Un libro al giorno: Il mondo di Gianni Mura

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18 aprile 2020

Il mondo di Gianni MuraPESARO – È in edicola da ieri un libro che nessuno avrebbe voluto dedicargli, un libro, anzi un tesoro che racchiude i quarant’anni e più di giornalismo di Gianni  Mura a Repubblica, quotidiano che leggo dal primo numero, quel lontano mercoledì 14 gennaio 1976.
Quel giorno, tanti articoli e un impegno a fare chiarezza sui misteri che avvolgevano l’Italia e il mondo facendoci respirare aria insana.
A pagina 4, la situazione in Argentina con la testimonianza delle vittime della CIA, giusto per ricordare, oggi, che Trump accusa la Cina (se tra le due realtà, così diverse e così lontane, la differenza è solo una enne, un motivo ci deve pur essere) di ogni nefandezza, e magari talvolta ha ragione, ma dimentica tutte le porcherie in nome di In Go(l)d We Trust. Gli USA, bigotti oltre l’immaginabile, che, quando si tratta di stringere, credono più all’oro e al denaro che a Dio, e non è un caso che la loro Fede l’abbiano messa sul dollaro.
A pagina 5: La mafia dietro le aste truccate.
A pagina 16, la bomba, visto che il titolo è inequivocabile: Dopo 13 anni di silenzio esplode la santabarbara e un occhiello altrettanto netto: Un dossier segreto della commissione parlamentare rivela i legami tra la mafia e la DC. Allora, La Repubblica non badava a spese, i titoli erano titoli e gli articoli pure. Impossibile, per chi, pure di famiglia democristiana, 44 anni fa credeva in un’Italia migliore, non innamorarsi del nuovo giornale.
Oggi, su certi argomenti, La Repubblica si è fatta tirchia, però continuo a leggerla, partendo dalle ultime pagine, quelle dedicate allo sport. Che allora non esistevano, anche perché il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non usciva il lunedì.
Poi, però, nello sport è diventato un giornale di fuoriclasse. E io cerco ogni giorno gli articoli di Emanuela Audisio e Gianni Mura, gli artefici, talvolta i colpevoli, della mia fedeltà a La Repubblica. Impossibile non essere innamorati dei poemi firmati dai due, affreschi che allo stesso tempo ingigantiscono e rendono umani i protagonisti delle piccole e grandi imprese, nelle vittorie e nelle sconfitte, vissute con sudore, fatica e passione.
Purtroppo, come sapete, Gianni Mura non è più con noi, Solo fisicamente, però. Di lui resta un’eredità unica, che La Repubblica ha pensato bene di trasformare in un libro, anzi nel “tesoro” di un giornalista inimitabile, dallo stile unico, dalla grande attenzione per le persone perché dentro la maglietta ci sono uomini e donne, meravigliose creature che ieri sono state fantastiche, ma oggi possono essere incappate in una giornata piena di problemi.
Il mondo di Gianni Mura ha una copertina a metà: lui che sorride, dolcemente, mentre pare osservare una scalata pirenaica, protagonista la maglia a pois, la maillot à pois, il simbolo del migliore grimpeur del Tour de France. Una corsa che Gianni adorava perché – crediamo – gli consentiva di narrare due passioni: il ciclismo epico e il buon vino abbinato al buon cibo.
Un libro che non è solo sport, raccogliendo i racconti, le interviste e le rubriche di un fuoriclasse del giornalismo. Di un uomo che preferiva gli indiani ai cowboy, i Pirenei alle Alpi, gli aratri alle spade, i bar ai social network. Impossibile non amarlo.
Ancora di più dopo avere letto alcune righe del suo ricordo di Fabrizio De Andrè, a pagina 251.
14 gennaio 1999
Pugni chiusi e Ave Maria
Dopo cinque mesi di sofferenza per un tumore a un polmone, l’11 gennaio 1999 muore De André, uno dei più amati insieme a De Gregori, Endrigo e Conte. Due giorni più tardi, Gianni Mura è tra le diecimila persone che a Genova partecipano ai funerali.
Adesso che solo la morte lo ha portato in collina, a Fabrizio non dispiacerebbe sapere che proprio di fronte alla chiesa di Carignano, al balcone dell’istituto E. Ravasco, Figlie del Sacro Cuore di Gesù e Maria, è appeso uno striscione bianco e sopra c’è scritto “Grazie Fabrizio”, e lo gonfia la tramontana. Sotto, davanti alla chiesa barocca (le nuvole non ci sono, oggi) gli anarchici hanno scritto che la puttana (Bocca di rosa) alla stazione ce l’ha accompagnata il prete con la polizia. Memento. In cima alla scalinata c’è la bandiera rossa e nera dell’anarchia. La regge ferma una signora col cappotto bordeaux e la faccia di chi ha camminato la vita per dritto e non per traverso. E forse a lui verrebbe da ridere: picchetto d’onore e un prete a dire le ultime parole, ma almeno un prete che sa cosa dire, e poi non esistono le ultime parole. Ci pensavo prima della cerimonia, che è stata asciutta e dolce, con tanti lucciconi quando è partita l’Ave Maria in sardo, e se partiva Preghiera in gennaio credo che molti sarebbero stati male sul serio. Ci pensavo ascoltando dei ragazzi che erano fuori a cantare, in un angolo, fin dalle nove con un paio di chitarre. Cantavano stonati, ma con tanto amore. “Notte notte notte sola sola come il mio fuoco, piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco”. Questo è il Canto del servo pastore. “Cosa importa se sono caduto se sono lontano perché domani sarà un giorno lungo e senza parole”. Questo è l’Hotel Supramonte. E questa è una mattina di sole freddo, in una piazza come sospesa sul porto, una piazza spartiacque fra la città di chi sta meglio e la città di chi sta peggio…”.
Grazie Gianni, grazie di tutto, dal consiglio di portare a scuola La Settimana Enigmistica agli ingredienti contenuti in questo menù che fa bene all’anima. Ma ti anticipo che il ringraziamento più sentito te lo darò assaporando un pezzo di pecorino di Cugusi e sorseggiando un bicchiere di Terre Brune di  Carignano del Sulcis.
Il mondo di Gianni Mura (La Repubblica, 9,90 euro + il prezzo del quotidiano)

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