Un paese e cento storie festeggia i primi 10 anni. E per La Dirce ora arrivano richieste da tutta l’Italia

di 

2 novembre 2014

La domanda sorge spontanea ed è, al tempo stesso, una premessa obbligatoria: ma chi è la Dirce? La Dirce (rigorosamente con l’articolo, come si usa dalle nostre parti) rappresenta tutte le Cuoche, e i Cuochi, protagonisti di Un paese e cento storie sin dalla prima edizione.

“La torta che ha sul vassoio – racconta la creatrice di questo evento ormai seguitissimo, giunto al suo decimo anno, Cristina Ortolani – riproduce la ‘skyline’ della rocca malatestiana di Belvedere Fogliense, distrutta alla fine dell’’800, nella quale per noi sono rappresentati tutti i borghi e castelli dove risiedono le famiglie aderenti al progetto. In qualche modo significa che “offriamo” agli ospiti le nostre storie attraverso il cibo, da condividere intorno alla tavola”.

Con tanta cura nei dettagli…

“Ogni edizione  cambia il colore del vestito, e anche il motivo del grembiule: per Un paese e cento storie 10 abbiamo scelto simboli dal valore universalmente condiviso, reinterpretati in un tricolore dai toni autunnali. Per i fashion addicted: l’omaggio a Franco Moschino, scomparso vent’anni fa, non è casuale. Il rosso dell’abito riproduce il colore dei chicchi della melagrana, tradizionale simbolo di buon augurio. L’acconciatura è un omaggio a Babette, la chef creata da Karen Blixen, interpretata sullo schermo da Stéphane Audran nel film di Gabriel Axel”.

Tutto è nato a Belvedere Fogliense di Tavullia, nella primavera del 2005: ecco la prima edizione di Un Paese Cento Storie

L’Amministrazione comunale ha promosso tra gli abitanti una raccolta di testimonianze e documenti, attraverso i quali realizzare una mostra e successivamente un volume, per festeggiare la fine dei restauri del castello, protrattisi in verità piuttosto a lungo”.

Dieci anni con la Dirce

Dieci anni con la Dirce

Ma senza che nessuno lo chieda o lo decida, si finisce per ‘fare base’ nel cortiletto di casa Bartolucci, da Teo e la Ida.

“E i pomeriggi sotto il pergolato si moltiplicano, ad attenderci ci sono sempre una torta, dei pasticcini, una crostata, accompagnati da un tè o da una crema di limoncello capaci di sciogliere ogni incertezza di quelle donne tra loro diversissime, radunate intorno al tavolo che sempre di più si affolla di vecchie  foto. Da subito si sente che non è questione di carta stampata, che la mostra, il libro devono essere veicolo di qualcosa d’altro”.

Ovvero?

“Quelle case allineate su via Parrocchiale con le chiavi infilate nella porta, molte porte sempre aperte, chi dalla finestra si affaccia e ti offre un caffè… E dalla casa verde una signora esce che col passo di chi non ha tempo da perdere e va verso il cimitero: ho pronti i ciambelloni – dice – se vuole entrare, signorina. Ma no, grazie, non si disturbi… beh, almeno prenda due pastine [intende biscotti, come gli anziani di queste parti]: sa, i wafer li compro dalla Emma per i miei nipoti, si mangiano facile, veh, basta spezzarli, li prenda, così li tiene da parte per la merenda. Voi ragazze d’oggi lavorate sempre, non avete neanche il tempo per mangiare. Il tempo per mangiare. Il tempo, tout-courtNel frattempo le fotografie compongono il loro mosaico, pochi sono gli spazi che restano bianchi, gli archivi e i cassetti restituiscono disegni,  parole, oggetti desueti, tutto insieme fa proprio una bella figura, manca solo la rocca, e il ritratto di Montelevecchie è quasi pronto. Ma per far festa a un posto così non bastava ‘mostrare’….”.

E da lì si accende una scintilla.

“Bello è provare a ‘vivere’ un’atmosfera che per natura sembra votata all’accoglienza. E allora, una sera di settembre, magari con un po’ di improntitudine, si è buttata là una proposta: perché non invitare tutti a cena, far assaporare (toccare con mano, as-saggiare, sperimentare) il genius loci di Belvedere, quella particolare attitudine all’incontro senza troppi complimenti, il gusto di un paese? L’idea di conoscere un paese passando dalla cucina, luogo dell’anima prima ancora che del cibo, alla fine ha la meglio sulla iniziale diffidenza: ma si va a casa di uno sconosciuto?  Loro come fanno a sapere che siamo persone perbene?”

