Un libro alla settimana: Sermo et humanitas, contro gli anglismi

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16 maggio 2020

"Sermo et humanitas" di Nicola Flocchini

“Sermo et humanitas” di Nicola Flocchini

PESARO – “Voto smart attraverso l’app digital”. Vi giuro, è tutto vero: questa l’ho ascoltata – dalla voce di una giornalista – in un tg a pochi minuti dalle ore 20 di ieri. 

Poco prima, leggendo un’intervista a un giocatore di basket, avevo letto: “Sarà un’estate di rebuilding”.
Vabbè, che lo dica un giocatore di basket può essere giustificabile, ma leggete cosa ha detto la direttrice di un museo nazionale…
“…sarà un work in progress”.
Si può scrivere NON SE NE PUO’ PIU’?
Credo di sì, visto che, per fortuna, c’è ancora gente che non si è venduta il cervello e ragiona ancora. Per fortuna ci sono persone come il professor Vittorio Ciarrocchi.
Più volte ho lamentato l’uso – badate bene: l’uso, non l’eccessivo uso – di anglismi da parte di giornalisti e  politici italiani che magari non parlano correttamente la lingua inglese. Ne conosco diversi. Però non badano a spese quando c’è da scrivere o dire che la task force del governo è in smart working per decidere il prossimo step del lockdown.
E rincarare la dose subito dopo: “il presidente Conte è contrario al Mes, preferisce i recovery fund”, che un noto conduttore televisivo ha trasformato in ricoveri faund. Sì, non fondi, trovati.
Si può chiedere in prestito il linguaggio che va al sodo del Commissario Schiavone? E stica…
Questa settimana mi sono trovato in buona compagnia. Ne sono lieto e nel mio piccolo mi permetto d’applaudire il professore Vittorio Ciarrocchi, la cui rubrica sul Carlino è una delle mie preferite.
Costa fatica usare “debitamente“ la lingua italiana”, è la conclusione del professor Ciarrocchi all’articolo che denuncia una smodata invasione di anglicismi, francesismi, tedeschismi inutili ed espressioni italiane barocche.
Sabato 9 maggio, anche la rubrica delle lettere curata da Corrado Augias per il quotidiano La Repubblica ha un titolo sul tema: C’è troppo inglese nelle nostre vite
Lo spunto lo offre la lettera, assai arguta, inviata da un lettore romagnolo. Una lettera che rappresenta la sintesi di ciò che è oggi il giornalismo italiano: pubblica articoli che hanno bisogno del traduttore. Tanto che la versione dall’inglese all’italiano per la maturità scientifica, se non fosse saltata per il Covid-19, sarebbe potuta essere la traduzione di un articolo di giornale.
A proposito di lettere ai giornali: Il Fatto Quotidiano ne ha pubblicata una sul tema: “Per evitare il droplet facciamo il lockdown, utilizziamo lo smart working e realizziamo il green deal. Non è ora di piantarla e di chiamare le cose con il loro nome?”.
Negli ultimi giorni abbiamo registrato una serie infinita  di step by stepquantitative easinghelicopter moneywhatever it takesscreeningcheck-uproadmap, ma ovviamente la voce del padrone l’hanno fatta lockdownsmart working e droplet.
Ora, droplet sono le goccioline che possono provocare il contagio, ma nei computer dei giornaloni goccioline non esiste, conoscono solo droplet. E nella vicenda di Silvia Romano ad agire per la liberazione non sono stati i servizi segreti italiani, ma l’Intelligence. Ne siamo proprio sicuri?
Così, per combattere l’uso smodato di anglismi e un giornalismo privo di identità, mi permetto di consigliare Sermo et humanitas.
“Il titolo di questo corso di lingua e cultura latina intende sottolineare da un lato lo stretto collegamento fra lo studio delle strutture linguistiche e quello delle strutture culturali di Roma antica (sermo et humanitas, appunto) e dall’altro il legame di contonuità e alterità con quel nostro remoto passato”.
Un corso pensato in particolare  per il liceo classico. E per il benessere culturale di tutte le persone stanche di anglismi modaioli, utilizzati spesso per mettersi in mostra con un microfono in mano.
Sermo et humanitas, di Nicola Flocchini, Piera Guidotti Bacci, Marco Moscio, Marco Sampietro, Paolo Lamagna (Bompiani; euro 21).

 

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