Un libro alla settimana: Un gattolico praticante

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20 giugno 2020

Il Gattolico praticantePESARO – È un libro che deve leggere chi è innamorato dei gatti.
Stando al Rapporto Assalco-Zoomark 2019, i gatti domestici italiani sarebbero 7,3 milioni. Se le cifre – da prendere con beneficio d’inventario – rappresentassero la realtà, significherebbe che, accertato che siamo poco più di 60 milioni, ci sarebbe un gatto ogni 8,27 italiani.
La popolazione della provincia di Pesaro e Urbino è di 360.000 persone (statistiche del 2017). Di conseguenza, tra l’Adriatico e l’Appennino e tra i fiumi Tavollo e Cesano, giocherebbero circa 43.550 felini.
A chi adora i gatti consigliamo un libro che “non parla di gatti, ma di chi li ama”, scritto da Alberto Mattioli, giornalista modenese, che fin dalla prima frase fa capire quanto sia grande il suo amore per i felini: Non dite il gatto ed io. Dite: il gatto è Dio.
Ogni capitolo è un inno a questo amore, ogni capoverso è un omaggio, grazie a giochi di parole che esaltano un rapporto unico tra lo scrittore e – nel caso – le sue care amiche. Mattioli ha, anzi aveva, purtroppo, due gatte: Violetta e Isolde. Già dai nomi si capisce che un’altra sua grande passione è l’opera lirica.
Violetta è morta. Il racconto della sua fine è struggente, come può capire solo chi ama gli animali:
Ora devo farmi forza e raccontare della perdita di Violetta. Le venne un tumore alla gola… Quel giorno lo ricordo come uno dei più strazianti della mia vita. Prima di addormentarsi, fece le fusa per l’ultima volta, stremata ma eroica. Poi la veterinaria infilò l’ago e io la porta. Tornai quando tutto fu compiuto e Violetta una forma avvolta in un telo. E solo allora capii davvero cosa sono quei pochi chili di pelo: una parte di noi, un pezzo di esistenza, anzi la sua parte migliore, bellezza e tenerezza, gioco e affetto, leggerezza e profondità. Compagni di vita, finché morte non ci separi.
Un racconto che passa dai cento “non” per dire sì al gatto alla quotidianità dei gatti, con i gatti; dalle città che hanno colonie feline al dizionario del gatto; dalla musica del miao alla storia dell’arte in dieci gatti; dalle cinquanta cose che i gatti odiano al vivere con il gatto.
Ogni pagina è esilarante, tanto che Mattioli si fa perdonare qualche peccatuccio borghese di troppo; nessuno è perfetto.
Ma che ridere quando, osservando Thor, il nostro  gatto birmano, per vedere se sono solo frasi a effetto inventate da Mattioli, scopri che è tutto vero.
Ancor più quando leggi che il gatto non dice mai sciocchezze, non mangia con la bocca aperta e non deve essere portato fuori per fare pipì, non s’offende se dimentichi il suo compleanno, non ascolta Giovanni Allevi e Andrea Bocelli, non sa chi sia Barbara D’Urso e non legge Fabio Volo, non scrive libri.
Irriverenti i luoghi comuni sui gatti, che pure detti e ridetti, non diventano né veri né giusti ma restano, appunto, stronzate.
Il gatto è anaffettivo… Il gatto si affeziona alle case, non alle persone…Il gatto si affeziona soltanto alle persone che gli danno da mangiare… Il gatto è traditore… Il gatto è infedele… Il gatto nero porta sfortuna (vero: ai cretini)… Insegnare al gatto ad arrampicarsi (oppure a Pelé a giocare a calcio  o alla Callas a cantare)
E che dire delle pagine sulla Musica del miao.
Premessa: per ogni vero gattolico, non esiste musica più bella di quella che suona il  gatto. Le fusa, oltre  alle note proprietà curative, calmanti e balsamiche (dell’anima), sono proprio belle da sentire, eseguite con un senso del legato, una scienza del crescendo e un’arte della modulazione che il miglior cantante non potrebbe raggiungere nemmeno se avesse le sette vite del gatto. Ma la domanda è anche: oltre a farla, la musica i gatti amano anche ascoltarla?
Le pagine contengono tanto Rossini, dalla leggenda del Duetto buffo di due gatti “di” Rossini al libro di Stendhal, Vie de Rossini, la più bella biografia mai consacrata a un musicista, a patto che non si pretenda che racconti cose vere. Sicuramente falso è l’aneddoto di un Rossini, a Padova, costretto a fare il gatto miagolando fuori dalla porta di una bella che si aprì solo quando la capricciosa donzella fu sazia di questa serenata miciosa…
Però il gatto operistico più famoso resta quello che, si racconta, il 20 febbraio 1816 attraversò il palcoscenico del teatro Argentina di Roma alla prima assoluta del Barbiere di Siviglia, che però si intitolava ancora Almaviva, ossia l’inutil precauzione. La serata stava già andando male; la passeggiata del micio le diede il colpo di grazia scatenando lazzi e frizzi di un pubblico che aveva deciso di fare gazzarra a spese del compositore. Resta da capire se il defilé del gatto sia stata una sua iniziativa o l’innocente animale sia stato introdotto da una controclacque decisa a fare cadere l’opera (ma non, come si è spesso detto, aizzata dal vecchio Paisiello, quasi morente a Napoli): propenderei per la prima ipotesi… L’opera si prese comunque una rivincita che non è mai finita e anche il sabotaggio micioso è diventato un innocuo aneddoto.
Il gattolico praticanteesercizi di devozione felina, di Alberto Mattioli (Garzanti, 10 euro)

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