Dalla prima edizione il progetto cresce a dismisura

“Il primo anno siamo tutti trepidanti, poi la voce si sparge e gli ospiti cominciano ad arrivare anche da fuori provincia, in sette edizioni solo uno su cinquecento si è presentato a mani vuote, solo uno su cinquecento ha dato forfait senza avvisare. Vorrà forse dire che la gentilezza, la buona creanza tengono ancora nonostante tutto? Sia come sia, l’idea è contagiosa, e dopo sette anni, nel 2014 i paesi che accolgono ospiti per le cene in famiglia diventano una ventina, disseminati nei territori di cinque Comuni. Borghi e castelli della provincia di Pesaro, dirimpetto a Belvedere o dall’altra parte della collina, accomunati dalla voglia di raccontare il proprio territorio con parole semplici, gesti quotidiani, con l’affetto che al viaggiatore dice più di mille testimonial d’oltreoceano. Luoghi dai nomi antichi, che da soli valgono una storia: Candelara, Monteciccardo, Sant’Angelo in Lizzola e Montefabbri – uno dei “Borghi più belli d’Italia”. Sullo sfondo, le colline del Montefeltro, che in autunno si tingono del rosso degli scotani e con la nebbia sono ancora più dolci”. 

Tutto, però, è partito dal Belvedere: non un caso…

“Gli abitanti di Belvedere e dintorni non erano del resto nuovi a esperienze di confronto con l’esterno: dal 2000 sono infatti impegnati in un progetto di scambio ecumenico con la parrocchia danese di Århus, grazie al quale è ormai divenuta costante, nelle località facenti capo alla parrocchia del Corpus Domini-San Donato (Belvedere F., Padiglione, Rio Salso e Case Bernardi di Tavullia), la presenza di persone provenienti dalla Danimarca e da tutta Europa. Numerosi sono gli elementi che fanno di Belvedere un paese particolarmente aperto e vitale rispetto ad altri borghi della zona, tuttora penalizzati dallo spopolamento avvenuto negli anni del secondo dopoguerra: la presenza di Ida Pazzini (“Mamma Ida”), giunta qui nel 1952 in seguito al matrimonio con Matteo Bartolucci, la cui opera instancabile ha contribuito in modo determinante a mantenere viva la comunità locale, attraverso l’organizzazione di attività prevalentemente legate alla parrocchia ma con aperture verso altri ambiti e frequenti contatti con le località della valle circostante; il dinamismo e la spinta propulsiva della ditta di artigianato artistico Bartolucci Italy, con la quale Francesco Bartolucci (uno dei quattro figli di Ida) ha raccolto dal 1981 l’eredità del lavoro impostato dalla sua famiglia negli anni Trenta; la vivacità della Pro Loco Fogliense, che specie nell’ultimo ventennio ha dato vita a numerose occasioni di incontro apprezzate anche nel territorio dei comuni vicini. Stimoli e spunti che la popolazione locale (oggi poco meno di 400 residenti) ha saputo raccogliere e far fruttare nonostante le difficoltà di un tempo sempre più complesso”.

Su un tessuto sociale già vivace, dunque, si  innesta e muove i primi passi l’esperienza di Un paese e cento storie che dal 2012 si apre anche a borghi e castelli limitrofi. Così, l’evento, è cresciuto. E lo ha fatto passando dal passaparola ai social network: si è evoluto, negli anni, anche il coinvolgimento e con esso le richieste di partecipazione da fuori regione. Da qui ha preso forma l’idea di proporre dei minitour incentrati sulle cene in famiglia, comprendenti anche visite guidate e incontri con le realtà del territorio oltre a soste golose e degustazioni, rese possibili grazie alla collaborazione con associazioni e imprese, famiglie, cittadini e al sostegno di sponsor tecnici, sponsor e degli enti locali che, oltre a un contributo in denaro assicurano al progetto anche servizi logistici. Il 2014 è l’anno della visibilità a livello nazionale.

“Nel 2014 il progetto è stato presentato in alcuni importanti contesti: la BIT, Borsa Internazionale del Turismo, Fa’ la cosa giusta – fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili (Milano), il Salone del Libro e, il 27 ottobre scorso, al Salone del Gusto-Terra Madre di Torino. Da segnalare infine che entro la fine di ottobre sarà discussa una tesi nella quale Un paese e cento storie diventa caso di studio in materia di Storytelling e turismo (Università degli Studi di Bologna, sede di Rimini, Corso di laurea in Economia del Turismo della Scuola di Economia, Management e Statistica).

Come immagini lo sviluppo di Un paese e cento storie?

“Dalla primavera del 2014 si lavora a un ampliamento del progetto anche fuori provincia su sollecitazione di alcuni soggetti che hanno chiesto di poter ‘esportare’ il format: sono in corso contatti con realtà delle province di Ancona, Fermo e Ascoli Piceno e, dopo alcune serate sperimentali, dalla prossima primavera cene in famiglia e minitour dovrebbero essere attivi anche in quei territori. Abbiamo avuto richieste di informazioni da operatori turistici piemontesi e, in questi giorni, anche siciliani. Nella conversazione del 5 novembre cercheremo di fare il punto proprio sui possibili sviluppi, grazie a esperti come il prof. Pencarelli dell’Università di Urbino e il presidente dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile, Maurizio Davolio”.

Appuntamento dal 5 al 9 novembre

Appuntamento dal 5 al 9 novembre: per saperne di più clicca su www.unpaesecentostorie.it

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>