Un libro al giorno: Se mi mandi in tribuna godo

di 

5 aprile 2020

Da qualche giorno, pu24.it propone una nuova rubrica: Un libro al giorno. Cosa c’è di meglio della lettura a farci compagnia in giorni che non passano mai, in lunghe serate alle prese con i consigli, spesso stupidi, di personaggi dello sport, della musica e della tv che traggono visibilità anche da una tragedia? Credeteci: meglio un libro!
Ecco le precedenti puntate: clicca quiquiqui, qui, qui, quiquiqui, qui, qui e qui.
Se mi mandi in tribuna godo

“Se mi mandi in tribuna godo”

Il libro di oggi, domenica 5 aprile, è il mio personale omaggio a Ezio Vendrame, morto ieri a 72 anni. Non se l’è portato via il Coronavirus, Ezio è morto  per un tumore.

Ezio era un… anarchico prestato al calcio, sport che adorava, ma non amava essere un calciatore. Infatti non lo nascondeva: “Preferisco giocare a calcio piuttosto che fare il calciatore“.
Non amava le regole, impostegli a 5 anni, quando si ritrovò, causa la separazione dei genitori, in un orfanotrofio gestito dai preti. Come molti che hanno vissuto un’esperienza così triste si ribellò alle angherie, ai soprusi, fors’anche a ciò che vedeva, o sentiva raccontare, sulle violenze sessuali emerse troppi anni dopo.
Amava il calcio, ancor più le donne. Proprio per questo, molti, erroneamente, l’hanno paragonato a George Best, il nordirlandese che giocò e vinse, tanto, con il Manchester United. Best ama il lusso, dallo champagne che beveva a fiumi nei night-club alle auto di marca. Ezio no. Magari, fosse andato in giro in Ferrari, gli avrebbero perdonato i peccati che infrangevano le sacre regole della Chiesa, intesa come religione calciolica.
Giocava bene, Ezio, aveva un dribbling che pochi possedevano, una fantasia che avrebbe potuto accendere le folle.
Friulano di Casarsa della Delizia, allora una città abitata da migliaia di militari e famosa per avere dato i natali a Pasolini, non fu profeta in patria nell’Udinese che pure l’aveva adocchiato giovanissimo. Fu ceduto alla Spal, che era la creatura di Paolo Mazza, un dirigente che sembrava in grado di indirizzarne il genio e controllarne la sregolatezza. Se la memoria non inganna, un giorno, durante un allenamento o una partitella in famiglia, il presidente che seguiva quotidianamente da bordo campo l’attività della Società Polisportiva Ars et Labor, urlò: “Ezio, passa la palla, passa quella palla!“. Vendrame rispose salendo con entrambi i piedi sulla palla, poi, scrutando verso l’orizzonte aiutato dalla mano destra: “Presidente, non vedo nessuno!“. Mazza se la legò al dito. Nessuna presenza in serie A, a fine stagione trasferimento alla Torres Sassari, in serie C. Anche la Sardegna non portò fortuna a Ezio. L’anno dopo si ritrovò a Siena, dove allenava il fanese Volturno Diotallevi. Un allenatore che faceva dell’atletismo e della durezza della preparazione fisica un suo principio fondamentale. Tutto il contrario di Ezio, che preferiva allenarsi con le ragazze. Nel senso di andarci a letto.
Insomma, se George Best ebbe a dichiarare “nella mia vita ho speso un sacco di soldi in automobili e donne, il resto l’ho sperperato“, Ezio confidò: “Ho portato a letto centinaia di donne, ma, lo giuro, le ho amate tutte“.
Ancora una stagione da dimenticare, poi, improvvisamente, il colpo che avrebbe anche potuto cambiare la carriera: lo ingaggia il Lanerossi Vicenza che può godere di ben 46 prestazioni, spesso eccellenti, di Ezio, che dentro lo stadio fa felici gli uomini e fuori le donne.
