“Piccoli Uomini”, i fattacci del Mancini secondo Sandro Candelora

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27 agosto 2014

Sandro Candelora

Noi pensiamo che per litigare bisogna essere sempre in due, ma riteniamo anche che quello che alza le mani finisce sempre per passare dalla parte del torto, annullando del tutto e brutalmente ogni sua eventuale ragione. Noi siamo convinti e non da oggi che parecchio del male del calcio italiano sieda in tribuna e frequenti uffici di lusso, vestendo in giacca e cravatta: l’ultimo episodio altro non rappresenta che l’ennesima prova provata. Noi non abbiamo dubbi che la giustizia faccia il suo corso, chiarendo responsabilità e azioni concrete, stabilendo un nesso credibile fra reato (eventuale) e pena, che sarà curioso confrontare con le esagerazioni marchiane compiute ai danni degli ultras, per le gendarmerie italiote solitamente colpevoli a prescindere, indipendentemente da ciò che fanno. Noi reputiamo ignobile prima tradire una bandiera (il football per noi è in primo luogo sentimento d’amore e fedeltà ad un ideale, perenni, immutabili nel tempo) ed arrivare poi ad infangarla da lontano. Noi, come Sciascia, distinguiamo infine le persone in cinque categorie: uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani e quacquaraquà. Noi a tal riguardo un’idea ce l’abbiamo. Anche i lettori, quelli che c’erano e pure quelli che c’erano, ne siamo certi.

 

 

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