incrociamo solo una motocicletta militare e un paio di Mercedes con targa diplomatica delle ambasciate. Sotto i colpi di Gorbaciov il comunismo sta per crollare, ma in Albania celebrano Lenin e Stalin. Le imponenti statue dedicate ai due piantonano la via principale di Tirana.
La radiocronaca è realizzata con il telefono dell’albergo, isolato un paio d’ore, per l’irritazione dei reporter sportivi svedesi impegnati con la Nazionale di calcio. Al termine della partita, vinta 84-72, la V.L. regala al Partizani scarpe, calze, e quanto possibile. Torniamo subito in Italia. All’aeroporto, ulteriori discorsi, ringraziamenti, saluti: negli occhi leggiamo il desiderio di partire con noi. Un’anticipazione dell’esodo di massa che interessa gli albanesi. Il corso degli eventi volge rapido. Aveva due anni e cinque mesi e forse non era al palasport quel pomeriggio. È bello che Andrea Ginaj, nato a Tirana nel maggio 1986, ala di due metri e cinque centimetri d’altezza, vesta – da italiano  – la maglia biancorossa. La sorella Emi è ala-pivot dell’Olimpia. Spiro Leka, avversario dei biancorossi nel doppio confronto, sette volte campione d’Albania, giunge nel 1991 e qui costruisce una carriera in panchina.
Fugge a Parigi il giovane amico Edi Rama che nel 1988 ha ventiquattro anni. Di più quando è accolto nella capitale francese, benigna con artisti ed esuli. Edi sogna un futuro diverso, gli accadimenti lo richiamano in patria. Socialista, strenuo oppositore del primo ministro Sali Berisha, le sue opere sono esposte alla Biennale di Venezia. A Tirana è preside dell’Accademia di Belle Arti. Sconfitto Berisha, Fatos Nano, fresco premier, chiede a Rama di entrare nel governo. Nel 2000 Edi si candida, indipendente, alla carica di sindaco della capitale in cui vive un terzo degli albanesi.  Eletto, dirige un’amministrazione attenta al territorio urbano. Ridipinti i palazzi, abbattute le case abusive lungo il fiume. Con il contributo dell’ONU, le sostituisce con migliaia di alberi e nuovi giardini pubblici. Una scelta rischiosa per la sua incolumità. Nel 2004 Edi Rama riceve il World Mayor Award, il premio al “sindaco dell’anno”. Alla guida dell’amministrazione comunale per nove anni, nel giugno 2009 è capofila dei socialisti nelle elezioni politiche perse per poche migliaia di voti. Il vincitore, il solito Berisha, non ottiene la maggioranza assoluta. Durante il mandato, Edi Rama non dimentica Bianchini. Tramite Pierluigi Marzorati rintraccia Valerio e lo vuole a Tirana. Ospite per quattro giorni con la moglie Marina, Bianchini stenta a riconoscere la capitale migliorata grazie al sindaco-pittore.

 

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