Trent’anni fa il secondo scudetto della Vuelle: il ricordo e le emozioni di Sergio Scariolo e le sue speranze per il futuro

di 

29 maggio 2020

PESARO – Martedì 29 maggio 1990: La Victoria Libertas Scavolini Basket fa saltare gli Antifurti Ranger del palasport di Varese, vince (94-113) gara 4 di finale  e conquista il secondo scudetto della sua meravigliosa storia.
Uno scudetto che rievochiamo con Sergio Scariolo, l’allenatore di quella esaltante stagione, legatissimo alla Vuelle e a Pesaro. 
Sergio Scariolo

Sergio Scariolo

Oggi Sergio è in Canada, a Toronto, nello staff della squadra campione in carica della NBA.

Da quella sera a Masnago, bissando il primo titolo conquistato da vice allenatore di Valerio Bianchini, Sergio ha infilato una lunga serie di trionfi, sia da allenatore di club, sia sulla panchina della Nazionale spagnola, campione del mondo in carica. Il 2019 del coach bresciano resterà indimenticabile: Raptors e ÑBA l’hanno portato sul tetto del mondo. Eppure, a distanza di trent’anni, lo scudetto vinto a  Varese gli regala ancora emozioni.
“Stasera, dalle 21, con Giancarlo Sacco sarò in diretta Facebook nella pagina della Vuelle. Me lo ha chiesto Ario Costa. In questi giorni ho rivisto diversi video di quelle finali ed è stata una bella sensazione tornare indietro di trent’anni. Ho rivissuto quelle emozioni. Mi ha toccato molto rivedere Ezio Giroli, scomparso da poco”. 
Trent’anni… Sembra ieri quando vincevi il tuo primo scudetto da capo allenatore. Sono seguiti tanti successi, gli ultimi in un esaltante 2019. Ti sei chiesto mai come sarebbe stata la tua carriera se Pesaro non ti avesse affidato la squadra?
“Onestamente, no. Mai ho pensato a come avrei vissuto una carriera diversa. Non amo fantasticare, sono abbastanza pragmatico. Ovviamente sono molto grato a Valter ed Elvino Scavolini, a Santi Puglisi, direttore generale, e Massimo Cosmelli, direttore sportivo, che scommisero su di me, dandomi la possibilità di incominciare la carriera da capo allenatore. E sono molto contento di avere potuto ripagare la loro fiducia già dal primo anno, mettendo il mio mattoncino per costruire una bella stagione”.
Riportando a Pesaro Cook mostrasti subito idee chiare: di nuovo insieme i due americani degli scudetti. Una scelta vincente. E non sempre i cavalli di ritorno funzionano.
“Quella di riportare Darwin è veramente la prima cosa a cui pensai. L’anno prima avemmo diversi problemi nel ruolo. Credevo che, per quanto fosse nella fase finale della sua carriera, Darwin potesse avere ancora benzina da darci e soprattutto energia, carattere, personalità, leadership. Dopo avere rivisto buona parte della quarta partita della finale, devo dire che non ci eravamo sbagliati. È vero che la maggior parte delle volte queste scelte non funzionano, però chi conosce Darwin sa bene che era ed è una persona straordinaria, che ha qualcosa in più delle sue qualità tecniche”.
Uno scudetto, una finale a 4 di Champions, una quasi storica vittoria con i Knicks. Ma al di là dei risultati, cosa ti ha dato Pesaro?
“Cominciare ad allenare una squadra molto buona, con tanti grandi giocatori ha significato moltissimo per me. In più lo facevo in una società così solida e seria quale era la Scavolini, che era già casa mia, perché vivevo a Pesaro da quattro anni facevo parte della Vuelle. Pesaro mi ha dato tante amicizie. Più passa il tempo e più mi rendo conto che le vere amicizie, quelle che rimangono, sono nate quando ero quasi nessuno. Non è un caso che, nonostante siano trascorsi tanti anni, durano ancora. Pesaro mi ha dato anche la possibilità di vivere una specie di adozione da parte della famiglia Scavolini. Innanzi tutto da parte di Valter, che per me è stato un secondo padre; gli sarò sempre molto grato. In generale, Pesaro mi ha offerto la possibilità di vivere in una città di pallacanestro. Una città piccola che vive così intensamente la vita della squadra. Un’esperienza unica, che forse adesso è difficile provare in qualunque posto del mondo”.
Via da qui fosti molto bravo a costruirti una grande carriera anche passando da Desio. Magari hai un po’ di rammarico per la Fortitudo, che non ottenne quel successo che meritava?
