Alphonso Ford dieci anni dopo, un campione e un uomo sempre nei nostri cuori

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4 settembre 2014

PESARO – Dieci anni fa moriva Alphonso Ford, un campione che resterà sempre nei nostri cuori, nei cuori di chi ama la pallacanestro, la Victoria Libertas Pesaro.

In suo ricordo, proponiamo il paragrafo che gli ha dedicato Luciano Murgia nel libro Dietro i canestri, Minerva Edizioni, 2010

Alphonso Ford. La mano trema scrivendo il suo nome, ripensando al pessimo giudizio su una prestazione casalinga in cui è “più svogliato del solito”. Guardia di centonovantuno centimetri di altezza con un fisico da fullback di football americano, terminati gli studi a Mississippi Valley State University, è scelto dai 76ers di Philadelphia (secondo giro, numero trentadue). Due stagioni nella CBA, a Tri City, quindi punta sull’Europa, costruendosi una s

Alphonso Ford

Alphonso Ford

traordinaria carriera. Con gli spagnoli di Huesca, i greci di Papagou, Sporting, Peristeri e Olympiacos e i turchi dell’Emlakbank è realizzatore immarcabile. A portarlo in Italia è la Mens Sana Siena, che lo libera a fine torneo. Pesaro se lo accaparra al volo. Una decisione positiva per la Vuelle e per il giocatore, amato fin da subito. Tornato in Italia nel 2010, voluto da Ario Costa alla Vanoli Cremona, Marko Milić racconta a Superbasket: “Alphonso faceva cose alla Michael Jordan. Ricordo una trasferta a Teramo: il coach avversario, Franco Gramenzi, disse che Ford era sopravvalutato. Gli facemmo leggere il giornale in pullman, poi Alphonso fece 41 punti in tre quarti! Il giocatore più orgoglioso mai visto, non avevamo idea del suo problema”.

Nella curva dell’Inferno Biancorosso compare una scritta che illustra l’amore che suscita: “A sem trop Ford”. Siamo troppo forti.

Alphonso è malato: leucemia. Le terapie lo debilitano. Spesso deve saltare gli allenamenti. Pochi sanno. In Via Paterni tutelano il diritto alla riservatezza di Ford che si cura nel reparto di Ematologia, a Muraglia. Durante l’estate si aggrava e non può rispondere alla convocazione per il ritiro in Umbria. Ignaro del dramma, meno che meno della triste novità, abituato ad americani che perdono sempre l’aereo per arrivare, mai nel ripartire, penso male e faccio peccato. Il 26 agosto, al culmine di settimane piene di voci che fanno ipotizzare addirittura la possibilità del “tradimento”, Alphonso scrive che la battaglia combattuta sette anni contro la crudele malattia gli impedisce di tornare.

 

“Cari amici, sono nella sfortunata posizione di dover annunciare che non sarò in grado di disputare la stagione 2004/05 con la Scavolini. Purtroppo le mie condizioni di salute non mi consentono più, a questo punto, di competere come un atleta professionista. In questo momento sono veramente grato a tutti voi e a tutti gli allenatori, compagni di squadra, tifosi, arbitri e dirigenti che, nel corso di questi anni, mi hanno dato la possibilità di competere nello sport che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio club, voglio ringraziare di cuore ogni persona dell’organizzazione, i miei compagni, i miei allenatori e i nostri grandi tifosi. Voglio che ognuno di voi continui ad avere fede. Siate forti e combattete duro. Il mio cuore sarà sempre con tutti voi”.

Dagli USA la moglie Paula manda sms al direttore sportivo Gianluca Pascucci e al secondo assistente e amico Antonello Restivo: Alphonso è scomparso. Nato il 31 ottobre 1971 a Greenwood, morto a Memphis il 4 settembre 2004, a soli trentatré anni.

Pur attesi dal precampionato programmato, gli amici vogliono andare negli USA, nel Mississippi, per l’ultimo saluto a chi, a pochi giorni dalla morte, ha indirizzato alla società e al pubblico uno struggente messaggio. Il presidente preferirebbe mandare una delegazione. Vanno tutti, sobbarcandosi un doppio viaggio in aereo e in pullman. A Greenwood c’è Pesaro.

Alphonso Ford per sempre. Lo ribadiscono i cori ed i cinque minuti di applausi al ritiro della sua maglia numero 10, nell’ottobre 2009.

La storia di Alphonso e l’affetto che ne riempie il vuoto inducono ad una riflessione. Si può amare così tanto un giocatore e insultare gli avversari, scordando che il proprio club schiera atleti neri? L’idiozia frequenta i palazzi dello sport e – peggio – le nostre strade. L’intolleranza è la nostra stoltezza. Insulsa la giustificazione che la frase cattiva sul colore della pelle è solo tifo per spingerlo a fare male. Luca Corsolini, da Tele+, lancia una campagna nel basket. Se il razzismo è stupido, lo è di più negli sport esaltati dalle qualità degli afroamericani.

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