Sembra incredibile, ma nel Veneto più bigotto, Ezio trova l’isola del tesoro. I vicentini impazziscono per lui, dimenticando che non ama i preti e la chiesa cattolica. Per un suo dribbling vale la pena di recitare un Ave, un Pater e un Gloria in più. Soprattutto se il Lanerossi, guidato da Vendrame, manda in tilt l’Inter a San Siro. È il 1972 e l’allenatore nerazzurro, “Robiolina” Invernizzi,  gli cambia tre volte la marcatura. L’ultima addirittura con Facchetti. Inutilmente. Manco contro il Brasile, due anni prima, sull’erba dello stadio Azteca di Città del Messico (finale mondiale Brasile-Italia 4-1), il Capitano aveva sofferto tanto a livello individuale. Ma, signori, Ezio era un brasiliano nato per caso in Friuli.
La squadra veneta si qualifica al Torneo Anglo-Italiano e gioca in Inghilterra. Al ritorno, la valigia di Ezio è piena di articoli acquistati in un sex-shop. “Ho speso uno stipendio, ma divenni ancora più apprezzato dalle vicentine“.
Lo apprezza anche Luis Vinicio, ex Lanerossi, allenatore del Napoli, che lo vuole all’ombra del Vesuvio. Però i due non legano, Ezio finisce quasi sempre in tribuna, tanto che anni dopo, il titolo del suo libro sarà proprio Se mi mandi in tribuna, godo. Già, perché ha più tempo da dedicare alle innamorate che anche a Napoli non mancano. Con una fa l’amore nei bagni dello stadio San Paolo.
L’anno dopo è di nuovo in Veneto, a Padova, dove diventa ancor più famoso per un numero dei suoi. Si gioca contro l’Udinese, la sua prima squadra, che è in lotta per la promozione in serie B. I dirigenti friulani sanno che Ezio può essere pericoloso, così gli offrono 7 milioni per perdere la partita. 7 milioni? Poco meno della metà dei 20 guadagnati a Napoli. Pensa: “Tanti soldi per fare male, come in tante altre occasioni. Cosa cambierebbe per me?“. Accetta.
Lo stadio Appiani, reso mitico in passato dalle imprese della squadra allenata da Nereo Rocco, è una bolgia. Lo riempiono soprattutto i tifosi friulani, che commettono un gravissimo errore: insultano il loro corregionale. Che cambia idea. Gioca un grande partita e il Padova s’impone grazie alla sua doppietta. Un gol su calcio d’angolo, che batte davanti alla curva occupata dai tifosi dell’Udinese. Li guarda e indica dove metterà la palla, in rete! 
Racconterà in seguito: “Per quella vittoria incassai 44.000 lire. Assai meno dei 7 milioni promessi, vero, ma vuoi mettere che soddisfazione!“.
Ezio era amico del grande poeta e cantautore livornese Piero Ciampi, che per la cronaca fu recluta nella caserma di Pesaro, trascorrendo le serate in osteria, a cantare e bere. Durante una partita all’Appiani, Ezio s’accorge di Piero, ferma la palla e lo va a salutare in tribuna.
Finiti gli anni da calciatore, diventa allenatore dei ragazzi e non esita a dichiarare, stanco delle troppe ingerenze dei genitori, che gli “piacerebbe allenare una squadra di orfani“.
Allena e scrive, dando alle stampe libri che, ovviamente, non sono piaciuti alla nomenclatura della religione calciolica, ma meritano di essere letti perché sono roba vera, non finta, non le dichiarazioni melense di chi “non ho fatto gol per colpa della sfortuna che ha mandato la palla sul palo“. Lui, invece, preferiva “centrare il palo, che è molto più difficile che trovare lo specchio della porta“.
Un mito. Che la terra gli sia lieve, come soleva salutare gli amici che se ne andavano un altro mito, Gianni Mura, che non per caso ha scritto la prefazione di Una vita in fuorigioco, uno dei libri di Ezio. Intanto, se volete, incominciate da Se mi mandi in tribuna, godo. Poi, vedrete, andrete alla ricerca degli altri.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>