Ebola, una pesarese in Liberia con Medici Senza Frontiere. Era appena torna a casa per le vacanze, poi la chiamata urgente. “Lì, la situazione sta andando fuori controllo”

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13 agosto 2014

PESARO – La mamma, l’ex assessore provinciale Simonetta Romagna, l’ha abbracciata e subito risalutata. “Ma devo dire che mia madre è molto brava. Si è abituata. Ha deciso che non valeva la pena precoccuparsi”. Gli amici, invece, si sono un po’ arrabbiati. Pensavano di averla a Pesaro per tre settimane invece, Roberta Petrucci, 38 anni, pediatra per Medici Senza Frontiere dal 2008, da oggi è in Liberia, Africa occidentale, contea di Lofa, distretto di Foya, per “combattere” con un nemico che nell’ultima ondata, localizzata tra Liberia, Sierra Leone e Guinea, ha già ucciso più di mille persone: l’Ebola.

 Roberta Petrucci (a destra) con una collega di Medici Senza Frontiere

Roberta Petrucci (a destra) con una collega di Medici Senza Frontiere

Roberta, che da anni vive tra Ginevra e il resto del mondo ha ricevuto la chiamata per questa nuova missione appena tornata nella sua Pesaro per le vacanze. “Capisco i miei amici e capisco la loro preoccupazione – racconta Roberta – Ma sono stata anche in altri contesti pericolosi e l’Ebola fa paura soprattutto perché se n’è parlato troppo e a sproposito a livello mediatico.  Sarà la mia prima volta in Liberia. Andrò lì come medico generico, la malattia colpisce soprattutto gli adulti. Ma al contrario di quello che si può pensare l’Ebola non si trasmette molto facilmente: si deve stare a contatto prolungato e diretto con i liquidi biologici di chi è malato. Per questo vengono colpiti gli adulti che si prendono cura dei pazienti senza le necessarie precauzioni o chi si occupa dei funerali. L’altissima mortalità, tra il 60 e 90% dei casi, è legata alla mancanza delle elementari pratiche igieniche. Per noi il rischio è minimo”.

La morte del missionario spagnolo Miguel Pajares, che aveva contratto in Liberia l’Ebola, ha fatto il giro del mondo.  “La mia preoccupazione più grande – continua Roberta – è che in Liberia, dove il virus è esploso, la situazione sta andando fuori controllo: non saremo mai in grado noi di MSF, da soli, di risolvere il problema. MSF ha uno dei suoi progetti sulla malaria lì vicino: quando è scoppiata l’epidemia di Ebola siamo stati i primi a intervenire. La speranza è che si attivino l’Oms e le protezioni civili. Altrimenti, per quante vite salvi, sarà comunque difficile contenere l’epidemia”.

Roberta Petrucci, che prima di partire ha salutato amici e parenti con una cena a Pesaro, resterà in Liberia con altri 15 medici per alcune settimane: “Avremo il compito di isolare i casi, costruire un centro per la terapia, garantire cure e supporto, fare attività di triage e informare le famiglie su come evitare il contagio”. Final destination… Liberia! ha scritto su Fb dall’aeroporto di Bruxelles per avvisare e salutare, ancora una volta, i suoi cari.

Roberta Petrucci

Roberta Petrucci

“Ci sono progetti regolari dove, già sei mesi prima, sai quando partirai – spiega Roberta – Poi, ci sono le urgenze: come questa. Così capita di arrivare venerdì a Pesaro per tre settimane di vacanze e poi di ricevere una chiamata che ti avvisa di ripartire subito… Cosa si fa in questi casi? Cerco di riposarmi, di vedere famiglia e amici. Cerco la serenità”.

L’EBOLA

L’ebola è un virus appartenente alla famiglia Filoviridae estremamente aggressivo per l’uomo, che causa una febbre emorragica. Il primo ceppo di tale virus fu scoperto nel 1976, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Finora sono stati isolati quattro ceppi del virus, di cui tre letali per l’uomo. Tra gli esseri umani, il virus viene trasmesso mediante il contatto diretto con i fluidi corporei infetti. Non esiste un protocollo standardizzato di trattamento per la febbre emorragica da ebolavirus. La terapia primaria è unicamente di supporto e comprende procedure invasive ridotte al minimo. Il 22 marzo 2014 è confermata la notizia di una epidemia di ebola in Guinea[36], che ha in brevissimo tempo raggiunto la capitale Conakry; la gravità e l’estensione del contagio ha indotto l’Europa prima e poi gli Stati Uniti a intervenire per arginare l’infezione. Medici senza frontiere parla di “epidemia senza precedenti”, tale da suscitare timori di possibile diffusione al di fuori dell’Africa

 

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