“Sono stato fortunato. Ho avuto una bellissima carriera, che ancora prosegue. Ma non sono mancati i momenti difficili. Dopo il secondo anno a Pesaro dovetti ripartire dalla serie A2. Lo feci senza alcun rimpianto, rimboccandomi le maniche, costruendo una squadra che purtroppo non riuscì a essere promossa per un colpo di sfortuna: l’infortunio dei due americani, che allora erano gli unici stranieri della squadra, peraltro molto giovane. A Bologna, direi che è stata difficile l’ultima stagione, per via di una situazione complicatissima con il proprietario. Io commisi l’errore, che non ho più ripetuto, di sperare che una situazione di compromesso su un rapporto preferenziale, tutto sommato un’ingerenza della proprietà nella gestione della squadra, si potesse sanare sperando nella comprensione e nella maturità degli altri giocatori, che peraltro avevano perfettamente ragione a pretendere che fossi io a mettere il corpo davanti al treno per impedire che la situazione continuasse. Però i primi tre anni sono stati fantastici, fra i più belli della mia carriera. Il primo partendo dal meno 6. In seguito, la semifinale, poi la finale scudetto. Il lancio di tanti giocatori giovani e la conferma di altri proiettati verso il vertice del basket italiano”.
Poi la scelta, che oserei dire predestinata, studiavi spagnolo e greco, se ben ricordo, perché al contrario di tuoi colleghi avevi una grande apertura mentale.
“Onestamente, avevo la sensazione che la pallacanestro italiana andasse verso il basso. Grazie alle competizioni internazionali, avevo avuto sempre più contatti con la pallacanestro spagnola e mi ero reso conto che era in rampa di lancio. Pensai che sarebbe stata una buona idea cominciare a studiare lo spagnolo per potermi esprimere compiutamente. Ho cercato sempre di farlo nella lingua del paese che mi ospitava, dove allenavo. L’ho fatto anche in Russia. Si concretizzò una circostanza importante sulla panchina di una squadra non aveva fatto ancora molto, ma prometteva bene. Vitoria mi diede la possibilità di fare un passo avanti nella mia carriera”.
La Spagna: Vitoria, Madrid, Malaga, la Selección, anzi la ÑBA. E una bella famiglia. A questo punto potresti quasi sentirti più spagnolo.
“Come persona, non mi sento più spagnolo, ma  sono orgoglioso di dare tutto me stesso allenando la Nazionale di un paese che mi ha accolto benissimo e nel quale ho scelto di fermarmi. Però, rispetto a molti altri che hanno rinnegato la cittadinanza d’origine per prendere il passaporto del paese dove si sono sistemati, io non l’ho fatto. Non ne vedo la ragione. Credo di avere dimostrato sufficientemente di essere in grado di allenare e di vincere, e di esserne orgoglioso, con la nazionale spagnola, ma allo stesso tempo di sentirmi ancora profondamente italiano”.
C’è un aspetto che mi piace molto di te: quando ti intervistano, trovi sempre uno spazio per Pesaro e la Vuelle, che oggi vive un momento difficilissimo e la sensazione che abbia poco da festeggiare. Un tuo messaggio, un tuo incoraggiamento?
“Lo ripeto: Pesaro ha rappresentato tantissimo per me. So che è un momento difficile, che ancora una volta si è alla ricerca di fondi, che  c’è gente che l’ha fatto per tanto tempo ed è un po’ stanca. Da parte mia sarebbe troppo facile fare un appello a quanti possono continuare ad aiutare la Vuelle e ci stanno pensando. La società è in buone mani. Ario Costa è una bravissima persona, oltre che un ottimo dirigente. So che Livio Proli – un galantuomo, un grande manager – potrebbe dargli una mano. Uno può essere sicuro che se dà 1 euro o ne dà 50 o 100, sono soldi che saranno utilizzati nel miglior modo possibile dalla Vuelle. Io posso aggiungere della tradizione, del momento in cui collocammo Pesaro nella carta geografica della pallacanestro mondiale, quando, con la squadra di una cittadina di novantamila abitanti, sfidammo la Capitale del Mondo, New York, e fummo a un passo dalla vittoria. Quella partita è il simbolo della forza, della passione, dell’energia di questa città, di Pesaro. Magari qualcuno obietterà che è facile per me dirlo da grande distanza, dal Canada, ma Pesaro non merita di staccarsi dalla grande pallacanestro. Posso solo sperare che possa rimanere lì, ma anche pensare che se dovesse decidere di fare un passo indietro, questo serva per creare basi più solide e per preparare il ritorno, magari anche non immediato, in quella che è da sempre la casa della Victoria Libertas”.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>